“I sei del Vulpitta” di Andrea Castellano

Della memoria bisogna averne cura: anche i ricordi più cari, o dolorosi, rischiano di scivolare via, se ogni tanto non li lasci riaffiorare. Mi è capitato giusto qualche giorno fa.

Immerso nella lettura del bel libro di Paolo Morando, “Prima di Piazza Fontana”, in cui con dovizia di particolari si racconta ciò che avvenne prima del “botto” del 12 dicembre 1969, ovvero le bombe di aprile a Milano e poi quelle in estate sui treni, attribuite agli anarchici e invece opera dei nazi-fascisti veneti, mi blocco su una pagina in cui leggo, in relazione a rivolte di detenuti nel carcere di San Vittore, a Milano: “Un’altra (rivolta) avviene nel luglio del 1970, dopo che tre ventenni (Marcello Mereu, Enrico Delli Carri e l’austriaco Gerhard Coser) muoiono arsi vivi nella loro cella, la numero 71, dopo aver dato fuoco ai materassi per protestare contro le condizioni di detenzione: non volevano uccidersi, ma le guardie carcerarie prima di liberarli impiegano una buona mezz’ora, quando è ormai troppo tardi”.

Un lontano ricordo tenta di farsi strada, ma ancora non metto a fuoco. Succederà più tardi, con una di quelle casualità che ogni tanto mi capitano, lasciandomi sgomento, come se qualcuno mi guidasse dall’esterno. Così, mentre frugo fra vecchi libri, mi imbatto in una pubblicazione, modesta ma ben fatta, del Coordinamento per la pace di Trapani, rimasta per anni nascosta e dimenticata: “Storie da un lager”, a cura di Valeria Bertolino e Sergio Serraino.

Il velo è squarciato, la memoria torna. Riporto, senza toccare una virgola, la prima mezza pagina: “Il Centro di permanenza temporanea di Trapani viene inaugurato nel luglio del 1998 nei locali della Casa di Riposo per Anziani “Rosa Serraino Vulpitta” alla presenza del capo della polizia Masone e del sottosegretario agli interni Sinisi. Viene celebrato come “il fiore all’occhiello” del Ministero degli Interni. Da subito però si verificano rivolte, tentativi di fuga, episodi di autolesionismo da parte degli immigrati trattenuti. Il clima è di continua, altissima tensione.

Nella notte fra il 28 e il 29 dicembre 1999, dopo l’ennesimo tentativo di fuga, uno degli immigrati appicca il fuoco ad alcuni materassi in una camerata.

E’ l’inferno. Nel rogo muoiono bruciati vivi tre giovani tunisini, altri tre moriranno in ospedale a causa delle ustioni riportate: Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim”.
I successivi processi si concluderanno con l’assoluzione degli imputati. Il Serraino Vulpitta, riaperto quasi un anno dopo, nel novembre del 2000, in tutto simile ad un carcere, verrà sostituito da una struttura nuova e più grande, costruita ai bordi dell’autostrada che da Palermo immette a Trapani. Con robusta dose di immaginazione, quel carcere giallo fu presentato come “cittadella dell’accoglienza” dall’allora senatore e sottosegretario agli Interni Tonino D’Alì.

“Storie da un lager” continua con una serie di interviste ai giovani immigrati, “qualcosa che li racconti come uomini e donne, non solo come clandestini”, scrivono Valeria e Sergio.
A parare l’accusa di faziosità, sottolineo che i Centri di permanenza temporanea, ovvero fiori all’occhiello e cittadelle dell’accoglienza, furono istituiti da un governo di centro-sinistra, il primo di Prodi, nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, poi inasprita dalla Bossi-Fini, giù giù fino ai decreti sicurezza di Matteo Salvini, da poco blandamente riformati fra gli schiamazzi della destra.

Fino ad una decina d’anni fa la strage era ricordata in città con una manifestazione organizzata da un coordinamento di associazioni. Ho partecipato molte volte: c’era un breve corteo e poi un sit-in di fronte al cancello del Vulpitta, qualche striscione e interventi con il megafono, forse un po’ di musica in sottofondo. Non eravamo in molti, tutti attivisti in qualche maniera interessati alle vicende, non c’era la città, non c’erano le “istituzioni”, della sinistra cittadina, solo la parte minoritaria rappresentata da Rifondazione. Qualcuno distrattamente assisteva affacciato alla finestra di casa, ma chi è che fa casino a quest’ora. In compenso lo spiegamento di forze dell’ordine era quello da grandi occasioni: blindati, caschi, manganelli e tutto l’armamentario. Forse perché tra gli organizzatori c’erano gli anarchici? Chissà. Ad ogni modo, Trapani degli immigrati bruciati e di quelli detenuti se ne è sempre ampiamente fottuta: a nessuno venne in mente d’annullare i festeggiamenti del 31 a salutare il nuovo secolo, a nessuno venne in mente che parteciparvi no, non era proprio il caso.

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Questa, in estrema sintesi, la storia che avevo rimosso: di strage in strage, dal 1969, con un salto di trent’anni giusti, dai diciassette morti a Piazza Fontana, al diciottesimo, l’anarchico Pino Pinelli ucciso alla Questura di Milano volando giù da una finestra, fino ai sei di Trapani, bruciati vivi durante una sommossa mal gestita da chi aveva il dovere di governarla in un luogo alla meno peggio trasformato in carcere.

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A ventuno anni dalla strage, per lo più dimenticata, i problemi restano tutti aperti. Trapani, dal fottersene nel ’99 e anni seguenti, ha compiuto qualche passettino più in là, allineandosi disciplinatamente al vento razzista che soffia un po’ dappertutto. I trapanesi sono molto suscettibili: se un titolo di giornale accosta la città alla mafia, s’inalberano subito, ma quale mafia, noi abbiamo il sole e il mare, il sale e da una quindicina d’anni anche la vela.

Ogni volta che la brava collega Ornella Fulco pubblica su questo sito una notizia riguardante gli immigrati, poi è costretta a trascorrere il resto della giornata a cancellare i commenti razzisti sui social. Pare desse fastidio pure la visione delle navi al largo piene di poveri disgraziati: rovinava lo sky-line con le isole, guarda un po’.

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Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim: riscrivo i nomi di quei ragazzi arsi vivi, così magari non li dimentico più. E aggiungo Mereu, Delli Carri e Coser, bruciati a Milano cinquant’anni fa. Non posso sperare ci sia sempre una specie di spirito guida pronto a sollecitare la mia memoria.

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P.S.: la mia gratitudine a tutte le compagne e i compagni che orgogliosamente e in solitudine organizzavano quelle manifestazioni. E a Valeria e Sergio che curarono la pubblicazione qui riportata alla luce: Valeria non ha mai smesso un secondo di lottare, mentre ho appena appreso che Sergio, del quale a stento ricordo il volto, è in giro per l’Italia a far del bene.

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