Storia di Trapani: 1943 delle bombe e della vita. La testimonianza del professore Salvatore Corso

Lo storico trapanese prof. Salvatore Corso oggi ci regala una testimonianza suggestiva dell'anno più triste della storia trapanese, quello dei bombardamenti del 1943

Lo storico trapanese prof. Salvatore Corso oggi ci regala una testimonianza suggestiva dell’anno più triste della storia trapanese, quello dei bombardamenti del 1943 che distrussero buona parte della città mietendo migliaia di vittime civili. Buona lettura

Sul 1943 a Trapani
A fine settembre 1942 tornammo dalla villeggiatura a Sant’Andrea di Bonagia, ultimata da parte mia, bene o male, la frequenza scolastica. E dell’ottobre non ricordo nulla sulla ripresa della scuola, anche perché si viveva in clima di guerra, evocata dalla ronda militare che percorreva le vie e ingiungeva energicamente a sera di tenere chiuse le imposte nelle finestre, in quanto la luce delle case poteva indicare la posizione agli aeroplani nemici, filtrando dai vetri, seppure opacizzati da strisce di carta incollate. Sapevo della guerra anche da notizie della radio, quando pochi privati la possedevano, fatta ascoltare perfino ai passanti e di giorno da Lorenzo Vento che era venuto ad abitare in affitto l’appartamento prospiciente via Sant’Andrea al 1° piano del nostro palazzetto.

Altra limitazione per la guerra la tessera annonaria, dopo la ritirata dal commercio per alcuni prodotti, fu decretata in Italia per pane, pasta, riso, fruibili sono 2 kg. a testa ogni mese, con maggiori restrizioni in varie regioni. Assenti dal commercio: caffè, grassi, burro; generi di pasticceria e carni, ortofrutta in alcuni giorni. Al 1941 ulteriori divieti provocano reazioni anonime con scritte sui muri. Ovviamente in crescita il mercato nero, di cui si servivano i più facoltosi che avvantaggiavano monopolio di alcune merci e delinquenza.
Al ritorno dal clima di spensieratezza in villeggiatura, della situazione differente ci rendemmo conto relativo noi ragazzi, negli sporadici contatti con i coetanei, perché i genitori si sforzarono di non privarci del necessario nell’alimentazione, ma tante famiglie soffrirono per gli introiti ed altre vissero di stenti e giunsero alla fame. In quelle ristrettezze e con i bombardamenti incombenti il cenone di fine anno 1942 fu organizzato dai miei nel retrobottega di via San Pietro e, oltre a zia Lorenza con zio Ciccio e Nino, Zia Ela con il figliastro Pietro, non mancarono il fratello di nonna Catarina, zio Stefano e la moglie zia Concetta che da badiota/ ragazza in una badia era buongustaia e si piccava di intrattenere su dolci e ricette di cucina, anzi in uno degli incontri frequenti ne fornì oralmente qualcuna a mia madre, di cui mia sorella Pina ricorda la pasta con le sarde. In verità Pina non la calcolava come madrina di battessimo, come era stata, perché molto sproporzionata e paffuta di corporatura e trasandata nel vestire, con un grembiulone che usava nella piccola bottega di generi alimentari all’angolo via Serraglio San Pietro-via Fiscale. Comunque, continuò a frequentare casa nostra a Trapani, anche dopo la morte del marito e noi ragazzi passavamo spesso nell’anteguerra nella sua bottega a salutarla.

Sfollati
In questo clima a Trapani dal gennaio 1943 si succedettero bombardamenti che costrinsero tanti a cercare rifugio nelle campagne. A trovare abitazione per la nostra famiglia di quattro bambini si unì la zia Titì con i figli Ciccino e Terina. Per noi ragazzi si ricomponeva la compagnia della villeggiatura l’estate precedente. Già nostri parenti avevano provveduto, affittando una casa a Fico di Valderice, vicino alla antica fontana, precisamente due cugini che avevano terminato le scuole superiori, da noi frequentati nella casa poco distante via Sant’Andrea, dove vivevano con la madre, zia Marietta Torre, moglie del fratello di mia madre Stefano, capitano marittimo requisito militare, di cui filtravano poche notizie. Di fatto fu trovata per noi una casa ugualmente a Valderice, in contrada Misericordia, così chiamata per un Santuario del secolo XVIII con un dipinto della Madonna con quel titolo. Una casa a pianterreno e sopra uno stanzone ed una cameretta, con un cucinino, ingresso con due gradini alti, di fronte alla chiesa-santuario. Ci sistemammo tra tende divisorie, fatte con coperte nello stanzone, mentre zia Titì nella cameretta, cucinino in comune. A pianterreno ebbero spazio nonna Catarina, vedova da poco, oltre a zia Ela/ Raffaella ed il figliatrro Pietro, che ci avevano ospitato nella casa al 2* piano del palazzetto a Trapani per la nascita di mia sorella Caterina.

Per noi bambini una seconda villeggiatura, anche se ci toccava andare a riempire l’acqua alla sorgente non lontana, dove sulla porticina di un casalino rimane ancora una lapide con i caratteri a sbalzo: Acquedotto Bonagia, sorgiva Misericordia. Era per noi una fatica giornaliera riempire le giare di legno, anzi una di zingo della zia Titì ed anche secchi, perfino pentoloni che i più piccoli reggevano in due per i manici. C’erano gli scherzi con l’acqua, le soste per il cambio ai manici, il versamento di acqua sulla strada di terra, quando arrivavamo vociando un’immancabile cantilena, inventata da mio cugino Ciccino: Aprite pruré e pigghiativi ‘a giarra pruré, dove non so cosa indicasse quel pruré accompagnato da pugni e calci alla porta socchiusa, da cui spuntava minacciosa zia Titì.
Noi ragazzi interrompemmo le scuole elementari, mentre Ciccino aveva frequentato la scuola di Avviamento, Pietro era iscritto all’Istituto Magistrale, ma dall’inizio di quell’anno scolastico 1942-1943 eravamo a Misericordia, dove non c’era traccia di scuola né di locali adattati per singole classi, inoltre negli altri mesi 1943 incalzarono più violenti e sistematici i bombardamenti fino a luglio. Nel santuario di Misericordia continuavo a vedere sugli scalini del sagrato ogni mattina lo stesso spettacolo: si affacciava il canonico Mariano Farina, un anziano prete che prima sfoderava il fazzolettone rosso o blu, si soffiava il grande nasone e poi lo ripiegava dopo l’abbondante presa di tabacco pizzicato dalla tabacchiera d’argento e solo allora era pronto ad alzare la voce e chiamare per la Messa: Turiddru, Giuvanni, Andrea! E celebrava quasi solo con me, eccettuate le domeniche, quando quei ragazzi spesso venivano e qualcuno suonava l’organo sistemato su una cantoria e Ciccino vi saliva per tirare a mano i mantici.

Tuttavia ora tirava un’altra aria, perché era trascorso un anno dalla villeggiatura a Sant’Andrea di Bonagia, ed eravamo diversi, seppure lo stesso gruppo di cugini, specialmente cambiati di umore perché in qualche misura sentivamo il peso della guerra, di cui vedevamo giornalmente sbucare soldati alloggiati nella canonica della chiesa-santuario, dove li accudiva la sorella del parroco, una donnina con la testa curvata, sempre davanti ai fornelli, dove la trovavamo in qualche sortita concessaci per quegli stanzoni. Il lampeggiare ed il frastuono in sottofondo dei bombardamenti su Trapani mise in allarme mio padre che, giungendo affannato a sera in bicicletta, portava notizie sulle difficoltà della vita in città ormai spopolata. Fu raggiunto un accordo con i contadini della zona che scavarono su un muro di roccia una piccola grotta che conteneva strette parecchie persone e noi bambini, come avvenne poche volte. A Misericordia si udivano pure i cannoni della postazione militare non distante sulla collina prospiciente Bonagia, da uno dei bunker di cemento, costruiti per respingere a cannonate un eventuale attacco dal mare. Gli adulti capirono che il pericolo costringeva a sloggiare dalle abitazioni per trovare riparo nelle più vicine grandi grotte, come poi seppi di gente in altre contrade.

Dovevamo per sicurezza sfollare e ci incamminammo a piedi di prima mattina con minimo di bagagli indispensabili. Mio padre guidava il gruppo, al collo accovacciata portava Caterina reggendola con una mano e con l’altra trascinava la sorellina di tre anni Rosa. Camminavo con mio cugino Ciccino undicenne, tenuto d‘occhio da mia madre con mia sorella Pina e zia Titi che per mano conduceva Terina. Appena sopra Misericordia, a Cubastacca si prendeva un sentiero che costeggiava la collina e intanto si erano aggregate altre famiglie a formare una carovana per superare il ponte sul fiume di Custunaci e salire leggermente verso la prima delle grotte tra tante prospicienti sulla vallata. Era profonda e provammo a sistemarci per mangiare e disporre un giaciglio di paglia radunata a mucchi da noi bambini. La notte passò tra lumicini improvvisati, e chiacchiericcio degli adulti, tra il consueto piagnucolio dei più piccini. Di buon mattino occorreva provvedere alle vettovaglie, oltre quelle portate, per i pasti all’aperto, sempre in cerca di una sistemazione meno precaria. Fu opportuno spingersi dietro un pastore che con le pecore andava a vendere il latte nel caseggiato di fronte. Le prime case sparse sorgevano in contrada Assieni e, scendendo più avanti ci fu indicata località detta pagghiara/ pagliaia, ove fummo accolti da Mariannina, una donnona affabile che mise a disposizione diversi locali per dormire e cucinare qualcosa, con ricotta e formaggi, pane fatto da lei nella prima mattinata. Fummo invitati a visitare la chiesa-santuario di Custunaci, dove si venerava una famosa immagine della Madonna: mia madre ne portò per sempre il ricordo in una immaginetta ricevuta dietro una modestissima offerta.

Rimanemmo alcuni giorni da Marannina e mio padre intuì il momento di tranquillità che invitava a tornare a Misericordia. Erano belle giornate di fine marzo, tra i fiorellini spontanei dei campi che lambivano piedi e bagnavano le scarpe malandate, tornammo alla vita più ordinata. Mio padre poteva raggiungere Paparella, nucleo centrale dell’odierna Valderice, e tentare di aprire bottega con le indispensabili attrezzature portate a stento da Trapani assieme ad alcuni prodotti più richiesti.

Dalla nostra casa di via Sant’Andrea avevamo portato il minimo e occorreva prendere qualche indumento e qualche tegame. Era rimasta zia Lorenza per accudire al figlio Nino ed al marito Ciccio falegnami, ma anche per cucinare a mio padre che non poteva abbandonare la bottega dove, tra i clienti, doveva rifornire i militari della casermetta sommergibili alla marina, da cui riceveva a titolo gratuito quanto avevano nella disponibilità e che non era in commercio. Mio padre li riceveva volentieri e in parte le offriva anche a qualche famiglia assidua cliente, mentre il resto dava, a quel tempo, in cambio di altra merce ad un certo signore alto e snello, inteso ‘u prisirenti/ il presidente., forse per le arie con cui si presentava, appuntito nel vestire e con sigaretta in bocca. Per il resto c’era, il mercato nero per caffè, zucchero, cioccolata in polvere. Anche per questo servizio ai militari non poteva abbandonare la bottega che fruttava soprattutto per il reparto salatumi e insaccati. Aveva merce, per essere più riservata, addirittura nella casa dei nonni a pianterreno e quel pomeriggio presto vi si era recato con mio cugino Nino per preparare forniture da offrire a clienti.

E lì dovettero fermarsi perché era suonata la sirena di allarme per il coprifuoco. Ma quella sirena, dopo tanto tempo, non suonò il cessato-allarme, per consentire la ripresa delle attività: brutto segno che rivelò l’attacco aereo in vista ed il bombardamento sopraggiunto impetuoso nel pomeriggio 6 aprile 1943. Al piccolo terrazzino accanto al cucinino a Misericordia si vedeva il lampeggiare nell’altro versante e, guardando in aria, le bombe che deviavano a pioggia. Eravamo rientrati a casa accanto agli adulti, ammutoliti ed inquieti di non potere uscire. Pochi minuti e il grande frastuono cessò: Fu così che Pietro, mio cugino più grande, che da Misericordia bazzicava a Paparella per fare acquisti per noi o per incontrare altri giovanotti, volle andare a raccogliere le notizie del bombardamento che si calcolava avvenuto sulla zona portuale di Trapani. E si precipitò da Paparella sconvolto a Misericordia e non fece in tempo a trattenere nonna Caterina che subito, in tappini/ in ciabatte e senza uno scialle, si svincolò da tutti e prese a piedi lesti la via per Trapani. Pietro ovviamente le si mise alle calcagna, anche per dissuaderla, ma fu inutile e dovette accodarsi e aiutarla, prima di giungere nella zona disastrata, a cui non trovarono accesso, perché i vigili li dirottarono su una traversa della via Fardella all’Asilo Caritas, dove era stato allestito un Ospedale per le centinaia di feriti estratti dalle macerie. Li trovarono in barella improvvisata in un angolo mio padre e accanto zia Lorenza dolorante al piede e con le grida alzate per avere intuito che il figlio unico Nino era morto, decapitato – come poi si ricostruì – da una grossa trave di ferro crollata nella casa al pianterreno.

Mio padre raccontò subito di essersi salvato all’angolo per il mobiletto-ghiacciaia alle costole e per una pila di legno precipitata dalla casa delle pile che formò un tetto di riparo, Ne fu estratto praticando una buca sul muro dell’androne (dove ora è apposta una Madonna in maiolica con una lampadina perpetua). Nel ritrovare zia Lorenza, nonna Catarina e Pietro andarono con cautela e a monosillabi singhiozzanti capirono che aveva temuto di non farcela, rimasta sotto le macerie fino a notte, rannicchiata in un angolo con la testa riparata da una porta caduta e incastrata nell’armadio di nonna Catarina: aveva pregato tutta la sera con una vicina di casa che lì aveva trovato rifugio e che rispondeva finché ebbe fiato alle preghiere. Nell’androne del palazzetto di via Sant’Andrea, da tanti vicini ritenuto rifugio sicuro per i muri spessi dell’antica chiesa dell’Incarnazione, si contarono alla fine alcuni morti e 13 feriti, soprattutto perché grossi ammassi di muri – come in seguito fu constato – si abbatterono sull’intero palazzetto. Pesò molto su tutti la constatazione della morte di Nino, conosciuto e stimato falegname nella zona, oltre alla mancanza di notizie dello zio Ciccio che poi si seppe in salvo presso suoi parenti in periferia della città.

Dopo qualche giorno ci ritrovammo tutti con Zia Lorenza, inconsolabile e zoppicante, alloggiata a Misericordia al pianterreno con la nonna. Mio padre, provato in viso e taciturno, dovette farsi forza per tornare ad una apparente normalità. Mi condussero al cimitero per il seppellimento di Nino e sostammo tutti, i genitori, zia Lorenza ed il marito zio Ciccio rientrato e pochi parenti o conoscenti: una bara di legno grezzo, murata al secondo posto, dove fu apposta, dopo tempo, una foto che lo ritrae con il grembiule grigio da lavoro sul marmo inciso dall’epitaffio dettato dal canonico Michele Ongano (a891-1967). Si seppe dell’immane disastro piovuto nell’intero quartiere, macerie fino al primo piano, come da fugaci notizie che si diffondevano fino ai villaggi di campagna, portate da chi, per un motivo e per un altro, riusciva a tornarvi in fretta per recuperare qualcosa.

Zio Ciccio persuase la moglie Lorenza a seguirlo nell’alloggio presso la famiglia della sorella in una villetta a Villa Mokarta alla periferia della città. Lì, non so come, andai a trovarli un paio di volte, pur rimanendo con i miei a Misericordia.

Per noi cucinava zia Titì con molti legumi e tante verdure dei campi raccolte da noi ragazzi, con companatico di tonno e pesci salati, raramente salumi, della bottega di mio padre. Non ricordo carne e neppure pesce che dovevano esserci in rare occasioni. Anzi la pasta era spesso fatta a mano, perfino per un pasto particolare pasta chi pisci chi si mangiau ‘a gatta/ pasta con i pesci che ha mangiato la gatta, ossia con il solo condimento per i pesci da zuppa. Talvolta frascatuli, semola di couscous incocciata/ lavorata più grossa a mano e poi messa nel sugo condito senza pesci, talvolta con broccoli o solo con cipolla soffritta. Gustosa pasta e fagioli, su aggiungeva nell’annuncio e musica ‘a notti, scoreggiare notturno; non meno la pasta con fave secche, sgusciate la sera prima e tolte le papuzzane/ vermi piccoli e neri. Quando non c’era altro, simmulata/ semolata con burrania/ borragine o semplicemente con olio e formaggio saliatu/ grattugiato nel minuto, ritmando con rumori vari il ritornello: simmulata mussu mussu e pignata pignata/ semolata fino al muso e sparsa per tutta la pentola. Per consumare il pane raffermo da ammollare: ciciri a brudettu/ ceci in brodetto favi pizzicati nella buccia esterna Si adoperava la tannura/ fornacella, barbecue mobile a carbone, a cui si dedicava la nonna, specie per friggere o arrostire. In più la nonna era specializzata per il sugo ora chiamato pesto alla trapanese e per i carciofi pepati a tianu/ tegame di coccio. Non ci ammalammo per la dieta molto povera, ma non mancò qualche litigio passeggero tra noi, tenuti a bada anche con i racconti a puntate la sera, protagonista sempre zia Titì che raccontava di: sosizzeddra, picchipacchi, o sirena di lu mari, ‘u surci e ‘u saristanu…e inframezzava qualche rimprovero all’occcorrenza; picciridri tristi/ bambini monelli!

Era il modo per distoglierci dalla fuga dei soldati da Misericordia, quando non sentimmo più che chiamavano sergente Tuccio e il sergente Melato e notammo via vai di persone che salivano nella casa canonica e dagli stanzoni prelevavano i rifornimenti che avevano lasciato i soldati italiani, ora che era giunta la notizia dello sbarco degli americani in Sicilia, già in agosto 1943 a Palermo, trovando uffici chiusi, treni e aerei fermi e campagne abbandonate.

Arrivano gli americani
In questo contesto arrivarono gli americani, a “liberarci” dal regime fascista, con le camionette fino alla chiesa-santuario a Misericordia, distribuendo gomme da masticare e generi vari di scatolame militare. Salutavano e qualcuno biascicava in siciliano qualche parola, segno di avere un’ascendenza di parenti immigrati dalla Sicilia.

Compresi dopo che, evidentemente, non fu solo un’apparizione passeggera quella degli americani, in quanto si stavano stanziando anche a Trapani, esattamente dove ora si nota una recinzione militare ad angolo via Giuseppe Clemente-via Santa Bernardette, uno spazio vicino a grandi cisterne di nafta in cemento, di cui si vede ancora un residuo sulla via Tivoli, nell’intera zona del Comune di Erice. Vidi quest’accampamento quando, tornati con la famiglia dallo sfollamento a Misericordia, abitammo per circa un anno nella vicina via Duca d‘Aosta. Accampamento che era frequentato ai margini da venditori improvvisati, anche gente di mare senza lavoro, che racimolavano monete americane, scatolame e sigarette, vendendo ai militari arance e mandarini e tentando parole americanizzate con cui comunicavano.

Vi andai, tenuto per mano, da un vicino di casa, amico fidato di famiglia, quel corpulento nostromo sbarcato per la guerra, capofamiglia di cognome Federico già prima conosciuto e sopra menzionato. Imparammo a mangiare dalle scatolette, in particolare gustando la carne di porco pronta all’uso e da tagliare a fettine. Questo era il periodo di improvvisazioni, in cui tanti si arrangiavano come potevano. Un periodo di incertezze e di allerta per via di chi svaligiava magazzini e trafficava con quello che trovava, come avvenne alla tonnara di Bonagia. Si sapeva di un governo provvisorio nell’Italia liberata e dell’armistizio dell’8 settembre 1943, nonché dell’insediamento a Palermo dal mesi di agosto di un’Amministrazione militare americana Alliad Military Government of Occupied Territory che avvisava tramite proclami affissi nei Comuni con il ripristino degli uffici e che, in diversi divisioni, gestiva i rifornimenti civili, gli ospedali, i prezzi e la moneta, la polizia ed i tribunali, gli inizi delle attività scolastiche.

Uno dei tanti, che si impossessarono del bottino della tonnara di Bonagia, convinse mio padre ad acquistare a buon prezzo scatolame di 5 kg. di tonno sott’olio, in un periodo di incertezze e di allerta, per via di chi svaligiava magazzini e trafficava con quello che trovava, come avvenne alla tonnara di Bonagia. Mio padre, acquistando quella merce, si riprometteva di vendere al minuto nella bottega improvvisata già a Paparella di Valderice, sempre in prospettiva di aprire a Trapani nella zona non distante dall’angolo di via San Pietro, per ricomporre la clientela vicina e lontana da cui era stimato. Aveva fatto male i calcoli, perché uno spione di Paparella, a cui aveva negato esattamente dei pacchetti di caffè, allora monopolizzati dal contrabbando, avvertì i carabinieri che erano sulle tracce di quella refurtiva di tonno e si presentarono una mattina a casa nostra a Misericordia, dove rovistarono sotto i letti e trovarono lo scatolame intatto e lo sequestrarono, portando nella camionetta mio padre, per un breve controllo, come dicevano. Invece lo trattennero in camera di sicurezza, che dava su un cortiletto, dove andavo con mio cugino Ciccino a Paparella a trovarlo, portando in uno scialle tutto da mangiare e, talvolta, un cambio di biancheria. Una pena incredibile vedere chc dormiva a tavolaccio, con la barba incolta e pensieroso. C’era solo tempo per scambiare poche parole e tanto affetto. Appena sciolto da qualsiasi vincolo, nella stessa udienza mio padre tornò a Misericordia con noi e pensò subito ad avvicinarsi quanto più possibile a Trapani.

La ripresa doveva consistere nel ritorno anzitutto al lavoro precedentemente avviato, la bottega a Trapani, e contestualmente all’abitazione per la famiglia, viisto che non era possibile accedere al rione San Pietro, per le macerie voluminose fino a coprire il 1° piano e per lo squallore e la mancanza di un minimo di servizi, acqua e luce. E al 1° piano del nostro palazzetto salii alcune volte sulle macerie, per accompagnare mio padre che tentava di trovare qualcosa a recuperare e mi impressionai fortemente. Mio padre riuscì presto a sistemarsi gradatamente nella popolosa via Giudecca, quartiere sempre animato e quasi illeso dai bombardamenti, dove riaprì bottega con scaffali, bancone, botti, bilancia a orologio e quant’altro ricuperò dalle macerie. Una zona trafficata e con altri negozi alimentari, concorrenti di mio padre, per tanti insuperabile per la qualità della merce venduta. Degli altri negozianti ricordo il posto preciso sempre nella stessa via Giudecca, richiamati dal nomignolo: ‘a cirinara/ la fiammiferaia e quasi di fronte un tale inteso stranamente faccitagghiata/ faccia tagliata che vendeva sapone di tutte le specie. Ad angolo con via degli ebrei la bottega di Titta Moglie e, quasi attaccata, quella di una donna detta ‘a pulena/ di poco conto, come i rilievi con volto di donna scolpiti da marinai nelle prua delle barche: qui indicava una donna con bottega più fornita di frutta e verdura Di fronte a quella di mio padre, una macelleria tenuta tradizionalmente dalla famiglia Lantillo, ‘u carnicavaddraru/ venditore di carne di cavallo, che presentava anche bollita in un pentolone da cui la estraeva per servirla a pezzi.

E si fermavano gli acquirenti, anche quelli, più numerosi, che andavano a consumarla alla taverna accanto, gestita da un omino gobbo e servizievole nel fornire carte da gioco e bicchieri di vino ai clienti nelle panche a sera, quando passavano dopo le ore di lavoro. A punta di via, verso via XXX gennaio, dopo il barbiere, il dolciere al pianoterra del palazzo Montalto. Coreografia e timore suscitava anche nell’ambiente un adulto cinquantenne, alto e corpulento, che si aggirava per le vie adiacenti con grida intermittenti e bava dalla bocca in cui masticava un fazzoletto: era indicato come ‘u lupinaru detto anche lupu-mannaru/ lupo di mandria, ritenuto pericoloso e ed era evitato in malo modo, di certo sofferente di licantropia, malattia che spinge a imitare il lupo. Di fatto quella di mio padre era una bottega frequentata da quanti si trovavano nella zona e non solo, in maggioranza tanti che si erano adattati alla meglio negli stanzoni nel Quartiere fino a quel tempo sede di militari dell’esercito, avendo avuto bombardata la casa. Persone, con famiglia numerosa, che spesso stentavano a raccogliere un gruzzolo giornaliero e compravano al minuto, per esempio tri unzi/ tre once d’olio in un piccolo orciolo o 50 grammi di mortadella o uno sgombro salato ed altro genere di salatume in modeste quantità. Provai incuriosito, più in là ad accedervi con il garzone di bottega, tornai sconvolto per la miseria e la promiscuità in cui vivevano.

Insieme all’apertura della bottega, fonte di lavoro e di guadagno, occorreva lasciare Misericordia e avvicinare la famiglia verso la città. Non si poteva ancora rientrare nel rione raso al suolo dai bombardamenti e fu cercata dai genitori una soluzione. Con una deviazione da via Argenteria sulla strada percorsa da e per Misericordia, mio padre, d’accordo con mia madre, in bicicletta passò da Borgo Cià e trovò la nostra lattaia donna Narda con tutta la famiglia affaccendata a riprendere il lavoro e capì che c’era disponibile un appartamento piccolo a pianterreno, sufficiente per noi, ora che anche zio Ciccio con zia Lorenza e la nonna avevano interpellato indirettamente un loro parente in altra zona periferica della città. Lo stesso avevano fatto zia Titì con vecchi conoscenti e zia Ela con Pietro. Era la separazione necessaria delle singole famiglie per una sistemazione provvisoria nel momento in cui i figli avrebbero potuto frequentare la scuola all’inizio di ottobre 1943, ora che il governo provvisorio via radio ne aveva comunicata l’apertura,con le altre attività e con i servizi indispensabili, nel periodo di “occupazione” dell’esercito americano.

Soluzione di accomodo in cui in ottobre 1943 già arrivammo, trasferendoci nella casa d’affitto di proprietà di donna e del marito di cognome Vittorioso, a Borgo Cià, all’angolo attuale via Santa Bernadette – via Duca d’Aosta, dove accanto abitavano le figlie con le famiglie e alcuni figli della nostra età. In particolare un ragazzo mio coetaneo Pietro Ardito con cui iniziai a giocare sulla terra e scavarla con paletta e mani, dinanzi ad in ex-cava di pietrisco che costituiva l’ovile. Assistetti qualche volta alla mungitura, alla immissione del latte caldo nelle bottiglie da lavare ed asciugare ogni giorno, alla vendita a chi veniva e ad altre famiglie a cui qualcuno lo portava, ora che carrozzino con mulo erano a riposo per non potere raggiungere la città. C’erano anche poche mucche a cui badava un omino sordomuto nella casa accanto, dove abitava una figlia di donna Narda sposata Giuffré. Pietro Ardito, che abitava nella traversa vicina con padre fabbroferraio e una delle figlie di donna Narda, ebbe un grave incidente giocando fortuitamente da solo tra mucchi di terra sotto casa, dove trovò un proiettile vuoto, residuo di guerra, di cui si mise a percuotere esternamente il fondo con una pietra. Si udì uno scoppio dei residui di polvere da sparo annidata negli interstizi – come poi si seppe, per avvertire soprattutto i ragazzi -, con seguito di grida assordanti di Pietro, per una mano sfracellata e sanguinante. Rividi il compagno di giochi dopo giorni con la mano fasciata e protetta ulteriormente da guanto, per riguardare e occultare la grave mutilazione che gli avrebbe cambiato la vita.

La casa di affitto a Borgo Cià fu un punto fermo per mio padre: gli consentì di occuparsi a rimuovere le macerie dall’abitazione, quanto era possibile. Mio padre e mastro Ciccio, marito di zia Lorenza, avevano provveduto, ancor prima dell’intervento pubblico, di sgomberare esternamente il palazzetto dalle macerie, sicché mio padre ed il cognato con alcuni manovali e lavorando con le proprie mani, sistemarono le strutture portanti internamente al piano terra, mentre recuperavano e conservavano scalini di pietra precipitati ai piani, inferriate della scala e dei balconi, aperture interne ed esterne che iniziarono a rinnovare quando servivano.

Per noi bambini occorreva frequentare dall’ottobre 1943 la scuola di Borgo Cià che già esisteva, trovata in stanze separate, Pina a riprendere la II elementare, in basso nella via Duca d‘Aosta, mentre io in IV elementare nella vicinna via Santa Bernadette. La maestra che mi accolse tra altri pochi alunni si chiamava Adalgisa Rizzo e appresi subito, anche dalla parlata, che era una profuga dalla zona dell’Istria ai confini dell’alta Italia. Mi legai ad un solo compagno che rivedo nella fisionomia e nel tratto intraprendente, Pino Cardella, mentre della classe e dell’apprendimento non trovo memoria. Maggiore legame strinsi nell’ambiente della chiesetta intitolata alla Santa francese delle apparizioni a Lourdes, quattro stanzette formavano una croce dimezzata al capo, per allineamento di tre comunicanti e l’altra in coda. Il prete di mezza età veniva solo la domenica e feste e imparai a servire Messa in ginocchio su gradino dell’altare a muro, modesto e con un’immagine certamente della grotta di Lourdes, che non ricordo. Una ragazza biondina, capelli raccolti, guidava nel canto suonando un armonium a pedale, talvolta chiamava di settimana i ragazzi per prove di canto e accorrevo tra i più grandi, per attrazione di simpatia verso di lei, da cui sviluppai i primi sogni vagamente sentimentali. Il prete era monsignor Gaspare Pilati (1887-1954), un canonico della cattedrale con prestigiosi incarichi pastorali e il servizio quotidiano all’Ospizio Marino. A questa breve presentazione aggiunse l’invito a seguire, dopo la celebrazione, una donna anziana a casa poco distante per prelevare per lui la colazione, consumata a mattina inoltrata per il digiuno eucaristico obbligatorio dalla mezzanotte.

Pino Cardella ed io riunivamo i compagni per giocare e un pomeriggio di bella stagione decidemmo di metterci con un banchetto davanti casa sua, traversa dopo la mia, a vendere biscotti, nespole, ciliegie, aranciate, birra, bibite varie ed altre cianfrusaglie prese a poco a poco e di nascosto dalle nostre case. Con il bel gruzzoletto di soldi organizzammo con alcuni compagni una festicciola con tutto quello che era rimasto da mangiare e bere, ci mettemmo allegri a cantare e scherzare, consumando il beveraggio, soprattutto tante bottigliette di birra avanzate, finché io mi ubriacai e non ero in grado di rientrare a casa. Dovettero trascinarmi e mi lasciarono avanti casa, ove era un ovile per le pecore di donna Narda la lattaia. Se ne accorse una delle figlie nubili e passò la voce all’altra sposata con un fabbro ferraio e con figli, tra cui un mio coetaneo c compagno di giochi, Pietro Ardito che riuscì a portarmi da mia madre, adirata e pronta a portarmi a letto e dormii profondamente. La mattina dopo mi svegliai intontito e mi ripresi, quando mamma e i compagni ricostruirono l’accaduto. Ancora negli anni 1980-1990, abitando nei pressi, passavo ogni giorno dalla casa di Pino Cardella, ancora intatta e in discesa e mi tornava in mente l’amicizia e la scena vissuta.

Sentivo la lontananza con zia Lorenza, con zio Ciccio e nonna Catarina e, di nascosto, scesi a via Marconi e presi il tram su rotaie, ma non ebbi tempo per obliterare il biglietto che vidi la fermata dell’antico Dazio comunale, all’angolo della moderna piazza Martiri d’Ungheria, un tempo piazza Stovigliai, intesa ‘u stazzuni/ fabbrica di tegole e recipienti di coccio. Scesi e per via Orti raggiunsi, attraversando traverse e traversine, la casa di solo piano terra dove erano alloggiate nonna e zii da quel loro parente che conoscevo per essere andato qualche volta con la nonna a trovare lui e la moglie. Lascio immaginare sorpresa e richiamo a non ripetere l’avventura senza dirlo a mamma. Dovetti rientrare subito per non allarmare, ma mia madre non accettò la falsa giustificazione e ottenne la verità, senza castigli, ma con l’assicurazione del permesso per le successive uscite, ma continuai poi tranquillamente a chiedere i dovuti consensi.

Nel settembre 1944, Giovanna, una dei Federico che divennero vicini di abitazione anche nel primo dopoguerra a Borgo Cià in altro piccolo appartamento di donna Narda, volle, con mio piacere e con permesso di mia madre, condurmi in cattedrale a Trapani dove assistetti all’ordinazione sacerdotale di Salvatore Cassisa (1921-2015), con cui i Federico avevano parentela tramite la famiglia di Alberto Ferrante (1927-2015), poi prete, ed ebbi anch’io dal neo-ordinato cugino Cassisa, durante il ricevimento nella sua casa di via Corallai, con un coppino/ mestolo, i confetti bianchi di rito direttamente sul palmo della mano. Un evento per me significativo, anche per la festa modesta in casa, in quel periodo di rarissime occasioni simili.

La ripresa nel dopoguerra
Per l’anno scolastico 1944-1945 i genitori decisero di abitare nei locali sgomberati dalle macerie, con l’ingresso in via San Pietro, seppure a piano terra, anche per comodità di mio padre che altrimenti continuava a rimanere in bottega l’intera giornata, mentre sentiva il bisogno della pausa per il pranzo e di non procrastinare il rientro alla sera. Finiti i lavori di sgombero, il pianterreno, ossia l’ambiente dove era stata la bottega di mio padre, fu diviso facilmente in stanze separate e comunicanti con aperture. In primo luogo un portoncino d’ingresso che immetteva subito in camera matrimoniale e, di seguito, una camera grande per lettini a noi bambini, poi ancora un più vasto ambiente con l’acqua corrente per lavarci e per pulire il pavimento di cemento, più avanti lo spazio a cielo aperto, dentro un muro di cinta del palazzetto, adattato con una pinnata/ tettoia, per la cucina nella tannura/ fornacella, barbecue mobile a carbone, il tavolo da pranzo e le sedie. Lo spazio consentiva un minimo di movimento e gioco a noi bambini, inoltre c’erano bagnarole e pila di legno per fare il bucato e corde per stendere panni ad asciugare. Così tornammo nel nostro quartiere, seppure in casa d’accomodo, accanto a cui si ripristinavano a poco a poco altre e c’era tanto lavoro per i mastri che animavano la zona di giorno. Di notte nel vicolo Folle continuava un altro genere di vita non familiare, con donnacce e omoni che le frequentavano. Anzi una mattina tardi un uomo con cappello e bastone le cercava e glielo indicai innocentemente, né potevo diversamente. Per questo la sera tardi, anche dopo anni, non aprivamo finestre dal prospetto di via San Pietro, per non sentire e vedere.
Del resto mio padre non si ritirava molto tardi dalla bottega, ora che non inforcava la bicicletta per arrivare fino a Misericordia di Valderice o a Borgo Cià. Aveva una cesta di corda intrecciata in cui, oltre al companatico di salatume o salumi, aveva l’incasso della giornata ed un coltellaccio per qualunque evenienza di difesa, ma non lo adoperò mai. Grande dispiacere ebbe mia madre, che teneva gli oggettini d’oro prelevati prima dello sfollamento, in un posto segreto della sua camera all’ingresso della nuova abitazione, quando ne voleva indossare qualcuno e non trovò nulla, eppure il portoncino esterno era chiuso e così la porta che nel retro dava nel vano in cui c’era la pinnata/ tettoia; si convinse che qualcuno avesse contraffatto una chiave e fosse entrato, anche di mattina, sicuro di non trovare nessuno, perché noi due più grandi a scuola e la mamma, anche per non restare sola, con Rosa di 4 anni e Caterina più piccola, andava da mio padre in bottega e gli consentiva di assentarsi per sbrigare qualche faccenda inerente alla vendita al minuto. Parecchi fornitori, in realtà, venivano, più assidui dall’anteguerra i fratelli Caruso che al loro aiutante, un omino piccolo e forzuto, affidavano il compito di scaricare, dalle spalle con sacco a cappuccio sulla testa, l’olio in otri di pelle rivoltata di animali, con un collo legato strettissimo, da aprire per versare il contenuto in apposite grani taniche di metallo, sistemate su poggi di legno, con rubinetto alla base. Scaricavano pure olive da mettere in botti con apposita salamoia preparata da mio pare, da cui, una volta maturate, erano estratte con un corposo colabrodo. Le forme di formaggio e di salumi erano consegnati da rappresentanti di grossisti; le uova erano portate dal contadino in carretto trainato con mulo, come, del resto, tutti i fornitori, tranne i committenti o rappresentanti di merce che portavano in bicicletta.

Nel frattempo Zia Titì con Ciccino e Terina, non potendo tornare nella casa diroccata a vicolo don Bernardo, presero in affitto in vicolo della Torre un appartamentino nei pressi e di proprietà di una cugina. Per quei vicoletti diventai assiduo quando contestualmente con il ritorno a Trapani mi muovevo con Pina a ripristinare con Ciccino e Terina la compagnia della villeggiatura e dello sfollamento. Nell’abitazione di zia Titì era un passatempo giocare tra noi quattro ragazzini o ascoltarla nei racconti che riprendeva a narrare, sempre in attività, ora che aveva notizie rassicuranti del marito che rimaneva a Messina per ragioni di lavoro, ma rispondeva alle lettere giunte da Trapani. Anzi con Ciccino e Terina andammo una volta a trovare i loro nonni in un cortiletto della via Vittorio Emanuele II, in fondo e di fronte piazza Jolanda. Due anziani che si reggevano da soli in una casa al pianterreno, aiutati dalla figlia Bartolina sposata e senza figli che abitava lì al 2° piano. Fummo bene accolti e passammo qualche ora, con i nonni chiamati di vossia/ vostra signoria, per me in modo antiquato, ugualmente l’indicazione ‘u papà granni e ‘a mamà granni, alla francese, come già appreso nel frasario di quella lingua, con cui i nipoti dovevano chiamarli.

Avevamo ripreso la scuola, Pina in III elementare alle scuole pubbliche, per le femmine nell’ex-convento dei Padri Filippini, al tempo delle Crociate abitato dagli Ospitalari di San Giovanni Elemosiniere, Rosa e Caterina con mamma, che usciva raramente e qualche volta doveva portare dal pediatra, il dottore Carlo Guida che esercitava nella via Argentieri, ora che il dottore D‘Amico non c’era in sede in piazzetta San Pietro, dove l’intero palazzetto non era stato ripristinato dalle macerie.

A me toccò di essere iscritto all’Istituto dei Salesiani all’inizio della via Fardella, subito appresso la grande piazza Vittorio Emanuele II, forse per consolidarmi nella preparazione alle scuole superiori, anche se ero ancora alla V elementare. Vi andai per l’iscrizione con mia madre e zia Lorenza e vi trovai uno stuolo di ragazzi di tutte le età, quando ancora non era iniziato l’anno scolastico, che si divertivano in tanti giochi, Il tragitto era semplice ed arioso ed iniziai a percorrerlo da solo con la cartella a tracollo e in pantaloncini corti, con quella giacchettina di stoffa già in ben diversa occasione allestita da mia madre, come si vede in una fotografia di gruppo con i numerosi compagni.

Il lunedì a scuola all’Istituto dei Salesiani, maestro era don Montana, un cinquantenne robusto e austero, con una bacchettina di legno di circa 50 cm con cui colpiva in testa irrequieti e svogliati: non ci incappai neppure per sbaglio. Tra i compagni: Cipolla, i fratelli Franco e Dino Ingargiola, Piero Adragna, Guarnotta, Cernigiaro, Nicola Dragotta, Mommino Adragna, Di Marco, inoltre il pacecoto Ingrassia, rossiccio di carnagione, che poi ritrovai da adulto nel sindacato CGL e altri in varie fortuite situazioni. Alcuni di essi già dalla V elementare, altri dalla I media, forse per questo passaggio rimangono impressi confusamente nella memoria. Inoltre alcuni, dopo la sosta a casa per il pranzo, tornavano per le attività ricreative dell’Oratorio e talvolta per svolgere attività essendo iscritti in una delle associazioni. All’Oratorio certamente misi piede da subito, finita la scuola e tornato per il pranzo a casa, riprendendo la stessa strada e sostando nel cortile per i vari giochi, passa-volante, palla avvelenata, staffetta, calcetto, bigliardino ed altri che mi sfuggono, a fine giornata anche canti e preghiere della sera tutti riuniti attorno al direttore o sostituto che saliva su qualche gradino di accesso alle stanze. Tornavo anche d’inverno e indossavo un cappottino e un berretto di pelo rasato marroncino chiaro che un pomeriggio lasciai su uno dei sedili fissati al muro, forse per assistere a partita di calcetto. Mi capitò di allontanarmi, recandomi al passa-volante, che non avevo in pratica e mi divertivo solo a guardare tanti spericolati: non trovai più né cappottino né berretto, solo la cartella e dovetti moggio moggio correre a casa e ricevere il rimprovero di sguardi e silenzioso da mia madre.

All’Istituto dei Salesiani di mattina, oltre ai ragazzi per le classi di scuola, proprio nel lungo corridoio che vi immetteva al 1° piano, si passava tra una fila disordinata di diseredati che in uno stanzone ad angolo si recavano all’Ufficio di Assistenza per ottenere un sussidio e talvolta trascinavano con se bambini. All’uscita ormai poche persone attendevano dalla mattina il turno. Al sussidio provvedeva dal 1945 l’UNRRA United Nations Relief and Rehabilitation Administration, un’organizzazione creata dagli Stati e da altri 43 Paesi per fornire aiuti finanziari e in natura ai Paesi colpiti dalla guerra, prima che forme di cooperazione rientrassero dal 1948 al 1951 nel Piano Marshall. Intanto il giovane prete Antonio Campanile (1920-1982), dopo l’ordinazione presbiterale nel dicembre 1942 si dedicava nel primo dopoguerra a dare assistenza a chi non ne riceveva, iniziando nell’odierna Valderice in una casa di villeggiatura a cui diede poi nome Villa Nazareth ad assistere diseredati, soprattutto ragazzi adenopatici e affetti da diverse malattie con ausili di medici specialisti, da cui nacquero ambulatori ed una scuola per assistenti sociali nell’ex-chiesa SS. Trinitò , trasformata in aule e uffici con la denominazione di ONARMO. E ciò prima che nel 1953 fosse istituita da papa Pio XII la Pontificia Opera di Assistenza che a Trapani operò proprio con lui e con aiuti della Regione Siciliana riuscì add acquistare villa Adragna che denominò Villa Betania. Un’imponente complesso di opere dalla morte di Campanile confluite nella Fondazione Auxilium con ambulatori e specialisti.
Evidenttemente non conoscevo questi sviluppi, ma percepivo l’inserimento della Chiesa di Trapani nell’opera assistenziale, quando riflettevo andando con la cartella di cartone ogni mattina per la stessa strada, e. depostala in classe, in fila in chiesa per la Messa quotidiana, poi il tempo per raggiungere ordinatamente le classi e sui banchi a due posti per le lezioni.

Era il tempo in cui in famiglia passammo ad abitare al 1°piano negli ultimi mesi del 1944, sistemato con il passamano di legno non rifinito fino a pianerottolo compreso e le stanze per il nostro soggiorno, appena ridipinte con semplice calce bianca. L’ingresso immetteva a sinistra in una stanzetta con finestra nel vicolo e vi dormiva nonna Catarina, dall’ingresso nella sala da pranzo poi le stanze da letto da un lato e la cucina dall’altro, per tre sorelle che dividevano il letto a mezza piazza e un lettino, nella camera di fronte a quella dei genitori, riservando a zia Lorenza e zio Ciccio la stanza accanto alla sala da pranzo e a me uno stanzino tra la camera dei genitori e quella delle sorelle. Così si era ricomposta la famiglia, divisa dalla guerra e dai bombardamenti.

Nelle case c’era la luce elettrica, ma si interrompeva spesso per riparazioni alla rete e per alimentare le contrade in sviluppo per il settore di agro-pastorizia. Si supplica con candele caratteristiche di coccio dove si alimentava un meccio di bambagia immesso nell’olio oppure con tanti lumi a petrolio e il tubo mobile in vetro. Il rifornitore abbanniava/ lanciava un bando per chiamare acquirenti, con una melodia a cadenza bassa: I tubi di lume, zocculi, zocculi, accendi carbone avemu/ Abbiamo tubi per i lumi, zoccoli, accendi carbone. Preceduto di prima mattina da un contadino che, con cesto a tracollo in cui porta gelsi veri e un piattino per prenderli, abbanniava/ quale banditore in toni di canto: ceusi frischi e niiuri so’/ gelsi freschi e neri sono. Mamma calava dalla sua stanza il paniere con una scodella e le monete occorrenti e ne gustavano una piccola quantità in camicia da notte e poi ci vestivamo dopo pulizie e si prendeva latte con pane equalche biscotto, spesso di quelli preparati in casa e infornati dove compravamo il pane quotidiano.

La mattina era nonna a preparare caffè aggiungendo orzo e carruba a pezzetti e senza semi nel macinino, da versare nella caffettiera napoletana con l’acqua nella parte inferiore, poggiata sul fuoco a carbone, acceso dalle prime ore della giornata e poi a bollire il latte, destinato quasi esclusivamente per noi bambini, che aveva appena comprato ‘o chianu sotto il muraglione della ex-caserma, ora abbandonata di via XX gennaio, latte visto mungere – come mi toccò personalmente qualche volta – dalle capre lì condotte poco prima dal contadino. Intanto zia Lorenza si attardava in camera per sbattere i materassi e aggiustare il letto, appena zio Ciccio era sceso presto in falegnameria, oltre che per frenare con vari rimedi la sua asma tra tanta tosse roboante.

Il pranzo a casa era in comune, zio Ciccio saliva dalla falegnameria in cui aveva ripreso a lavorare e mio padre tornava dalla bottega di via Giudecca, poi a sera si aspettava mio padre e i piccoli cenavano a parte A tavola un piatto di pasta a pranzo, variamente condita e un pezzettino di formaggio o un pesce salato arrostito o sgombro e sarde salate e pane sempre fragrante, per i bambini frutta di stagione. A sera abbondava il salatume, comune a casa nostra e portato nella ccsta da papà, tutti ricavati dal tonno: tunnina o surra/ parte grassa in salamoia, ventresca/ tonno sott’olio, salami di due tipi e perfino interiora: uovo o cuore di tonno, ficazza, musseddru, pulmuneddru, ureddru arrostito sul fuoco, qualche uovo di gallina strapazzato o a frittata, raramente ciurusu/ bazzotto, tra crudo e sodo per inzupparvi a strisce il pane, affettati di mortadella o salame, con finocchi e vastunachi/ bastoncini a punta, specie di carote più violacee, qulche frutto. Zio Ciccio avvertiva i primi malori, quando a mezzogiorno non riusciva a inghiottire gli spaghetti e si doveva fermare a deglutire acqua o alzarsi.

Per lavare i panni e tutto ciò che si sporcava, specie da noi bambini, per anni venne a casa la lavandaia Pippineddra, parente, che a tavola pranzava con noi, mentre nonna Catarina badava a cucinare e mia madre dava una mano cercando i mettersi accanto Pina mia sorella, quando non era a scuola. Soprattutto nelle domeniche e feste nonna Catarina non aveva perduto l’abitudine di dedicarsi a preparare sulla tannura/ fornace, quella specie di barbecue, che comunemente si usava, sistemato al 1° piano, avanti l’ingresso di casa in un passetto superstite dall’altro appartamento più piccolo e appena praticabile, finché un giorno sprofondò e nonna rimase incastrata subito sollevata da uomini chiamati dalla falegnameria. Facilista era definita da tutti la nonna che, quando ancora non c’era per il 2* piano il passamano di legno, arrivò a spingersi per prendere panni lì stesi alla attempata lavandaia ad asciugare, in locale ancora mezzo diroccato, che poteva bastare come emergenza, all’aperto per un lato. Un giorno, difatti, la nonna perse l’equilibrio e cadde dall’angolo di scale al 1° piano giù nell’androne del palazzetto. La videro cadere le sorelline e fu un precipitare di adulti. Si fracassò l’omero sinistro e riportò solo una frattura non grave in testa, fortunatamente, perché la caduta fu attutita, in quanto vi era, sotto l’ampia gabbia scala, un quattro piedi da bottega in cui mio padre pattiava/ tagliava con un coltellaccio prima della guerra il baccalà da mettere a bagno in tinozza davanti la bottega.

Portata all’Ospedale nonna ne uscì soltanto con testa fasciata e spalla fasciata per stare immobile, fino alla guarigione che arrivò dopo qualche mese, con meraviglia di tutti noi. L’accogliemmo in canto e allegria per avere scampato il peggio: ‘A nanna cariu d’u lettu, la purtaru ‘o Spitalettu, ‘u Spitalettu era chiusu, la ‘nfilaru dintra ‘o pirtusu: dintra ‘o pirtusu c’era tabaccu e facia ‘a zinnananà chi fetu chi fa/ La nonna è caduta dal letto, l’hanno portata all’Ospedaletto, l’Ospedaletto era chiuso e l’hanno infilata dentro un buco, dove c’era tabacco e starnutiva con fetore. L’Ospedaletto era all’angolo via XXX gennaio-via Mercé, dove i medici praticavano le vaccinazioni d’obbligo ai bambini, e vi fummo accompagnati nelle debite scadenze. La rivedo in piedi nonna Catarina, completamente rimessa dopo mesi e volenterosa ad uscire, quantomeno per andare alla bottega del figlio Turiddru o in chiesa solo per domeniche e feste. Ora che era più bassina e diversamente conformata nel corpo per la botta presa, bisognò coprirla per le uscite invernali e decisero una mantella per le feste con una trina apposta come finto colletto in disegno alle spalle e la fibbia per chiusura, altra mantella andante per le uscite feriali, ambedue cucìte da mia madre.

Tutto passava con le feste e con la loro preparazione a casa, tranne i frutti di martorana comprati di nascosto, nascosti per casa e da scovare per la sorpresa in vassoi con aggiunta di puma/ mele piccole provenienti da Napoli, noci, castagne, fichi secchi e qualche cioccolatino, immancabili i pupi di zucchero che rappresentavano paladini di Francia e dame di corte, ovviamente tutto colorato artigianalmente. Ovviamente ai monelli solo carbone: ce lo avevano ripetuto nei giorni precedenti per rabbonirci da innocenti capricci. Dopo i furtivi morsi alla martorana o in testa ai pupi, tutti vestiti di festa al cimitero nella cappella di famiglia, dove erano quelli del lato paterno, mentre ci spostavamo per un fiore e un bacio alle tombe di nonno Alberto Messina e nonna Rosa Ilardi, passando internamente al cimitero nuovo sul lato posteriore, incontrando una particolare cappella gentilizia aperta per consentire a tutti di onorare Nunzio Nasi (1850-1935), il deputato e ministro, concittadino illustre conosciuto da nonna Catarina quando fu processato e agli arresti domiciliari in via XXX gennaio. Era anche il periodo delle mele-cotogne e mia madre le svuotava al centro e condiva con zucchero, da portare al forno a due passi in , proprietario zio Turiddru Messina, cugino di mia madre che lì abitava con moglie e figli della nostra età, con cui ci intrattenevamo a giocare nell’attesa di tornare a casa: le mele-cotogne costituivano una buona e cremosa merenda.

A Natale i sfingi/ frittelle dolci intinte calde in zucchero e cannella, il cenone con baccalà e broccoli e poi a giocare a carte all’asso o al cavallo che corre e si passa nascosto sfilando altre carte, a mbò che si gridava al perdente, a cuccu con i mazzetti da puntare. Più spesso si giocava con mandorle e si sgranocchiavano quelle muddrisi/ morbide che si schiacciavano con i denti, oppure si adoperavano soldini e c’era gara nell’accumularli per il salvadenaio di coccio, da aprire appena riempito. Aveva cenato con noi l’unico fratello di nonna Catarina, zio Stefano con la moglie zia Concetta, detta badiota/ da ragazza in una badia, madrina di battesimo di Pina mia sorella, e non mancavano i regalini attorno al presepe ad angolo con le tradizionali nove noccioline da diminuire ogni giorno della novena e tanto alloro in ghirlanda con appesi mandarini consumati nel cenone, dopo che il più piccolo aveva tolto la bambagia di copertura del Bambinello e così nasceva tra i nostri canti natalizi.

Il giorno di Santo Stefano, l’indomani, zio Stefano si presentava con la zia Concetta e portava i mustazzoli/ biscottini piccoli e scuri per l’impasto con vino cotto e con sesamo attorno, da sgranocchiare negli intervalli tra pranzo e gioco dopo cena fino a tardi. Anche carnevale era per noi festa, ben diversa, ma sempre in allegria, tra pranzi più grassi a cominciare da settimane prima con il giovedì grasso e poi la domenica ed il martedì quando vedevamo sulla strada i mascarati/ mascherati travestiti da grandi rincorrersi con i bastoni e vociare sguaiatamente. A carnevale, inoltre, si udiva risuonavate una conchiglia pulita e talvolta stagnata, con il fiato immessovi da ragazzotti mascherati.

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