giovedì, Febbraio 29, 2024

La Pasqua dei fiori a Trapani e la festa di santu Libiranti

La festa di san Liberale raccontata dallo storico trapanese, professore Salvatore Corso. La Pasqua dei fiori e la scampagnata "fuori porta" del lunedì dopo la Pentecoste, antiche e perdute usanze trapanesi

Oggi è il 24 maggio e non mi era ancora capitato di festeggiare il mio compleanno con un regalo a me, che vivo di storie e di parole, così gradito. Questa mattina infatti, aprendo la posta leggo il messaggio che lo storico trapanese, il professore Salvatore Corso, che cura per la nostra redazione una rubrica quotidiana ispirata agli eventi e le tradizioni di tutto il mondo, e quella di oggi è molto particolare. Nel suo almanacco il prof. Corso ha voluto regalare a me ed a tutti i trapanesi una storia che ci fa rivivere antichi costumi ormai quasi del tutto scomparsi. Sì perchè oggi è anche Lunedì ed a Trapani, tanti anni fa…

Trapani, la chiesa santu Libiranti (san Liberale) è meta tradizionale del lunedì dopo Pentecoste, soprattutto lo era quando accorrevano almeno dalle zone del porto e del mare di tramontana tanti devoti.
Proprio dopo Pentecoste (quest’anno festeggiata domenica 23 maggio), la festa proseguiva anche il lunedì successivo con la scampagnata fuori porta di ponente sul mare, perché la domenica trascorsa era chiamata Pasqua ciuri / Pasqua dei fiori.
Anzi c’era un proverbio che la esaltava: A Pasqua ciuri si vestinu i signuri, a Pasqua di cassati si vestinu i “cacati” / Durante la Pasqua dei fiori si vestono le signore, durante la Pasqua delle cassate si vestono le “cacate” ossia le persone di basso rango, ritenute a torto gentaglia. Ciò indicava come normalmente le donne indossassero durante la domenica di Pentecoste ed il lunedì successivo ovvero “Pasqua ciuri”, vesti nuove smaglianti, essendo già arrivata ’a staciuni / la bella stagione, dopo ‘u mmernu/ l’inverno, i due ritmi del tempo meteorologico nel bacino del Mediterraneo. Nella lingua siciliana, infatti, non si trovano denominazioni ad indicare primavera e autunno, in quanto non si avvertono fisicamente altre suddivisioni del clima, che vanno bene per altre regioni.

Pentecoste, 7 settimane dopo Pasqua è festa per gli ebrei, trasferita dai cristiani alla domenica successiva, aggiungendo all’offerta a Dio delle primizie della mietitura la memoria di un evento straordinario ossia la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa delle origini. Proprio a Roma, con il passare dei secoli Pentecoste fu indicata anche come Pasqua dei fiori, in quanto era annunziata con una pioggia di fiori dal tetto semi-aperto del Pantheon, trasformato in chiesa Santa Maria ai Martiri nel 609 da papa Bonifacio IV. Denominazione Pasqua dei fiori che giunse in epoca remota anche a Trapani, sicché la domenica di Pentecoste fu intesa dal popolo Pasqua ciuri / Pasqua dei fiori. Pasqua di Resurrezione era detta Pasqua di cassati/ Pasqua delle cassate, perché tradizionalmente si preparavano nelle famiglie, quando cessava l’obbligo di astenersi dai latticini, iniziato nella Quaresima (come tuttora in alcune Chiese d’Oriente), e si ammettevano a mensa cassatelle e cassate, ripiene di ricotta, nella prima festa dalla fine della Quaresima, appunto la domenica di Pasqua di Resurrezione.
Altro proverbio, infatti, recita: “cu n’appi n’appi cassateddri di Pasqua“/ chi ne ha avuto, ne ha avuto cassatelle di Pasqua, il dolce caratteristico che andava a ruba, perché desiderato da tempo.

In definitiva Pentecoste-Pasqua dei fiori era celebrata a Trapani dal popolo più della Pasqua di Resurrezione. Appunto proseguiva nel lunedì seguente con la scampagnata fuori porta, precisamente fuori la porta situata nell’odierna piazza generale Scio, dove continuavano le mura. La Pasquetta non si conosceva a Trapani prima degli anni ’50, invece il lunedì dopo Pentecoste-Pasqua dei fiori fuori porta di ponente accorrevano i cittadini tra gli scogli, per consumare cibi attorno a frazzata/ coperta grossolana, portati nelle variopinte trusce/ fagotti di stoffa: favi frischi anche cotte, uova sode, frittate, pisci salati, tunnu a stufatu, tunnina…con ‘osteddri/ pagnotte grandi di Kg.2 di pane. Si sostava dinanzi alla antichissima piccola chiesa santu Liberanti e poi si bagnavano almeno i piedi raccogliendo frutti di mare. Era ‘a scialata all’aperto, dove si arrivava con nonni e zii, un divertimento indimenticabile per i bambini.
Per gli abitanti della zona, in definitiva, la chiesa santu Liberanti era frequentata talvolta anche in altri lunedì, a ricordo di quell’unico lunedì dopo Pasqua ciuri / Pasqua dei fiori, che costituiva attrattiva popolare e fuori le mura a mare, non certo a levante tra palude Cepea e il mare fino all’odierno palazzo Venuti o saline fino al santuario della Madonna.
Ancora gli anziani del centro storico ricordano la propria nonna che preparava questa scampagnata un tempo fuori porta ed invitava i nipoti e li guidava fino alla chiesa. Tanti fedeli, soprattutto donne che reggevano bambini piccoli chiedevano al prete: vossia ci dicissi a razioni / vostra signoria gli dica l’orazione che comportava la recita in latino del prologo dell’Evangelo di Giovanni in forma di benedizione. Donne e bambini nella bella stagione lavavano i piedi a mare, cogliendo frutti di mare, patelle e granchi.

Patrizi e nobili – distanziandosi dalla gente comune – in quel lunedì dopo Pentecoste solevano sui terrazzi imbandire la “scialata” al calare del sole. Spesso la giornata si concludeva con u jocu di focu / giochi pirotecnici. Da qualche tempo quel giorno vi si fanno dei giochi all’aperto: pignateddi / pentole di coccio da rompere con bastoni, corda da saltare, corsa di sacchi, jocu d’u catinu / gioco del catino pieno d’acqua dove erano inseriti i premi.
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Prof. Salvatore Corso

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