Zucchinali, il virus che contagia… il cuore

di Nicola Rinaudo

Dapprima, l’idolo che affascina. Poi, il mito che ammalia. Infine, la leggenda che ti entra dentro; che diventa parte di te. Per sempre. Non ha mai impartito lezioni a nessuno. Ma ha insegnato tanto a molti. Lo spirito di sacrifico. La virtù della dedizione. Il senso della rinuncia. Il rispetto assoluto verso il prossimo. Un tenero, talvolta struggente, sentimento d’amore verso ogni forma di vita.

Già, un inno alla vita intonato, a campo aperto, con puntuale eleganza, meravigliosa semplicità, strabiliante umiltà. Forse, anche per questo, ma non solo per questo, immaginiamo il disagio che alberga in seno alla commissione comunale, voluta dal sindaco di Trapani che, tra le altre cose, è chiamata a pronunciarsi sulla richiesta avanzata dai familiari di conferire ad Aristide Zucchinali, di cui oggi ricorre il quarto anniversario della scomparsa, la cittadinanza onoraria, seppur postuma. Compito ingrato per i “saggi” dello sport. Per quanto, a nostro avviso, con tutto il rispetto per i ruoli, in tema d’omaggio vero alla memoria, certe cose non si pensano neppure. Si fanno e basta!

La maglia granata, amata e onorata come mai da nessun altro nella storia del calcio trapanese; il Trapani, la città, il suo popolo, abitano ancora nell’anima del “leone” di Levate. Da quella sua nuvola privilegiata, situata da qualche parte nell’universo, il “trapanese” – bergamasco “Ari” (diminutivo coniato da alcuni suoi amici), guarda – nonostante tutto – con occhi lucidi, gonfi di passione autentica, alla città che avrebbe voluto eleggere a sua dimora negli ultimi mesi d’esistenza terrena. Oggi, questa stessa città, è sempre più spenta, sotto ogni aspetto. È, sempre più, la residenza perfetta per l’esercito degli anziani; campo minato, invece, dal quale tenersi alla larga, possibilmente fuggendo, per i giovani. È una città che non sa neanche immaginare il proprio futuro; forse, perché non sa nulla, o quasi, del suo passato.

Eppure, 65 anni fa, in una calda estate dello scorso millennio, correva l’anno 1957, qualcosa di unico e irripetibile è successo. Fra questa entità geografica, bagnata da due mari, sferzata dai venti, ai confini del mondo e un “ragazzotto” pieno di sogni, fiero delle sue origini contadine, dai capelli crespi, che un viaggio così lungo e faticoso non l’aveva mai intrapreso, è scoppiato il virus che contagia, ma non uccide; che unisce piuttosto che dividere; che non discrimina, ma considera tutti uguali. Che non nega, ma concede. Qualunque cosa si voglia. Solo se fatta col cuore.

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