Carcere di Trapani: in pensione da oggi il comandante della Polizia Penitenziaria Giuseppe Romano

Ha saputo coniugare autorevolezza e umanità sia nei rapporti con i poliziotti penitenziari sia con i detenuti

Lascia il servizio attivo in un momento difficile per la Casa Circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani che, come tutte le altre strutture penitenziarie italiane, si trova ad affrontare – oltre alle solite criticità – anche le nuove problematiche legate alla pandemia da coronavirus. Da oggi, infatti, il dirigente aggiunto della Polizia Penitenziaria Giuseppe Romano, per molti anni a capo dei poliziotti penitenziari del carcere trapanese, è ufficialmente in pensione.

Romano si era arruolato il 6 maggio 1980 come agente ausiliario nell’allora Corpo degli Agenti di Custodia e, nel tempo, ha percorso tutte le tappe della carriera chiudendola con il grado di dirigente.

Laureato in Scienze Giuridiche, ha frequentato l’ISPPE di Roma (Istituto Superiore Studi Penitenziari) e il suo primo incarico da vice commissario fu il comando del Reparto di Polizia Penitenziaria del carcere “Ucciardone” di Palermo. Passò poi al comando del Nucleo Provinciale Traduzioni e Piantonamenti di Trapani.

Per undici anni è stato il comandante di Reparto presso la Casa Circondariale di Trapani dove ha sempre coniugato autorevolezza e senso di umanità, sia nei rapporti con i poliziotti penitenziari sia con i detenuti che hanno sempre rispettato – e lo abbiamo personalmente constatato in diverse occasioni – il suo non facile ruolo. Due episodi per tutti, tra i più recenti: la creazione, collaborato da colleghi e con il supporto dell’ufficio del Magistrato di sorveglianza del Tribunale di Trapani, della squadra di calcio a 5 “San Giuliano Boys”, composta interamente da detenuti, che ha vinto anche un Campionato e una coppa “fair play” misurandosi con compagini esterne, e la sua preziosa opera di mediazione – che ha evitato conseguenze irreparabili – in occasione della violenta protesta dei detenuti del carcere trapanese nel marzo 2020 a causa delle prime restrizioni dovute alla pandemia. Sollevazioni che, in altre carceri italiane, hanno provocato anche dei morti.

Nella vita di Giuseppe Romano c’è stato anche l’impegno in politica, come consigliere comunale a Trapani, e anche come sindacalista nel SAPPE fino alla carica di Segretario regionale per la Sicilia. Ha collaborato per anni con la rivista “Polizia Penitenziaria Società Giustizia&Sicurezza”, sulla quale ha pubblicato svariati articoli sulle problematiche del Corpo e del mondo carcerario in genere.

Non gli è mancata la ribalta nazionale, nel 1980, per la sua esperienza televisiva nel gioco a quiz Flash di Mike Bongiorno, con cinque puntate da campione. Romano si è cimentato anche nella scrittura. Nei suoi romanzi ha raccontato la realtà quotidiana vissuta dalle classi meno abbienti e dagli emarginati: ha pubblicato “Dall’altra parte delle sbarre” ed. Kukku – Trapani 1988; “Chi scaverà la fossa?” ed. Coppola – Trapani 1999; “Il figlio della salma” ed. Coppola – Trapani 2000; “Per un loculo di 3^ fila” ed. Coppola – Trapani 2011; “Da Santa Caterina alla Colombaia breve storia della carceri del trapanese”, ricerca storica sulle carceri della provincia di Trapani, pubblicato sul sito www.trapaninostra.it.

“Non nego – commenta a conclusione del suo impegno da servitore dello Stato – di lasciare il Corpo di Polizia Penitenziaria con nostalgia e un grande senso di amarezza. Oggi, infatti, l’Amministrazione penitenziaria sta attraversando un momento di particolare difficoltà, dovuto soprattutto alla carenza di personale di Polizia Penitenziaria nelle carceri, si pensi che, a Trapani, mancano circa 70 poliziotti sui 300 previsti dalla pianta organica. Ma i problemi e le nuove sfide del nostro Corpo – prosegue Romano – sono legati anche ad un’organizzazione del lavoro anacronistica, non più al passo con i tempi e che non tiene conto delle strutture carcerarie, spesso antiche e inadeguate alle accresciute esigenze trattamentali della popolazione detenuta. Anche l’apprezzabile inserimento di norme di legge come il reato di tortura, dai contorni per certi versi indefinibili, ci chiede di essere sempre all’altezza, professionalmente e umanamente, di questo lavoro così importante per il bene della collettività”.

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