Trapani: incontro con Mariza D’Anna all’Istituto Rosina Salvo

La scrittrice ha parlato alla platea della sua attuale attività di giornalista e delle sue precedenti pubblicazioni, "Il ricordo che se ne ha" e " La casa di Shara Band Ong"

Ieri, 14 aprile, nell’aula magna della sede centrale dell’Istituto Superiore “Rosina Salvo” di Trapani, si è tenuta una conferenza, nell’ambito del progetto “Incontro con l’autore”, con la scrittrice e giornalista trapanese Mariza D’Anna. Erano presenti tre classi, le rispettive docenti e i componenti della redazione del giornalino d’istituto “Occhio di Falco”.

La scrittrice ha parlato alla platea della sua attuale attività di giornalista e delle sue precedenti pubblicazioni, “Il ricordo che se ne ha” e ” La casa di Shara Band Ong”, che raccontano la sua storia familiare di “profughi” fuggiti dalla Libia in seguito al colpo di stato nel 1969 di Muammar Gheddafi.

Nata a Trapani il 10 agosto 1962, Mariza D’Anna a soli venti giorni si è trasferita con la famiglia a Tripoli, dove è rimasta fino al 1970. Tornata in Italia, ha vissuto a Roma e a Genova, città dove si è laureata in Giurisprudenza. Giornalista professionista, ha collaborato con la Rai e altre testate nazionali e dal 1996 dirige la redazione di Trapani del giornale La Sicilia.

“Il ricordo che se ne ha” racconta la storia, in parte romanzata, della sua famiglia approdata nella Libia italiana nei primi decenni del Novecento. Ai margini del deserto, a cento chilometri da Tripoli, nel 1928 il bisnonno ottiene in concessione dallo Stato un vastissimo fondo pietroso e lo trasforma in una fiorente attività agricola. Ma è il nonno Carlo la figura centrale del libro, descritto dai suoi venti anni attraverso un percorso che lo vede prendere le redini dell’azienda e portarla alla massima produttività, sino al 1° settembre 1969 quando, con un colpo di Stato il colonnello Gheddafi caccia via dal Paese i ventimila italiani che vi risiedevano mentre “La casa di Shara Band Ong” si può considerare la sua ideale prosecuzione. La storia della sua famiglia in Libia – iniziata nel 1928 con il bisnonno Francesco, proprietario di una grande azienda agricola – prosegue con le sue esperienze di bambina, cresciuta a Tripoli fino all’età di nove anni, e costretta a lasciarla dopo la cacciata degli italiani dal Paese.

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