Mafia, fermi della Dda di Palermo tra Agrigento e Trapani: c’è anche il nome di Matteo Messina Denaro

C’è anche il nome del boss latitante Matteo Messina Denaro nel provvedimento chiesto dalla Dda di Palermo che oggi ha portato al fermo di 23 persone ritenute appartenenti alle famiglie mafiose di Agrigento e Trapani.

Dalle indagini è emerso che, per due anni, i capimafia di diverse province siciliane si sono riuniti nello studio di un’avvocatessa di Canicattì, Angela Porcello, finita in cella oggi nel blitz dei carabinieri del Ros.

Gli inquirenti hanno accertato che la professionista, compagna di un mafioso, aveva assunto un ruolo di vertice in Cosa nostra organizzando i summit, svolgendo il ruolo di consigliera, suggeritrice e ispiratrice di molte attività dei clan. Rassicurati dall’avvocato sulla impossibilità di effettuare intercettazioni nel suo studio, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, un ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate e il nuovo capo della Stidda si ritrovavano, secondo le indagini, nello studio, per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra.

Le centinaia di ore di intercettazione disposte dopo che, nel corso dell’inchiesta, i Carabinieri hanno compreso la vera natura degli incontri, hanno consentito agli inquirenti di far luce sugli assetti dei clan, sulle dinamiche interne alle cosche e di coglierne in diretta, dalla viva voce di mafiosi di tutta la Sicilia, storie ed evoluzioni. Uno spaccato prezioso che ha portato all’identificazione di personaggi ignoti agli inquirenti e di boss antichi ancora operativi.

L’inchiesta riguarda anche un ispettore della Polizia di Stato e un assistente capo della Polizia Penitenziaria, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreti d’ufficio.

Dalle indagini è emerso come Matteo Messina Denaro è ancora riconosciuto come l’unico boss a cui spettano le decisioni su investiture o destituzioni dei vertici di Cosa nostra.

Sono anche stati registrati, secondo la Procura di Palermo, in diverse occasioni e su più livelli, “preoccupanti spazi di gravissima interazione fra detenuti, fra detenuti e l’esterno e fra detenuti e appartenenti alla Polizia Penitenziaria; interazione che l’attuale sistema penitenziario non è riuscito, in tali momenti, a evitare”.

Nella Casa circondariale di Novara, tre autorevoli boss – di Agrigento, Trapani e Gela – “riuscivano ad entrare in contatto, a dialogare tra loro, in alcune occasioni financo a scambiarsi informazioni finalizzate ad assicurarsi un canale di comunicazione con l’esterno”. “Hanno sfruttato – accusano i pm – le inefficienze dei controlli da parte del personale della Polizia Penitenziaria”.

Tra i fermati anche Angelo Gallea, il mandante dell’omicidio del giudice Livatino, che aveva lasciato il carcere il 21 gennaio 2015 dopo aver scontato 25 anni. Era ritenuto un detenuto modello. I pm di Palermo scrivono nel fermo che lo riporta in carcere: “Il provvedimento che ammetteva al beneficio della semilibertà, emesso dal Tribunale di sorveglianza di Napoli, si basava tra l’altro anche sulla declaratoria di ‘impossibilità’ della sua collaborazione con la giustizia”, dato che tutti i reati da lui commessi erano stati accertati e dunque sarebbe stata impossibile una sua collaborazione. In realtà, Gallea conservava ancora tanti segreti che sono diventati la sua forza nel momento in cui è tornato in libertà.

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