venerdì, Febbraio 3, 2023

Dottore, devo andare dallo psicologo o dallo psichiatra?

Torna il blog Tienilo inMente del dottor Giuseppe Scuderi, psicologo clinico e digitale

Dottore, ma dove devo andare? Dallo psicoterapeuta o dallo psichiatra?
Risposta: dipende.

Risposta schietta e veloce, ma ora approfondiamo:

Prima di parlare di psicofarmaci, vorrei fare una breve premessa, chi già segue questo blog lo troverà ridondante (in tal caso, perdonatemi) ma sono un grande fan dei latini: repetita iuvant. Chi va dallo psicologo o dallo psichiatra, non è pazzo.

Dove con pazzo intendiamo ancora quello stigma sociale perpetuato di generazione in generazione che fa di chiunque vìoli o si sposti appena dal concetto di “normalità” (che non esiste, neanche a cercarlo) un deviante da curare con lo psicologo, rinchiudere o contenere con dei farmaci.

Chi va dallo psicologo o dallo psichiatra non è pazzo, al pari di chi va dal fisioterapista non è solo la sua ernia cervicale che gli dà i capogiri (un saluto ai fisioterapisti, che mi salvano nelle giornate in cui sto troppo al computer ed il giorno dopo vedo le stelle appena mi alzo). In poche parole, si può avere una malattia psichiatrica e non essere quella malattia. Si può avere una carie, ma non essere solo un uomo con la carie, motivo per il quale, anche in virtù di una maggiore apertura culturale verso le malattie mentali (che esistono e sono molto più frequenti di quanto si immagini), non mi stancherò mai di dirlo: abbattiamo questo stigma sociale, vediamo la malattia senza vergogna nel considerarci malati al pari di quanto faremmo se fosse una bronchite, comprendiamola, andiamo dai professionisti che se ne occupano per cercare il nostro benessere (psicoterapeuti o psichiatri), e non giriamoci dall’altro lato quando vediamo qualcuno (familiare e non) cercare un aiuto. Avere una depressione, soffrirne, non vuol dire essere la depressione in ogni aspetto della propria esistenza, della propria persona.

Premesso ciò, la domanda di oggi è importantissima: “Dottore, ma dove devo andare? Dallo psichiatra o dallo psicoterapeuta?”. Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto fare chiarezza sul ruolo dello psichiatra e su quello dello psicoterapeuta.

Partiamo dalle basi: sia la psicoterapia che la terapia farmacologica sono metodologie di intervento terapeutiche, scientificamente validate, nel trattamento di una persona con un disturbo mentale.

La psicoterapia si basa sull’assunto teorico che attraverso protocolli terapeutici, il rapporto col terapeuta e/o specifiche tecniche, vengano indagate cause comportamentali, cognitive ed emotive di un disagio o di un disturbo vero e proprio, portato dalla persona nella stanza di terapia, e che tramite tale esplorazione ed il successivo trattamento si possa giungere ad una risoluzione definitiva del problema.

La terapia farmacologica si basa sull’assunto teorico che si verifichi uno squilibrio neurobiologico in concomitanza di un disturbo mentale, e che sia possibile normalizzarlo tramite un principio attivo durante il trattamento, riportando, quindi, il paziente ad uno stato di benessere preesistente.

Chiarito ciò, vediamo che percorso formativo possono avere questi due professionisti e le loro specifiche competenze: la psicoterapia viene utilizzata come strumento principale di cura dallo psicoterapeuta; il farmaco è, invece, ad uso esclusivo del medico psichiatra. La condizione necessaria che deve sussistere affinché un professionista della salute mentale possa prescrivere farmaci è la laurea in Medicina.

Mentre uno psichiatra è per definizione medico, uno psicoterapeuta può essere, invece, o medico o psicologo; questa differenza di formazione determinerà quindi la sua abilitazione nel prescrivere farmaci. Questo dipende principalmente dal fatto che per la prescrizione di farmaci sono necessarie competenze di farmacologia, farmacodinamica, e tante altre, che il percorso formativo dello psicologo non approfondisce. Uno psicoterapeuta è, pertanto, un medico o uno psicologo che sceglie di formarsi per ulteriori 4-5 anni nella disciplina della psicoterapia per la cura dei disturbi mentali.

Un medico psichiatra, vede tra le sue competenze principali il colloquio psichiatrico, la diagnosi psichiatrica, l’anamnesi medica o esame obiettivo, la relazione psichiatrica e la prescrizione eventuale di una terapia psico farmacologica adeguata alla psicopatologia presentata. Uno psicoterapeuta vede tra le sue competenze principali: il colloquio psicologico clinico, la concettualizzazione del caso e la diagnosi, la psicoterapia come forma di trattamento dei disturbi mentali, la riabilitazione ed il sostegno psicologico. Se poi, oltre a psicoterapeuta è anche medico psichiatra, si aggiungeranno le competenze di cui sopra.

Dati gli assunti teorici, uno potrebbe essere portato a pensare: “beh, chi ha ragione e chi torto?”. In realtà le cose non stanno proprio così… le visioni sono entrambe corrette (presto spiegherò perché) e sono due professionisti che lavorano molto spesso e molto frequentemente in collaborazione.

Questo avviene perché – evidenze scientifiche ci dimostrano – che psicoterapia e psicofarmacologia funzionano meglio ed impattano meglio sull’esito di una efficace terapia quando sono entrambe presenti nel trattamento del paziente. Facciamo un esempio per capirci meglio (non me ne vogliano i colleghi psichiatri per la semplificazione):

Marco (nome di fantasia) ha una grave depressione. Tale depressione porta Marco a non riuscire ad alzarsi più dal letto, a recepire comunicazioni, impulsi, a sentire il senso della fame, l’alternarsi del giorno e della notte. La madre di Marco, allarmata dalla situazione, si rivolge ad uno psicoterapeuta. Quest’ultimo propone una seduta domiciliare considerata la situazione, ma poco dopo appena 3 sedute, propone alla madre un consulto da uno psichiatra. Il motivo è presto detto: quando alcuni disturbi raggiungono livelli di gravità elevati o il paziente “è in acuto” (cioè i sintomi sono floridi e sono molto gravi), il sistema cognitivo del paziente è solitamente molto “rigido”, cioè non è dotato di insight, non è critico nei confronti dei sintomi, o in generale, è inaccessibile.

Quando ciò si verifica, si può proporre un sostegno psicologico per aumentare la compliance del paziente alla terapia farmacologica, ma in generale, c’è un periodo di diverse settimane in cui si attende che il farmaco antidepressivo cominci a diminuire la gravità dei sintomi. Così mentre la terapia farmacologica diminuisce la gravità dei sintomi fino alla remissione, la psicoterapia agisce sulle cause, su ciò che ha fatto sì che si verificasse lo scompenso ed il conseguente esordio sintomatico al fine di evitare un ripresentarsi del disturbo o una sua cronicizzazione una volta tolta la terapia farmacologica. La psicoterapia senza intervento farmacologico per i disturbi più gravi in cui il paziente non è più responsivo può essere inefficace, così come il solo intervento farmacologico senza intervento psicoterapico può agire solo a livello sintomatico: il paziente potrebbe cronicizzarsi, interrompere i farmaci, avere più scompensi nel corso della vita fino ad indurre la farmaco resistenza verso categorie di farmaci specifici aumentando, di volta in volta, la gravità dei sintomi presentati. Esattamente come quando si ha un influenza, gli psicofarmaci ci servono perché soffrire a livello mentale non è una prova di forza, se si ha la febbre, bisogna intervenire con una tachipirina perché se si ha la febbre superiore ai 39 gradi può farci molto male. Molti sintomi psichiatrici producono un vero e proprio stato di infiammazione a livello cerebrale in grado di produrre alterazioni simil permanenti nel volume di specifiche aree del cervello (ad esempio, per i pazienti con una depressione cronicizzata si può osservare una riduzione del 20% nel volume della corteccia dorsolaterale sinistra).

Spesso si fa l’abitudine e si è convinti che soffrire a livello psicologico sia un destino già segnato, qualcosa da cui non si può scappare. Spesso sento dire: “Vabbè è carattere, è fatto così”. In realtà non è cosi, cambiare è possibile. Certo non si può cambiare carattere del tutto, ma è possibile rimodulare quegli spigoli che ci fanno soffrire o che fanno soffrire chi sta intorno a noi.

Ulteriore esempio, per un disturbo d’ansia, prendere il famoso Xanax dietro prescrizione dello psichiatra, può aiutarci nei sintomi acuti dell’ansia nel breve periodo, ma una volta che il farmaco è stato sospeso i sintomi potrebbero ripresentarsi.

In tal senso, dunque, lavorare sugli schemi che attivano e producono quest’ansia patologica è essenziale, tenetelo inMente!

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