25 Aprile, la festa di San Marco e Valderice

Il professor Salvatore Corso ci porta alla scoperta del 25 aprile a Trapani e dintorni e del culto di San Marco evangelista

Riceviamo e pubblichiamo con piacere uno scritto del professor Salvatore Corso, storico e studioso, sulla ricorrenza del 25 aprile, festa di San Marco, a Trapani e dintorni.

E’ risaputo che il culto di San Marco risulta legato alla città di Venezia da quando nella Repubblica marinara un corpo, trafugato nell’anno 828 da due mercanti con un abile stratagemma, fu deposto e venerato nella stupenda basilica assurta all’attuale splendore a partire dall’anno 976.[1] Fu ritenuto che si trattasse del corpo del discepolo e interprete di Pietro, Giovanni Marco a cui, secondo una tradizione risalente all’anno 130, è attribuito uno scritto dal titolo primitivo e anonimo L’evangelo di Gesù Cristo: l’autore sarebbe rimasto ad Alessandria d’Egitto e, fondata la comunità cristiana, avrebbe concluso la sua esistenza con il martirio.[2] Orgogliosi di tanto pregevole bottino, da allora i veneziani ne diffondevano il nome ovunque fissassero una rappresentanza.[3]

A parte la dedicazione di chiese e contrade, soltanto nel Meridione, di fatto, al suo nome tutt’oggi si intitolano alcune città: due in provincia di Foggia, una in provincia di Cosenza, una in provincia di Caserta ed una in provincia di Benevento. In Sicilia si incontra San Marco d’Alunzio, una cittadina in provincia di Messina, dove la specificazione d’Alunzio tradisce la primitiva denominazione di derivazione pregreca: Alunzio, un’antica città che i romani designarono fra le diciassette tributarie della Venus Erycina. Agli inizi dell’età aragonese San Marco d’Alunzio era una terra ossia una parte di territorio con la cittadina, in cui si notava un monastero dedicato al Santissimo Salvatore e nessuna chiesa al santo intitolata.[4] E invece già dall’età bizantina una chiesa rupestre era dedicata a San Marco nei dintorni di Siracusa e poco distante, a Noto, allo stesso santo era intitolato un monastero.[5] Nel 1308 il santo si venerava in tante chiese della Sicilia: Catania, Paternò, Castiglione, Ragusa, Agrigento, Mazara, Corleone e Palermo. In tal modo con la terra in provincia di Messina si completa in tutta la Sicilia una presenza diffusa nei diversi luoghi di culto a lui dedicati. Evidentemente per le città prospicienti sul mare si può ipotizzare un contatto durevole con Venezia, che spiega il culto del santo in una chiesa; mentre per le poche città interne si deve lasciare margine ad altri influssi diretti o indiretti.[6]

A Trapani una chiesa o, piuttosto, una cappella di San Marco era adiacente al consolato dei veneziani ed era situata all’interno dell’abitato urbano, nel Casalicchio, il quartiere più antico della città, anche se risultò ai margini del quartiere di mezzo nell’assetto susseguente all’ampliamento disposto nel 1286 da Giacomo d’Aragona.[7] Ciò a conferma dei rapporti intercorsi fin dalla prima parte del secolo IX con Venezia, in quanto il porto di Trapani poteva offrire sicuro rifugio ai veneziani in transito verso l’Africa e verso l’oriente.[8] Del resto Drepanon/Trapani con la conquista romana aveva mantenuto il suo ruolo di scalo mediterraneo e aveva ospitato nell’entroterra immediato la villa dei Nicomachi, una famiglia di senatori che nel III secolo dopo Cristo erano proconsoli d’Asia e d’Africa.[9] Inoltre sia con le invasioni dei vandali sia con le guerre gotiche non aveva perso questa prerogativa naturale che consentì la sua rivalutazione nel “tema” di Sicilia dal 535 con l’ingresso nell’orbita di Costantinopoli.[10] I contatti commerciali di Trapani con Alessandria d’Egitto, poi, rimasero paralleli a quelli con Cartagine anche in età cristiana. Del resto Trapani costituiva una delle tappe obbligate di navigazione con il Levante e perfino con l’Armenia.  E così tra le prime rappresentanze consolari si insediarono a Trapani sia gli alessandrini che i bizantini e gli orientali in genere, fuori le mura, come pure i genovesi prima del loro trasferimento nella parte nuova della città.[11]

Si deve dedurre che la rotta di Venezia verso l’Oriente e verso Alessandria d’Egitto abbia avuto Trapani quale punto di approdo in cui collocare con il consolato la venerazione di San Marco. Del resto, come quella dei Veneziani, altre rappresentanze si incrementarono a Trapani durante le crociate (1096-1274): francesi, catalani, pisani, genovesi, fiorentini, lucchesi. Tutti importarono la venerazione del santo protettore in una propria cappella o chiesa, almeno fino alla loro permanenza a Trapani, coincisa per molti consolati con le crociate o svanita a causa di guerre.[12] Certamente i pisani vantavano privilegi e concessioni a Trapani già dall’imperatore Enrico VI nel 1191 e sono più dettagliatamente ricordati per la vicenda che li coinvolse nella commissione-arrivo della Madonna di Nino Pisano, detta poi per antonomasia Madonna di Trapani.[13] Ma anche la permanenza degli altri consolati lasciò delle tracce notevoli: valga per tutti l’influenza esercitata dal consolato dei lucchesi con la cappella di san Giuliano distinta da san Giuliano dei trapanesi fino alla sovrapposizione dei due santi.[14]

Senza dubbio la rappresentanza consolare di Venezia a Trapani si protraeva da tempo e non era dovuta all’organizzazione delle crociate, ma piuttosto all’ingresso della Sicilia nell’orbita costantinopolitana. Una più remota antichità va affermata per il consolato di Genova, stante che per i genovesi Trapani costituiva approdo obbligato nella rotta verso l’Africa e l’oriente. Venezia e Genova, nella lotta per il predominio nel mediterraneo, si contendevano l’attracco nel porto di Trapani per salpare con sicurezza verso il levante: Genova aveva goduto di una favorevole situazione sotto i normanni ed aveva ottenuto un fondaco a Trapani nel 1156 e nel 1200 ebbe la casa dell’ultimo Caid; Venezia aveva ottenuto dai sovrani armeni gli stessi privilegi dati a Genova e certamente tendeva a bilanciare le fortune commerciali dei genovesi. Fu così che le due potenze marinare rivali si scontrarono appena fuori del porto sul versante di Marsala. La battaglia navale fu tramandata come battaglia di Trapani nella narrazione dello storiografo e orientalista genovese Agostino Giustiniano (1479-1536). Ed è ricordata nella più antica Historia di Trapani, datata 1595, soprattutto perché torna a vanto della città l’aiuto fornito da imbarcazioni di trapanesi in difesa dei veneziani, stimati dalle fonti trapanesi come più armati e più valorosi. Fonti trapanesi redatte in scritto poco dopo l’avvenimento che dovette rimanere impresso e degno di memoria per la città. Peraltro è strano come dai genovesi, che ebbero la peggio, venga menzionata come la battaglia di Trapani, nonostante la vittoria di Venezia, vittoria divenuta preludio del monopolio commerciale ottenuto nel 1293 con lo scontro definitivo avvenuto nelle acque della città armena di Lajazzo:[15]

L’anno 1269 fu (come scrive Agostino Giustiniano nelle sue istorie di Genua)
fra Veneziani e Genovesi fatto nel mare che è fra Trapani e Marzala uno crudele conflitto,
nel quale furono dalla parte de’ Genovesi 25 galee (ma, secondo altri, 32)
e da quella de’ Veneziani 27,
aiutati però
(come in alcune memorie trapanesi scritte in quei tempi si legge)
da diversi altri vasselli minori di particolar gente di Trapani armati.
I quali se gli aggiunsero per compagni della fortuna di quella battaglia,
essendo spezialmente fama che,
se bene i vasselli degli uni e degli altri erano quasi pari di numero,
i Genovesi però erano ai Veneziani di armamento e di valore inferiori.
Laonde i Veneziani andavano, come a certa preda,
i Genovesi per quei mari cercando.
Quello conflitto alla fine,
dopo aver ambe le parti bona pezza insiemi con gran forza combattuto,
riuscì così prospero a’ Veneziani che,
avendo otto galee nemiche rotte e sommerse,
e 1200 persone tra uccise in combattendo e fatte cadere in mare affogate,
presero tutte l’altre con 2500 uomini vivi,
avendosi l’avanzo,
fuggendo in terra,
salvato,
non senza però gran sangue de’ Veneziani vincitori;
i quali ultimamente si ridussero dopo la vittoria nel porto di Trapani,
dove con gran festa intrarono in guisa di triunfanti.
Per lo che fu quella città
da così degna vista,
ma più dalla preda dai suoi arrecatavi,
e dal nome insieme di quella pugna,
grandemente illustrata,
essendo ella di là innanzi stata propriamente la battaglia trapanese da’ scrittori chiamata,
tanto per risguardo del loco ov’ella successe,
quanto forse per cagion del valore da’ medesimi suoi  combattenti in quella mostrato. 

Questa pagina – volutamente scandita per agevolare la comprensione, stante il suo stile arcaico – sottolinea come la vittoria dei veneziani, che subirono pure notevoli perdite di uomini, si concluse con il bottino delle rimanenti galee e con 2500 prigionieri genovesi. Ma si completò anche con la fuga e la salvezza, in terra, dei superstiti. Proprio questo si intende sottolineare: la fuga in terra, cioè in una delle contrade vicine alla città di Trapani. Quella contrada che veneziani inseguitori dei genovesi percorsero per consolidare la vittoria conseguita in mare, prima del trionfante ritorno nel porto di Trapani. In definitiva un ricordo, gradito ai trapanesi, paragonabile solo a poche pagine della stessa Historia di Trapani, nelle quali lo stesso autore, Gianfrancesco Pugnatore, si intratteneva sulle guerre puniche, sulla guerra rusticana del pastore Atenio contro i romani, sulla conquista normanna e sull’assedio posto a Trapani dal re Roberto di Napoli. Ed è strano che la narrazione muova da uno storico genovese e dalle testimonianze trapanesi per esaltare Venezia, segno di un evento riconosciuto straordinario sia da parte degli sconfitti sia da parte dei trapanesi. Anche perché l’intera città di Trapani avvertì che il coinvolgimento di alcuni cittadini, seppure in misura marginale, rendeva tutti artefici della vittoria insieme ai veneziani.[16]

Se ne ha conferma da uno degli Annali con cui  nel 1605 Leonardo Orlandini illustrava Trapani in una brieve descrittione, riproponendo in sintesi come da quella pugna navale i trapanesi furono più conosciuti sia perché la città venne ricordata come luogo sia perché non si lasciò nell’oblio l’avvenimento:[17]

L’anno 1269 s’attacca una battaglia nel mar di Trapani
Infra Vinitiani, e Genovesi,
nella quale rimangono i Vinitiani vincitori,
e i Trapanesi dalla parte di S.Marco,
per la memoria del fatto divennero più illustri
sì per ricordanza del luogo, ove si venne alle mani,
e sì perché non si lasciò al silentio questa pugna navale.

Anche questo brano raccoglieva il ricordo e il vantaggio goduto dai trapanesi per aver partecipato dalla parte di S. Marco, ossia in aiuto dei veneziani risultati vincitori. Del resto i trapanesi avevano intuito la vittoria dei veneziani, nel momento in cui ne avevano valutato le armi ed il valore. Per questo li avevano affiancati, come nel 1595 aveva già diffusamente annotato Gianfrancesco Pugnatore. Annotazione che anche qui è riferita alle fonti trapanesi a cui è da ascrivere il merito se a distanza di secoli perdurava la memoria di un evento rapportato a Trapani. In più l’inciso dalla parte di S. Marco, mentre chiaramente equivale ad indicare i Vinitiani, rievoca la loro identificazione con il santo e indirettamente sembra alludere al culto come a ciò che più immediatamente richiamava Venezia.[18]

Ricordo trapanese, allora, che si riversava sui rapporti della città falcata con Genova e Venezia, mai smentiti, anche dopo l’abbandono delle rispettive sedi di rappresentanza consolare. Di fatto la città prese possesso della cappella e della sede del consolato dei veneziani nel 1450, come era avvenuto per la partenza, a diversi scaglioni qualche tempo prima, dei francesi, dei pisani, dei lucchesi, dei fiorentini e dei genovesi. La destinazione definitiva dello spazio precedentemente occupato dalla cappella patronale di San Marco avvenne nel 1525: i frati francescani minori osservanti, detti zoccolanti, giunti a Trapani intorno al 1440 e alloggiati nella chiesetta di Santa Maria de Grecis poi chiamata Santa Maria de Nova Luce presso la Porta Vecchia delle mura orientali e il mare, furono costretti a lasciare quella dimora per la ristrutturazione dell’impianto difensivo della città. Fu loro concesso di costruire il convento di Santa Maria di Gesù quasi esclusivamente dove prima era stato ubicato il Consolato dei veneziani con la cappella del loro santo protettore. Conseguentemente nella immancabile ristrutturazione scomparvero del tutto sia le vestigia della dimora dei veneziani sia il culto di San Marco. Degno di nota è pure il fatto che Gianfrancesco Pugnatore si soffermi solo sulla ripresa dei rapporti commerciali con genovesi e veneziani, per sottolineare per gli uni e per gli altri fino a che punto influirono negli sviluppi della vita economica della città, anche in seguito al loro ritorno, allorchè non  occuparono più le primitive sedi consolari dove le rispettive cappelle erano state definitivamente trasformate.[19]

In questo modo nessun segno dell’antica presenza dei veneziani rimase a Trapani, a meno che non si cerchi nella contrada dove si era verificata la fuga in terra, a seguito della battaglia in mare. Ovviamente la fama della conclusione in terra di quella straordinaria battaglia trapanese del 1266 tardò qualche tempo a diffondersi e a contrassegnare quella parte del territorio. Ma già nel 1422, esattamente il 25 aprile festa di San Marco, il più antico dei notai ericini del Quattrocento accoglie il testamento di Manfridus Mancalardo che lasciava due tarì ad una chiesa rupestre evidentemente nota:

Item operi Sancti Marci tarenos duos.

Appunto operi, cioè ad una costruzione specificata con la intitolazione come sacra: è il primo inciso con cui si conferma la  devozione al Santo, venerato in una delle chiese rupestri del Monte. Si tratta di una elargizione uguale a quella offerta ad una antica chiesetta extraurbana operi Sancti Bartholomei de Monte e ad una quasi coeva denominata Santa Maria de la Scala, offerta simile a quella rivolta alla celebre fondazione monastica sita alle falde del Monte operi Marie Nunciate terre Trapani tarenos duos: elargizione peculiare a preferenza di altre chiese e raddoppiata nei confronti operi Sancte Marie de Custonachi tarenum unum, come nei confronti di due fondazioni sociali Hospitali Sancti Spiritus e Hospitali Sancte Catharine.[20]

Tale significativo rilievo assunto da una chiesa rupestre denota un culto sentito a livello popolare. Si sa di certo che nel 1430 l’arciprete di Monte San Giuliano, Bernardo Millitari, dichiarava di essere, fra l’altro, titolare di chiese rurali, San Vito lo Capo e San Marco, da cui ricavava anche le candele offerte dai fedeli, pagando per questo un censo al vescovo:[21]

Item di Sanctu Marcu interrogatus dixit ki è festa di candila et paga indi t.I a lu episcopu.

Sono le prime attestazioni di una festa popolare nella chiesa dedicata a San Marco nell’immediato entroterra di Trapani, anche se territorio della città del Monte. Evidentemente l’offerta delle candele da parte dei fedeli segnala una pratica inveterata che presuppone l’esistenza antica della chiesa; ma indica pure esplicitamente una festa, ossia una partecipazione collettiva consistente, da cui si potesse trarre una parte di offerte da devolvere proporzionalmente anche al vescovo. Appunto la festa comportava l’astensione dal lavoro ed era legata alla liturgia delle Rogazioni – l’antica processione fissata al 25 aprile e coincidente con la memoria di San Marco -, in cui si riproponeva la festa romana precristiana dei Robigalia con preghiere per preservare il grano dai geli tardivi d’aprile. La chiesa rurale di San Marco, poco distante dalla città del Monte e allocata fra terre ampiamente coltivate, si prestava bene per riproporre quanto da secoli avveniva a Roma, a Venezia ed in tutte le chiese di rito latino.[22] Di fatto la processione, ritenuta antichissima e regolarmente bandita fino al 1575, fu sospesa nel 1588, perché la Curia vescovile giudicò inammissibile che un rito religioso si concludesse con la consumazione di un pranzo all’interno della chiesa, evidentemente unico edificio della zona capace di accogliere tanta gente per rifocillarsi dopo un viaggio penitenziale. A seguito di tale ingiunzione, la processione ebbe come meta la chiesa di San Giuliano dentro le mura cittadine. Così, non più officiata neppure una volta l’anno, l’antichissima chiesa rupestre di San Marco nel 1674 risultò per la vecchiezza distrutta.[23]

Eppure l’edificazione della chiesa dedicata originariamente a San Marco voleva ricordare espressamente la presenza e la vittoria dei veneziani del 1266 conclusa in terra, se quella contrada mantenne per secoli la parallela denominazione terra di Venezia. Appunto terra in senso diverso dall’accezione assunta nel latino medievale, in quanto designa un territorio determinato da una denominazione. Denominazione attestata almeno dal 1553, ma senza dubbio derivata da quell’evento singolare. Era una terra dove restavano i segni di una permanenza, vigne, case e una torre, e dove si sovrapponeva l’indicazione religiosa di Sancto Marco.[24] La duplice denominazione Venezia e San Marco da quel tempo entrava nell’uso comune per designare una località. Più precisamente con San Marco si indicavano nel 1575, nel 1588 e nel 1674 la chiesa e la festa del 25 aprile, alcune costruzioni nel 1595, nel 1677 un orto, nel 1808 le terre delli quartarari, nel 1815 uno stazzuni, nel 1788 un fonte e dai primi anni del 1800 un casale, mentre con Venezia si additava l’estensione di terre nel 1627, così nel 1687 e nel 1730, nel 1789 si designava altresì una vanella divenuta via di Venezia dal 1867, mentre nel 1816 e nel 1836 sussisteva ancora la designazione luogo di Venezia.[25] 

La fondazione della chiesa e la festa annuale che vi si celebrava, unitamente alla denominazione invalsa terra di Venezia, abolivano così la più antica denominazione della contrada conosciuta per antonomasia dal 1297 fra le contrade ericine come contrata critaciarum. Appunto contrada delle crete, da cui si estraeva la materia per gli artigiani che preparavano diversi oggetti. Se ne ha una conferma nella menzione, fra gli artigiani, di un quartararius che nel 1300 aveva la sua famiglia nella città del Monte.[26] Simile designazione contrata critaciarum rimase esplicitamente riferita alle terre di San Marco fino al 1815, per la presenza continuata di chi lavorava la creta, allorché si attesta la denominazione terre di San Marco collaterali ad altre terre dello stazzone di San Marco. Del resto altre testimonianze confermano l’esistenza di tale attività artigianale fino al tempo recente.[27]

In definitiva, una contrada che veniva apprezzata implicitamente e sfruttata per questa sua morfologia durante tanti secoli, appunto per la presenza di numerose fornaci di vasai che lavoravano la migliore creta della provincia e producevano mattoni, tegole e stoviglie in terracotta. Né meraviglia che solo alcuni antichi storici ericini, più attenti agli aspetti religiosi, facciano menzione della chiesa di San Marco, se si considera come la contrada non rivestisse particolare rilievo ed apparisse legata alla vita quotidiana della città del Monte, a cui era fra le più vicine. Tanto che per la prima volta il ricordo della chiesa si rinviene solo nella monumentale opera manoscritta dell’arciprete Vito Carvini: rievoca la tradizionale processione del 25 aprile non più praticata dal 1575 e descrive le precarie condizioni della sua fabbrica soggetta a completa rovina nel 1674. E ciò avveniva nonostante appena un anno prima fosse stata costituita una rendita, consolidata in beneficio, per volontà di Pietro Salerno, al fine di assicurarvi il servizio di un cappellano. E invece il beneficio, a crollo avvenuto, dovette essere trasferito nella chiesa extraurbana Madonna della Grazia, una fondazione sorta nel 1610 ad opera dello stesso ricco massaro.[28] Evidentemente quella dedicata a San Marco era dalle origini una chiesa modesta che già nel 1526 era stata riparata da un intraprendente chierico, Francesco de Fimia, disposto a sopperire a quella necessità congiuntamente all’impegno assunto per altre due chiese rupestri, la Maddalena di li Runzi e Santa  Maria di Custunaci alla Linciasella: due delle chiese erano riguardate dalla devozione popolare anche perché da tempi remoti erano meta di processioni particolari, mentre Santa Maria di Custunaci era destinata ad assumere notevole importanza, sempre ad opera di quel primo beneficiale ericino, soprattutto con i “Trasporti” a partire dal 1568 fino alla costruzione del nuovo Santuario.[29] Ma se Antonio Cordici – che precede tutti gli scrittori ericini – non annovera la chiesa di San Marco fra quelle sparse nel territorio, conosce la contrada di San Marco chiamata di Venezia, sebbene nessun accenno ne fa nella sua opera principale sulla città del Monte, ma vi si imbatte nel descrivere le parecchiate o appezzamenti di terre, a proposito di una usurpazione contestata dalla città nel 1615. In tal modo l’intitolazione a San Marco, con o senza la chiesa rupestre, richiamava esplicitamente il rapporto di quella contrada, ossia terra, con Venezia.[30] Del resto dopo il 1674 la chiesa rupestre rimase distrutta fino a quando nella contrada si iniziarono a costruire le prime case e gli abitanti furono collegati con la città del Monte mediante la prima strada rotabile realizzata nel 1786. In questo contesto bisognava assicurare il servizio religioso e per questo nel 1784 non mancarono l’intraprendenza e la pietà di due preti originari della zona, Francesco Angelo e Giuseppe Giuffrè, che si sobbarcarono alla ricostruzione dell’antica chiesa rupestre. Non per nulla la menzione delle vicende relative alla ricostruzione sono diffusamente documentate con le pregresse notizie dal loro contemporaneo, l’abate Giuseppe Teodori[31].

Ad ornamento della chiesa ricostruita non poteva mancare l’immagine di San Marco. Per questo fu approntata quella che tuttora si ammira nell’abside dell’attuale chiesa, probabilmente in sostituzione di un’altra frattanto perduta e certamente esistente nell’antica chiesa. Nella nuova raffigurazione, una tela di cm 70×100, San Marco è rappresentato in atto di scrivere l’Evangelo di Gesù Cristo, attorniato da angeli mentre un putto gli sorregge il volume. Proprio quella iconografia che Domenico La Bruna (1699-1763), celebre pittore trapanese, aveva impresso nella tela che nel 1830 si trovava ancora collocata nella chiesa di Maria SS.della Nuova Luce in Trapani. Era la chiesa, già prima dedicata a San Giuliano del consolato dei lucchesi, limitrofa a quella del consolato dei veneziani intitolata a San Marco. Ambedue le chiese, passate alla città dopo la fine delle rappresentanze consolari, avevano apprestato gli spazi ad altri edifici religiosi. In tal modo la memoria di San Marco a Trapani veniva perpetuata nella tela di Domenico La Bruna, a cui si era indubbiamente ispirato il pittore che dopo il 1784 consegnò la sua opera per la chiesa riaperta al culto della contrada San Marco[32]. Ma, nonostante tale ripresa, ormai il ricordo di San Marco non rievocava alcun evento storico, per la perdita dei connotati su quello ancora denominato luogo di Venezia, e neppure riproponeva una memoria liturgica, perché era già consolidata e si perpetuava la soppressione della processione del 25 aprile a partire dal 1588. Non fu difficile, allora, al nuovo beneficiale della chiesa di San Marco, Domenico Carollo, trasferitovi dal 1850 dalla chiesa extraurbana della Madonna della Grazia, dove il beneficio era stato allocato dopo il crollo del 1674, erigere nel 1864 dentro la ricostruita chiesa di San Marco un secondo altare e portarvi il culto della Madonna sotto il titolo di Maria Santissima della Purità.[33]

A raccogliere tutte queste testimonianze è lo storico ericino Giuseppe Castronovo, il frate domenicano che nel 1869 si era battuto per il trasferimento del capoluogo sull’altopiano di Ragosia, tralasciando la storia e la topografia dei luoghi e descrivendo San Marco solo per gli aspetti negativi al disegno caldeggiato:[34]

Villaggio fabbricato alla rinfusa e alla carlona, d’aria bassa e ristretta, né del tutto sana…

Riecheggiava con queste laconiche espressioni quelle della delibera del 1865, dove il Consiglio comunale dava incarico ad un geometra di segnare una linea di demarcazione perché i fabbricati vi si allineassero e non sporgessero sulla strada rotabile creando abusi.[35] Eppure, dopo l’approvazione e le polemiche che fecero abortire per fondati motivi il progetto, lo stesso Castronovo, placatosi con una lunga digressione a discolpa delle accuse di cui era divenuto oggetto, nel 1872 usava altri termini per la Borgata di San Marco descrivendola nelle sue connotazioni civili e religiose:[36]

  1. Marco è celebre pel suo fonte di acqua saluberrima, per la sua creta, per gli opificii di stoviglie, per la sua borgata omonima e per la nuova chiesa di Nostra Signora della Purità.

Appunto questa succinta enunciazione descriveva il nuovo assetto, dove prevalevano le ragioni della convivenza sociale: l’acqua, la materia prima caratteristica della contrada, le fabbriche artigiane. Sul piano religioso annotava la nuova chiesa con la intitolazione diversa dal nome incancellabile della borgata. Aggiungeva nella stessa opera, a proposito della descrizione puntuale delle borgate, una pagina a parte, dedicata alla borgata di San Marco e al Casale di Paparella. Ecco quanto precisa a riguardo della borgata di San Marco:

 La borgata di S.Marco è di un’aria bassa e ristretta né al tutto sana, stante la vicinanza del fiume summentovato (Lenzi) e del Gorgo/Gurga del Seggio; però le acque sorgive di quel gorgo ben si potrebbero condurre nella grotta vicina rimemorata poc’anzi, o meglio si potrebbero incanalare, e così farle servire all’irrigazione dei terreni circostanti. E’ gran ventura poi per quegli abitanti che le influenze miasmatiche vengano attenuate dal fumo quasi continuo delle fornaci dei vasai. La Borgata di S.Marco per la sua topografica situazione centrale, intersecata da vie che riescono a Monte San Giuliano ed a Trapani, avanza tutte le altre nostre borgate in ragion di commercio. Aggiungi che a S. Marco si cava in abbondanza la creta migliore della provincia, per lavorarne specialmente mattoni e tegoli, e vi sorgono otto officine da stovigliai Finalmente la perla, il tesoro di questa borgata è un fonte di acqua copiosa e saluberrima, che provvede ai bisogni degli uomini e degli animali, se non che detto fonte vorrebbe essere e al più presto possibile costruito in forma migliore.

Questo testo più esteso è inserito nelle notizie fisiche e naturali ed evidenzia il nesso fra le acque, potabili e non, con l’aria poco salubre da attribuire alle esalazioni malsane, attenuate dal fumo continuo delle fornaci. Certamente l’acqua della fonte e la creta lavorata dai vasai costituivano la vera ricchezza della borgata.  Sulle esalazioni malsane l’autore si dilunga, più avanti, a proposito dei Difetti dell’agricoltura ericina: l’alluvione dell’autunno 1871, la mancata regolamentazione delle acque e la conseguente formazione di paludi, per denunziare con maggiore indignazione la ricorrente febbre malarica che mieteva tante vittime di uomini. Lo stesso autore non perde di vista altre cause di degrado materiale e morale e i relativi rimedi igienici, strutturali e socioculturali.[37]

Per tutte queste connotazioni non a caso la contrada di San Marco contribuì notevolmente allo sviluppo dell’intero territorio, come risulta prevalentemente dalla storia più recente fino all’autonomia comunale raggiunta nel 1955. E alla formazione del nuovo centro residenziale aveva contribuito in prevalenza la borgata di San Marco, sia per la consistenza demografica sia per le attività economiche e sociali, almeno dal 1861. Consistenza demografica che spinse nel 1881 il vescovo Francesco Ragusa ad approvare l’avvenuta costruzione della nuova chiesa e a decretarne definitivamente la intitolazione a Maria SS. della Purità dichiarando interdetta l’antica chiesa di San Marco, già quasi diruta e chiusa al culto, e volendo annessi e pertinenti alla nuova chiesa della Purità di Maria SS.ma i diritti spettanti a quella.[38]

E’ da rammentare, per altri versi, il ruolo assunto dalla contrada come centro propulsore del movimento contadino dal 1898, allorché le rivendicazioni dei socialisti furono condivise, almeno agli inizi, dall’ambiente cattolico e perfino dal “prete sociale” Francesco Pellegrino, prima della contrapposizione fra le cooperative sorte dalle rispettive compagini sociali. Da ricordare in campo socialista Leonardo Ferrante, Salvatore Bonfiglio e Nicolò Raiti, fra tanti altri che li sostennero anche con uno strumento moderno della comunicazione, il giornale “Monte” stampato nella borgata. Né va dimenticato che fra i fautori del nuovo assetto comunale sia nata l’ipotesi di scartare il progetto su Ragosia e di puntare su San Marco fin dal 1921. Per questo nel 1955 il nuovo Comune, prima di assumere nel 1958 quello emblematico di reminiscenze e di aspirazioni autonomistiche, Valderice, portò per i primi tre anni il nome Paparella-San Marco, perché la denominazione della più antica e popolosa contrada non poteva essere cancellata, anche se l’unione dei due toponimi tendeva a superare antichi e proverbiali campanilismi ed a coordinare le energie. E merita di essere sottolineato come il centro della nuova compagine cittadina, il palazzo comunale, sia sorto nel luogo esatto dove ancora nel secondo dopoguerra esponeva le sue terrecotte uno degli ultimi stazzunari.[39]

In tal modo veniva eclissato nella denominazione del Comune il toponimo San Marco e si perdeva l’ultima traccia dell’attività artigianale a cui aveva dato avvio la morfologia della contrada critaciarum. Svanito dalla memoria pure il culto a San Marco, che lungo tanti secoli richiamò riti propiziatori per la fertilità delle campagne in una delle prime contrade costituitesi nel vastissimo territorio della città del Monte. Dell’intitolazione della chiesa a San Marco nessuna traccia, dopo che il decreto vescovile del 1881 cancellò perfino i resti dell’antica costruzione. Unico superstite rimane un dipinto proveniente dalla chiesa ricostruita nel 1784, dipinto abbandonato con la intitolazione della nuova chiesa a Maria SS.della Purità e solo recentemente restaurato da un amatore certamente ignaro delle origini del culto a San Marco in quella contrada. Eppure a Venezia resta tuttora intitolata una via secondaria della frazione che ancora è distinta come San Marco dalla popolazione più avvertita.

Se, allora, il toponimo rischia di andare in disuso, ricostruirne le origini e il significato non è solo una precisazione storica, quanto piuttosto un invito a non perdere tanto patrimonio. Invito che viene da chi ha raccolto le tracce qui composte, da quando, seppure per pochi anni, ha abitato come cittadino a San Marco in Valderice.

Note:
[1] F.SPATAFORA, Marco, evangelista, santo, in Bibliotheca Sanctorum, Cittadella ed. Roma 1967 vl.VIII, 711-724.

[2] Recentemente viene ridimensionata dalla critica l’attribuzione dell’evangelo di Marco al discepolo di Pietro dello stesso nome: dà una visione sintetica delle argomentazioni R.GRECO, Il Vangelo di Marco. Autore e data, in “Myrhos” – Rivista di Storia delle Religioni, Palermo 1992, n.4, 115-135.

[3] A.NIERO, Il culto (Marco, evangelista, santo), in Bibliotheca Sanctorum, cit., vl.VIII 724-738.

[4] Si veda qualsiasi Enciclopedia che accenni ad un  minimo di storia per apprendere delle origini pregreche della cittadina. Una sintesi in Guida generale della Sicilia, ed.Guida Napoli 1989-1990, 212-213. Per il particolare riguardante l’età romana: G.PAGOTO, Le diciassette città tributarie di Venere Erycina, in “Trapani” 1976 n.11. Notare il significato medievale di terra distinto da civitas, oppidum/castrum, burgium, tenimentum, divise, casale: I.PERI, Uomini, città e campagne in Sicilia, dal XII al XIII secolo, Laterza Bari 1978, 33-40.  Terra era un luogo munito di castello, che aveva la sua piazza o chiesa per le assemblee, a cui competeva in età aragonese una certa autonomia amministrativa: A.DE STEFANO (a cura di) Il Registro notarile di Giovanni Majorana (1297-1300), Ist. Di Storia Patria Palermo 1943, XXXI-XXXII n.1. Per la menzione della terra di San Marco d’Alunzio  P.SELLA, Rationes decimarum Italiae – Sicilia, Città del Vaticano 1944, negli anni 1308-1310: 551.552.553.710.711.833.

[5] G.AGNELLO, I santuari rupestri della Sicilia, in C.D.FONSECA (a cura di), La civiltà rupestre medievale nel Mezzogiorno d’Italia. Ricerche e problemi, Atti del Primo Convegno Intern. di Studi, Istituto Grafico S.Basile, Genova 1975, 83-94.

[6] P.SELLA, Rationes…Sicilia, cit., per le chiese nelle diverse città: 10.156. 528-889.987.1161.1219.1394.1502.

[7] G.PUGNATORE, Historia di Trapani, Prima edizione dall’autografo del secolo XVI a cura di S.COSTANZA, Corrao ed. Trapani 1984,79. Sull’ aggrandimento disposto da Giacomo d’Aragona e della divisione conseguente alla realizzazione del progetto: ivi, 107-111.

[8] U.TUCCI, La Sicilia nei manuali di mercatura veneziana, in G.MOTTA (a cura di) Studi dedicati a Carmelo Trasselli, Rubbettino ed.Catanzaro 1983, 639-649, dove si attesta il traffico marittimo dagli inizi del IX secolo, si citano documenti del XIV secolo, si ricavano informazioni sulla Sicilia nella sezione dei rapporti fra Alessandria e Venezia, si espongono le corrispondenze fra pesi e misure e si evidenziano i contatti con Tunisi e Trapani per l’esportazione-importazione di prodotti, in particolare le spezie da Alessandria. Dal canto suo M.AMARI, I diplomi arabi del R.Archivio Fiorentino, Firenze 1863, XLIX ss. aveva documentato i rapporti fra Sicilia ed Egitto dal 970. Una visione generale offre C.TRASSELLI, I privilegi di Messina e Trapani (1160-1355), ed.Segesta Palermo1949, 31-35; IDEM, Sicilia, Levante e Tunisi nei secoli XIV e XV, Trapani 1952 e ora in Mediterraneo e Sicilia all’inizio dell’epoca moderna, Pellegrini ed. Cosenza 1977, soprattutto 82-102.
Per i rapporti fra la Sicilia e la costa africana nell’età classica: B.PACE, Arte e civiltà nella Sicilia antica, Milano-Roma 1958,vl. I, 461-468; G.CLEMENTE, La Sicilia nell’età imperiale, in AA.VV., Storia della Sicilia, vl. II Napoli 1979, 473-477.

[9] G.PAGOTO, Una villa di Nicomaco Giuliano presso la tomba di Anchise, in SCUOLA MEDIA G.PAGOTO, Omaggio a Giuseppe Pagoto, Trapani 1986, 15-17; IDEM, Una villa romana e una chiesa medievale a Sant’Andrea di Bonagia, in “Trapani” 1982 n.11; A.BRUGNONE, A proposito di IG XIV 238-284, in “Kokalos”, XXVIII-XXIX, 1982-1983, 388-393.

[10] A.GUILLOU-F.BURGARELLA, L’Italia Bizantina. Dall’esarcato di Ravenna al tema di Sicilia, Utet Torino 1992, 251-278; F.BURGARELLA, Trapani e il suo vescovado in epoca bizantina, in “La Fardelliana”  Trapani XIII 1994, 5-16.

[11] C.TRASSELLI, Sugli europei in Armenia. A proposito di un privilegio trecentesco e di una novella del Boccaccio, in “Arch.Stor.Italiano” CXXII, 1964, 471-491, dove l’autore dimostra la frequenza dei traffici fra Sicilia ed Armenia, essendo Trapani tappa obbligatoria nel medioevo per i viaggi verso Levante, e dove annota l’esistenza a Trapani di una colonia armena, come si ricava dalle informazioni desunte dalla novella 7 della V giornata nel Decameron di Boccaccio, da atti notarili a  partire dal 1453 e da  un sepolcro nazionale nella chiesa di San Francesco d’Assisi con una lapide del 1663. Per le sedi fuori le mura delle rappresentanze consolari di alessandrini e bizantini: G.PUGNATORE, Historia…cit., 59-60.79-80. Per la presenza antica e fuori le mura della rappresentanza dei genovesi , in quanto Trapani con le isole Egadi entrava nella rotta di navigazione da Genova a Tunisi: C. TRASSELLI, Sicilia, Levante e Tunisia, cit., 96-97.319-320. Per i rapporti privilegiati Trapani-Genova, oltre al saggio appena citato, dello stesso autore: Frumento e panni inglesi nella Sicilia del XV secolo, ibidem 229-329, e Sull’esportazione dei cereali dalla Sicilia negli anni 1402-1407, ibidem 335-370. Sulla derivazione del cristianesimo nella Sicilia occidentale dalla chiesa di Cartagine e dalla chiesa di Alessandria d’Egitto, una sintesi agevole in S.CORSO, San Giuliano martire cartaginese del III secolo e il suo territorio da Trapani al Monte, in “La Fardelliana”  Trapani XVI 1997, 5-110.

[12] G.PUGNATORE, Historia…cit., 59-60. 79-80. 136-137.

[13] Il particolare rapporto con i pisani si incrementò per l’arrivo-commissione della statua attribuita a Nino Pisano e dalla tradizione certamente collegata alla permanenza a Trapani del console di Pisa: nella incommensurabile bibliografia, si rimanda a V.SCUDERI, Trapani monografia EPT Trapani 1949, 34; IDEM, La Madonna di Trapani, in AA.VV. Il tesoro nascosto, Novecento Palermo 1995, 62-66; G.MONACO, Notizie storiche della Basilica Santuario della Madonna di Trapani, Trapani 1950, dove è ospitato lo studio di Maria Pia Sibilia Cosentino. In particolare per la provenienza via mare: G.MONACO, La Madonna di Trapani, Laurenziana Napoli 1981, 28-33, dove cita genericamente un documento del 1430, scoperto nella Biblioteca dell’Università di Padova: si dà notizia di un veliero che trasportava l’immagine della Madonna di Trapani, veliero costretto a riparare a Palermo prima di giungere a Trapani, dove l’immagine, appena giunta, venne esposta alla venerazione nella chiesa dei carmelitani: un episodio in cui si sottolinea la parte avuta dal carmelitano Alberto degli Abbati (1250-1305). Alla destinazione Pisa della statua partita dalla Terrasanta richiama esplicitamente, nel presentare la seconda e più comune opinione, G.PUGNATORE, Historia…cit., 92-94.

[14] S.CORSO, San Giuliano martire cartaginese…cit., in “La Fardelliana”  Trapani XVI 1997, 5-110.

[15] G.PUGNATORE, Historia…cit., 99. Nella nota S.COSTANZA, precisando la data alla metà di giugno 1266 e nominando i comandanti delle due squadre, il veneziano Jacopo Dandolo ed il genovese Lanfranco Borborino Della Turca, richiama l’autore e la sua opera Castigatissimi annali con la loro copiosa tavola della eccelsa et illustrissima Repubblica di Genoa, Genova 1537, opera postuma di chiara esaltazione patria. Evidentemente le annotazioni sulla disfatta genovese e soprattutto sulla peculiare partecipazione dei trapanesi in favore dei veneziani appartengono a testimonianze reperite a Trapani.
Sulla preponderanza dei rapporti commerciali Trapani-Genova si sofferma Carmelo Trasselli negli scritti sopracitati. Lo stesso autore riporta la successione cronologica degli avvenimenti che aprirono a Venezia dal 1201 il predominio incontrastato verso l’oriente a paragone di Genova che subì, invece, lo scacco definitivo nel 1293 davanti alla città armena di Lajazzo: C.TRASSELLI, Sugli europei in Armenia…cit., 488-490.

[16] Le pagine da confrontare vertono esclusivamente sulla descrizione circostanziata di combattimenti avvenuti intorno a Trapani: G.PUGNATORE, Historia…cit., 46-53. 55-56. 71-72. 117-118.

[17] L.ORLANDINI, Trapani in una brieve descrittione, Gio.Antonio de Franceschi Palermo 1605, 31. Il termine Annali avvia la scansione degli avvenimenti ritenuti ragguardevoli per la città, nel brano ora ripreso da pagina 25: Ma di cose non da silentio in vario corso d’anni quivi avvenute, che nella lezzione degli Autori, e relationi vere, hora parimenti mi s’offeriscono, i seguenti Annali saranno: Intorno agli anni…. Seguono brevi descrizioni di eventi riferiti a Trapani.

[18] L’allusione al culto tributato dai veneziani a San Marco può aver rievocato nell’autore, che fuori dubbio conosceva il manoscritto di Gianfrancesco Pugnatore da lui altrove richiamato, la pagina dove si accenna alla fuga in terra. In quanto prete trapanese, seppure divenuto canonico della cattedrale di Palermo, sapeva bene Leonardo Orlandini che il culto a San Marco era stato presente a Trapani e perdurava al suo tempo in una contrada, non lontana dalla città, anche se nel territorio della città di Monte San Giuliano. Le notizie su Leonardo Orlandini (1552-1618) in G.M.DI FERRO, Biografia degli uomini illustri trapanesi, Mannone e Solina Trapani 1830, 177-181.

[19] Il trasferimento dei frati zoccolanti si effettuò in parte sui locali  della Confraternita di San Giuliano dei trapanesi ed in parte sui locali un tempo lasciati dal consolato dei veneziani, compresa la cappella di San Marco: G.PUGNATORE, Historia…cit., 153; G.FARDELLA, Annali di Trapani, Ms 193 Biblioteca Fardelliana Trapani, cc. 295 e 313 e, più di recente, V.FONTE, La chiesa di Santa Maria di Gesù in Trapani, Trapani 1953 e M.SERRAINO, La chiesa di Santa Maria di Gesù e i frati francescani minori di Trapani, Arti Grafiche Corrao 1985. Per l’abbandono della sede consolare, l’incameramento dei beni da parte della città e il ritorno in altra sede sia dei genovesi sotto Carlo V sia dei veneziani che ripresero a caricare il sale dopo la perdita di Cipro nel 1570: G.PUGNATORE, Historia…cit., 135-137.155. 181.

[20] Il testamento di Manfridus Mancalardo in notaio Rugiero Saluto 25 aprile XV ind.1422, ricopiato interamente per transunto in notaio Filippo Majorana 31 gennaio 1831 Archivio Storico di Trapani n.c. del volume 646,ff.33r-37v, fra i documenti attestanti l’antichità del culto alla Madonna di Custuunaci. Probabilmente ad altra data – 14 luglio XV ind. 1422 – va riportato il legato alla stessa chiesa rupestre di San Marco e a quello alla chiesa di San Bartolomeo, ambedue riferiti da G.TEODORI, Erice glorioso, Ms 11 (copia Amico)BCE f.239.
L’attività del notaio Rugiero Saluto è documentata dal 1412 al 1471, la più antica dopo quella del notaio ericino Giovanni Majorana  di cui rimane il Registro, comprensivo degli anni 1297-1300 e di pochi frammenti degli anni seguenti. Purtroppo restano ancora precluse alla consultazione le carpette relative al notaio Rugiero Saluto, di recente trasferite dalla Biblioteca Comunale di Erice all’Archivio Storico di Trapani.

[21] D.TARANTO, La diocesi di Mazara nel 1430: il Rivelo dei Benefici, in “Mélanges de l’école française de Rome”, MEFRM, 93, 1981, I 195. Poco più avanti la dichiarazione concernente Sanctu Vitu di lu Capu ki è festa di candili.

[22] Sulla processione, ora desueta, delle Rogazioni, derivata dai Robigalia e fissata nella liturgia romana al 25 aprile dal tempo di papa Gregorio Magno: P.GUERANGER, L’anno liturgico, ed.Paoline Alba 1957, vl.III 412-414; I.SCHUSTER, Liber sacramentorum, ed.Marietti Torino-Roma 1925,vl.VII, 121-126. La processione delle Rogazioni non figura nel Kalendarium Romanum., Tip.Vaticana 1965.

[23] G.CASTRONOVO, Erice Sacra, Ms 14 BCE ff.293-294 sintetizza e precisa quanto viene attestato nell’opera del 1682 di V.CARVINI, Erice antica e moderna, sacra e profana, Ms 8 BCE ff.87-88. Di fatto l’abbandono della tradizionale processione del 25 aprile e più ancora la chiusura della chiesa rupestre costituivano valido motivo per tralasciarne la menzione, come fa perfino il più attento raccoglitore delle memorie ecclesiastiche, il francescano Bonaventura Provenzani che scriveva nel 1671Cronica d’Erice oggi Monte San Giuliano, in due trattati Mss 12 e 13 BCE. Fornisce, invece, e documenta i particolari G.TEODORI, Erice glorioso, cit., Ms 11(copia Amico)ff. 224-225 e 234-235, che scrive un secolo dopo e con la visione dei restauri della chiesa appena ultimati.

[24] V.PERUGINI, Valderice: la terra, i giorni, cit., 34-36, che cita Notaio G.Lombardo atto 4.12 1553 in Archivio Storico di Trapani.

[25] Per le indicazioni di carattere religioso, in particolare G.TEODORI, Erice glorioso, cit., Ms 11(copia Amico) ff. 224-225 e 234-235 e, sulla sua scorta, quanto precisa nella sua opera manoscritta G.CASTRONOVO, Erice Sacra, Ms 14 BCE ff.293-294. Atti notarili e altri documenti sono riportati da V.PERUGINI, Valderice: la terra, i giorni, cit., cap. I nn. 63.69.98.103.110.112.139.156; cap.III, 127-142; cap.IV, 145-151. Altre precisazioni lo stesso autore aveva fornito in Genesi di un paese:Valderice, Cassa R. ed Art.”Ericina” Valderice 1990, 132-133 e in L’exfeudo di Ragosia al pubblico incanto, in AA.VV.,Valderice 2000, Scuola Media Statale “G.Mazzini” Valderice, 2000, Scuola Media Statale “G.Mazzini” Valderice, 2000, 34-41.

[26] L’indicazione contrata critaciarum, menzionata nello stesso atto in cui si nominano contrata Ragosie, contrata Pantanorum, contrata Cassari e contrata Connuchii, compare in A.DE STEFANO (a cura di) Il Registro…cit., doc. XXXVII 62. Una donna di nome Sybilene figlia del fu Salvo quartararo viene menzionata in un testamento del 1300: ivi, doc. CXVI, 198. La contrata critaciarum senza dubbio designa una estensione di terreno morfologicamente caratterizzato dall’argilla.

[27] V.PERUGINI, Valderice: la terra, i giorni, cit., 42. Inoltre, per le attestazioni recenti: AA.VV.,Valderice 2000,cit., 179. Ma resta pure il ricordo dello stazzuni affidato alla memoria dei locali.

[28] G.TEODORI, Erice glorioso, cit., Ms 11(copia Amico) ff. 224-225 e 234-235 si diffonde maggiormente e fornisce i documenti derivati dal  Registro della Corte Foranea: v. RCF, presso BCE, vl.XI f.231. Sulla chiesa della Madonna della Grazia, appena fuori le mura, edificata nel 1610, rimangono la tavola dipinta da fra Ludovico Zichichi e una lapide rievocativa del 1750, ambedue trasferite nella chiesa di San Martino, dopo lo scempio perpetrato circa un cinquantennio addietro nei confronti della chiesa voluta da Pietro Salerno. Per i dati storici: G.CASTRONOVO, Erice Sacra, Ms. 14 BCE f.317.

[29] La bolla di nomina del chierico Francesco de Fimia, che si rendeva disponibile a provvedere alle richieste riparazioni urgenti delle tre chiese rupestri, è del 1 novembre XV ind. 1526 ed è il conferimento di un beneficio ecclesiastico. Il documento si può leggere in Deposito dei documenti di M.SS. di Custonaci fatto da D.Giuseppe Badalucco in notaio Filippo Majorana 1 giugno 1848, Archivio Storico Trapani n.c.del volume 662 ff. 263r-263v. Appunto Francesco de Fimia, divenuto beneficiale di tre chiese rupestri frequantate dai fedeli, provvide al restauro e curò, in particolare, l’incremento della devozione a Santa Maria di Custunaci, quando ancora la venerazione si svolgeva in località Linciasella, prima della realizzazione  del Santuario a partire dal 1575. Per i particolari sul personaggio e sugli sviluppi del culto da un eremitaggio alla Linciasella, già antico nel 1167, fino all’odierno Santuario: S.CORSO, Custunaci:le radici religiose, in S.CORSO(a cura di) Custonaci:Identità di un territorio, Parrocchia Santuario Maria SS. di Custonaci, 2000, 167-237.  

[30] A.CORDICI, Libro delle cose appartenenti alle parecchiate di Monte San Giuliano, c.99s., ed. a cura di S.DENARO dal manoscritto del sec.XVI, Soc.Trapanese per la Storia Patria, Trapani 1988, 135.

[31] G.TEODORI, Erice glorioso, cit., Ms 11(copia Amico)ff. 224-225 e 234-235 che mostra interesse proprio in coincidenza con l’avvenuta ricostruzione del 1784. Il breve profilo dell’abate Giuseppe Teodori si rinviene agevolmente in A.BURDUA, Uomini Illustri Ericini, Arti Grafiche Corrao Trapani 1994,53. Sulla costruzione della strada rotabile, la prima, costruita nel 1786: G.CASTRONOVO, Memorie storiche di Erice, Stab.Tip.Lao Palermo 1872, vl.II 347.

[32] Le notizie sulla tela di Domenico La Bruna e sulla sua allocazione nel 1830 in G.M.DI FERRO, Biografia degli uomini Illustri Trapanesi, Mannone e Solina ed. Trapani 1830, vl.I 58. Ne forniva la descrizione V.FONTE, Storia della chiesa di M.SS. della Nuova Luce in Trapani già Confraternita di San Giuliano, Tip. La Combattente 1927, 87: Del La Bruna, nella chiesa di Maria SS. della Luce, esisteva un altro quadro raffigurante San Marco nell’atto di scrivere il suo Evangelo. Di esso ora si hanno solo tre frammenti: due angeli ed un putto, che trovansi nei cassettoni della Cappella del Crocifisso. Era collocato dove ora sta l’antichissimo quadro della Madonna della Luce [ ndr. ora, salvato dalla distruzione del bombardamento aereo del 6 aprile 1943 che distrusse l’intero quartiere e la chiesa, si trova in vescovado]. Circa 20 anni or sono, staccatasi la grande tela dal telaio, venne trovata una mattina per terra, ridotta in cento pezzi.
Per gli spazi lasciati dal consolato dei lucchesi e dal consolato dei veneziani e riutilizzati per nuovi edifici religiosi:S.CORSO, San Giuliano martire cartaginese del III secolo…cit., 13-17 e nn.21-22.

[33] V.PERUGINI, Valderice: la terra, i giorni, cit., 169, riporta il documento relativo alle vicende che prepararono il mutamento della intitolazione in Maria SS. della Purità della chiesa rurale nella borgata di San Marco. Si tratta di una transazione del 1864 in cui, oltre al beneficiale della chiesa ricostruita, intervengono i padroni, cioè gli amministratori che disponevano ed erogavano la rendita, del beneficio e gli altri esponenti ecclesiastici quali garanti. E’ il primo atto con cui si introduce il culto a Maria SS. della Purità in un altare a fianco dell’altare dedicato al titolare della chiesa San Marco.

[34] G. CASTRONOVO, Le colonie agricole di Erice, oggi Monte San Giuliano, loro insufficienza e necessità di fondarne una nuova sull’altopiano di Ragosia, Tip.Modica-Romano Trapani 1869, 17.

[35] Atti del Consiglio Comunale, Monte San Giuliano 1°maggio 1865, citato da V.PERUGINI, Genesi di un paese…, cit., 28.

[36] G.CASTRONOVO, Memorie storiche…cit., vl.I 163 e 183-184.

[37] Una contrata de gurga era già segnalata nel 1298: A.DE STEFANO (a cura di) Il Registro …cit., doc. XLV 76. Il termine ricorre moltissime volte, con alcune varianti, in A. CORDICI, Libro delle cose appartenenti alle parecchiate di Monte San Giuliano, ed. a cura di S:DENARO, Soc.Trapanese per la Storia Patria Trapani 1988: segno della  conclamata morfologia tipica dell’assetto territoriale. I riferimenti descrittivi del territorio in G.CASTRONOVO, Memorie storiche…cit., 202-209. 247-261. Assai vicina a questa morfologia di terreno è la contrata Pantanorum, citata anche in altri atti dello stesso Registro…cit., doc. XXXVIII 65. doc. XLIX 89. doc. LXIII 113. Da notare la trascrizione da contrata Pantanorum in Plantano già nel 1714, mentre nel primo ottocento assume definitivamente la denominazione Blandano dal nome di D.Blandano Fardella che amministrava quella parecchiata di terre: V.PERUGINI, Valderice: la terra, i giorni, cit., 7-12.

[38] V.PERUGINI, Valderice: la terra, i giorni, cit., 171, riporta il decreto vescovile del 1881.

[39] V.ADRAGNA, La formazione di Valderice come centro residenziale, in AA.VV., Valderice 2000, cit., 12-21 e, più diffusamente, V.PERUGINI, Genesi di un paese:Valderice, cit.25-109. A cui bisogna aggiungere i ricordi di quanti conoscevano l’assetto territoriale fino al secondo dopoguerra.

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