sabato, Febbraio 24, 2024

Do you remember 2023?

Torna il blog di Andrea Castellano e si tuffa nell'anno appena passato: dalla crisi alla rinascita

Che 2023 è stato per la pallacanestro trapanese? Più volte balzata dalla crisi più profonda ad una rinascita inattesa, quanto accaduto negli scorsi sei mesi, ovvero la sorprendente materializzazione di un salvatore, è un fatto già vissuto, seppur l’entità del fenomeno Antonini non sia neanche lontanamente paragonabile a quanto verificatosi dagli anni Novanta ad oggi. Una città povera e depressa quale è Trapani non ci voleva molto a rianimarla, ma certo la scossa elettrica è stata – ed è – imponente.

Mi ricordo il declinare della storia della Pallacanestro Trapani degli anni Ottanta, il dolore per una vicenda sportiva e politica ambiziosa che lentamente si stava spegnendo. Chi ha seguito la serie “Scugnizzi”, dedicata alla straordinaria parabola della Juve Caserta, capisce di cosa parlo. Una volta Vincenzo Garraffa, che di quella epopea fu il visionario, organizzò un convegno dal titolo, vado a memoria, “La via del Sud al basket”. L’idea era di creare, sulla scia della Caserta di Maggiò, un meridione in cui la pallacanestro diventasse sinonimo di organizzazione, sviluppo, impianti e avviamento di giovani allo sport.

Oscar Schmidt in maglia Caserta

C’erano le idee, mancavano i mezzi, e non è che la politica trapanese del tempo manifestasse particolare entusiasmo per quelle iniziative. L’esatto contrario di oggi, per capirci. Ma in termini di orgoglio e consapevolezza, dalle partite alla Dante Alighieri alla presentazione della maglia “L’Altra Sicilia” a Milano, di fronte al meglio del giornalismo sportivo nazionale, la strada percorsa fu tanta.

La sopra maglia “L’Altra Sicilia”

Quella storia, può essere così riassunta: in dieci anni, dal 1981 al 1991, dalla C-2 alla A-1, in un tempo in cui non esistevano le compravendite di titoli e i ripescaggi. Dovevi vincere sul campo, se non riuscivi, riprovavi l’anno dopo. Fanno quattro campionati vinti, ma potremmo conteggiarne cinque, e in mezzo due salvezze afferrate per un pelo, un campionato e rotti disputato in campo neutro e un palasport privato creato dal nulla, terzo in Italia dopo quelli di Caserta e del re di Treviso, Benetton.

Poi, purtroppo, finì male: molti dirigenti dell’epoca ne uscirono con le ossa rotte e noi che eravamo cresciuti fra canestri, miti e speranze, ci ritrovammo il tempio, il Palagranata, ridotto a bowling e Berlusconi presidente del Consiglio. Fortunatamente, non eravamo più ragazzi.

La crisi durò un anno, un anno col palasport chiuso. Quando arrivò il Basket Trapani ci si rianimò: si ripartiva dalla B-2 ma rispetto al nulla dell’anno prima era già tanto. Il rinnegare la storia precedente, da parte del nuovo club, ricordandone solo il fallimento, faceva sorridere: quanta ignoranza o superficialità, fate voi. Ad ogni modo, furono dieci anni belli: tante finali e tutte perse, ma intanto arrivarci era stato divertimento puro. Toccammo pure la serie A-2, tramite ripescaggio: al tempo si chiamava Legadue, e a dirigere l’orchestra arrivò il miglior coach italiano, Luca Banchi, affascinato dalle storie che di Trapani raccontava Cacco Benvenuti. Ci fece vivere, Banchi, una stagione straordinaria, illuminata dal talento e dalle capacità atletiche di tre americani indimenticabili. Uno, Clack, volava, l’altro, discendente di Jesse Owens e Owens pure lui, volava anche di più, il terzo, Darby, morto giovane, cuciva il gioco e tirava come pochi. Che Banchi fosse metallo prezioso quei dirigenti non lo capirono, lo lasciarono andar via (a Jesi, pensate un po’) per sostituirlo con uno che propose di costruire una squadra tutta di americani naturalizzati. Gli diedero credito: retrocedemmo conquistando la bellezza di 8 punti. Poi, l’ultimo tentativo di tornare in A-2: sogno spezzato a Brindisi da una mano di Daniele Parente, uomo che più avanti avremmo apprezzato. Ma allora, no.

Anche questa esperienza finì, e dal 2009 cominciarono due anni pirotecnici. Rischiammo che il dignitosissimo titolo di B d’eccellenza finisse altrove, così fummo lieti che a rilevarlo giungessero imprenditori da Ribera. Che alla seconda stagione misero su una squadra All Star per la B. Più la squadra vinceva e meno i riberesi la pagavano, ma gli All Star, trasformando l’incazzatura in rabbia agonistica, il campionato lo vinsero lo stesso. Ma la Legadue, un campionato vinto sul campo dopo vent’anni, sfumò nella aule della federazione e per punizione ci spedirono in C.

E così, nel 2011, sembrava tutto definitivamente finito. Ma spuntò dal nulla Pietro Basciano, imprenditore trapanese trapiantato a Bologna, sconosciuto ai più. Fu davvero sorprendente scoprire e capire che il basket avrebbe potuto scrivere altre pagine, pur partendo, come nel 1981, da una modesta serie C. Poi Basciano scelse la scorciatoia, e in A-2 giungemmo con l’acquisizione di un titolo. Presidente dalle enormi potenzialità, Basciano della pallacanestro si stancò presto: questa la mia convinzione. Dopo il terzo o quarto anno di A-2, il serbatoio del suo entusiasmo era in rosso fisso. Gli impegni presi, la carica in Lega, forse gli impedirono di mollare prima, ma di certo durante la seconda parte della sua presidenza non si divertì molto. Pure lui, come quelli degli anni Ottanta, non ha avuto la politica dalla sua parte. Malgrado ciò che è accaduto dopo, quel lungo applauso durante la conferenza stampa di congedo, resta un tributo giusto e dovuto.

Anche stavolta, infine, quando tutto sembrava perduto, o quasi, l’avvento di Antonini ha impresso una svolta epocale. Perfetto interprete dello sport moderno, ovvero un capitalismo che attraverso lo sport d’élite scopre canali di ulteriore sviluppo, sta investendo su squadre e impianti cifre per noi impensabili. Talmente alte, direi, da avere la meglio sull’alea che sempre condiziona i risultati sportivi. Almeno per ora e a questi livelli, più in là e più su sarà sempre più complicato.

A volte mi chiedo cosa penserebbero delle trasformazioni di questi mesi i padri fondatori, dai fratelli Cardella a Cacco Benvenuti. Penso che starebbero a guardare, come me, fra incredulità, meraviglia e disincanto.

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