“Silenzio, esce la Corte”

La condanna definitiva: l’era di D’Alì è finita. Il silenzio di Trapani

Seminascosta dalla tragica morte del capitano Altruda, è passata quasi sotto silenzio la condanna definitiva a sei anni dell’ex senatore D’Alì. Una singolare concatenazione d’eventi, ovvero l’incidente aereo con successiva polemica fra giornalisti trapanesi, ha confinato una notizia eclatante come fra i titoli di coda d’un film. L’agenzia della sentenza della Cassazione, una breve biografia del personaggio condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e storia chiusa.

Come se fosse stato condannato un modesto consigliere comunale, e non un potente banchiere, poi senatore per quasi un quarto di secolo, sottosegretario per una legislatura e, ancora nel 2017, quand’era già sotto inchiesta, candidato a sindaco di Trapani. E ancora, scopritore del personaggio Mimmo Fazio, sindaco dal 2001 al 2012. Insomma, un uomo potente se ce n’è uno, a cui va riconosciuto il merito (non è da tutti) d’essersi difeso nei tribunali con misura e a cui auguro d’uscire presto dal carcere. Non è lì che dovrà fare i conti, se ne avrà voglia, con la sua coscienza.

Va ricordato, per memoria collettiva, che l’assoluzione di D’Alì nei primi due processi era avvenuta ricalcando quella del processo Andreotti, ovvero, mi si perdonerà la grossolanità, colpevole fino a certa data, ma coperto dalla prescrizione, assolto, con la formula dell’usato sicuro dell’insufficienza di prove, per i fatti più recenti. Non il massimo, è evidente, per un uomo delle istituzioni.

Sui social molti hanno commentato che, una volta data la notizia, non ci sarebbe stato altro da aggiungere. Al contrario, chiusa la vicenda giudiziaria, resterebbe da dire tutto il resto. Ovvero quale modello di sviluppo ha offerto alla città il potere strabordante di D’Alì, cosa ha lasciato, se miseria o progresso. Ma l’imbarazzo generale impedisce di parlarne: troppo la città è stata accucciata ai piedi del potente per poterlo ora criticare. Per dire, ad esempio, se è vero o no che la Louis Vuitton Cup (comunemente qui chiamata “America” Cup) è stata come stappare una gassosa, via la schiuma resta acqua. O resta il mangificio in cui la città s’è ridotta, coi tavoli di bar e ristoranti fin dentro i portoni, e poco altro. Coi giovani che non ci sono, scappano appena finita la scuola, e non tornano.

Era difficile contrastarlo, D’Alì. C’era la minaccia delle azioni giudiziarie (la magistratura è sempre stata molto sensibile alle querele dei potenti ai giornalisti, si veda il recente caso Report), o della causa civile, forse ancora peggio di quella penale. E poi c’era il contesto: chi muoveva mezza critica era quasi messo ai margini. Figuratevi che, sempre per memoria collettiva, fu rifiutata la cittadinanza onoraria ad un prefetto, Fulvio Sodano, non certo un pericoloso sobillatore di folle, giudicato non meritevole in quanto avversario del senatore. Se si tratta così un ex prefetto, figuratevi chi nella scala gerarchica occupa diversi gradini più in giù.

Trapani non sopporta chi sostiene che è stata, ed è oggi in forme diverse, una città di mafia. Ricordo che nel 1984 andò sulla Rai la prima serie de La Piovra, qui girata, e smaltita la curiosità per osservare vie e piazze, individuati i volti conosciuti fra le comparse, partirono le critiche e agli attacchi a chi ci dipingeva come mafiosi. Erano gli anni Ottanta: l’anno prima Cosa Nostra aveva ammazzato Ciaccio Montalto, avrebbe fatto seguito la strage di Pizzolungo, poi Rostagno e Giacomelli. Ma guai ad accoppiare a Trapani la parola mafia.

Ma bisogna rassegnarsi, perché ogni tanto l’accoppiata riaffiora, magari solo come una sorta di ufficio di collocamento per aspiranti consiglieri comunali, come si seppe nel 2019, quando il candidato si rivolgeva al boss per chiedere se poteva usargli la cortesia di trovare, a pagamento, un po’ di preferenze. Mi immagino un “le faremo sapere” come risposta.

Insomma, l’era di D’Alì è finita, non se ne intravedono altre, almeno di quella misura: seppur chiacchierato, gli trovarono una poltrona al Viminale, per dire. Questo è, di questo si dovrebbe discutere e confrontarsi, anche difendendo l’ex senatore, se del caso. Invece c’è il silenzio, e forse è proprio questo, il silenzio, che Trapani, povera e disgraziata città, merita.

***

[Scrivo queste note usurpando il mestiere di cronista, non traendo il mio reddito principale (e da qualche anno neanche quello secondario) dall’attività di giornalista. È la tesi di Nicola Baldarotta, che questo ha più o meno sostenuto in un, per il resto onesto e coraggioso, editoriale sul suo giornale, Il Locale News. Per lui il titolo di giornalista è attribuibile solo a chi lo fa in via esclusiva. In due righe, Baldarotta ha liquidato migliaia di pubblicisti, spesso sfruttati, che innervano le redazioni di giornali e televisioni in tutta Italia. Seguendo il suo ragionamento, Giovanni Ingoglia e Aldo Virzì (mi limito a citare solo loro come casi emblematici) avrebbero dovuto occuparsi del giardino di casa, invece che di mafia o cultura. Ma basta così, chiudiamola qua: come diceva con saggezza una mia vecchia amica, niente ci fa].

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