Srotoli il tubo fino all’ultimo centimetro, tiri, ti allunghi, e l’acqua cade a mezzo metro dall’aiuola che ne avrebbe più bisogno. Lo sa chiunque abbia un giardino, un orto o anche solo un balcone con troppe piante. Poi si prova a fare quello che si può: si sposta il rubinetto, si prende un secchio, oppure si rinuncia a quell’angolo e si spera nella pioggia, che di solito non arriva quando serve.
La vita è così – ci penso da un po’ – un tubo sempre troppo corto, e la cosa meno confortevole è che il guaio non sta nell’acqua. La fonte è lì, il rubinetto funziona, la pressione è buona. Di energia, di affetto, di buone intenzioni ne abbiamo quasi sempre più di quante ne riusciamo a spendere. Ci mancano il tempo, gli strumenti, magari la possibilità di stare in più posti nello stesso momento. Vorremmo occuparci dei figli, dei genitori che invecchiano, degli amici lontani, del lavoro, delle passioni messe da parte, e ogni giorno scopriamo che la lunghezza è quella che è.
Ed è lì che nasce una sensazione difficile da nominare, che non è esattamente tristezza e nemmeno rabbia. È una stanchezza particolare, quella di chi non ha sbagliato niente di preciso e sente comunque di essere in difetto. Si arriva a sera con la schiena rotta e la sensazione di aver fatto tanto, e allo stesso tempo l’occhio va dove l’acqua non è arrivata. Non si ricorda l’aiuola bagnata, si ricorda quella secca. È un’ingiustizia sottile: lo sforzo c’è stato, ma il pensiero va sempre al resto.
Si può trovare un conforto nel dirsi che non siamo aridi, siamo soltanto finiti, ma è un conforto magro. Sapere perché l’aiuola è secca non la fa tornare verde. E la ragione è che il senso di mancanza non risponde alle spiegazioni: si può capire benissimo che nessuno può stare dappertutto, e continuare a sentirsi in colpa lo stesso. La testa accetta il limite, lo stomaco no.
In ogni giardino c’è un angolo che si è smesso di guardare. Nella vita ha nomi diversi: la telefonata rimandata da mesi, il libro che volevamo leggere o scrivere, il viaggio sempre «l’anno prossimo», la persona a cui non abbiamo detto una cosa importante. Ci raccontiamo che c’è ancora tempo, e intanto la terra si crepa. La parte peggiore è che quell’angolo lo si evita proprio perché fa male: si gira l’orto in modo da non passarci accanto, si lascia il tubo lontano, e così il senso di colpa diventa abitudine. Si finisce per convivere con una ferita che non si cura per non doverla guardare.
Qualcuno dirà che un giardino non è fallito perché una parte è meno verde, e ha ragione: alcune piante resistono con poco, altre appassiscono senza che avessimo niente da rimproverarci. Ma certe le abbiamo lasciate morire senza nemmeno provarci, e di quelle ci ricordiamo benissimo. Il rimpianto ha questa caratteristica crudele: non si rivolge alle cose che non potevamo fare, ma a quelle che potevamo e non abbiamo fatto, e la differenza tra le due categorie, a distanza di anni, è spesso più sfocata di quanto vorremmo.
Le vie d’uscita naturalmente esistono, e funzionano a metà. Si può spostare il rubinetto – cambiare casa, lavoro, abitudini per avvicinarsi a ciò che conta – ma di solito lo si capisce quando una parte del giardino è già perduta. E non è comunque facile da realizzare. Si può andare a piedi col secchio, che è più lento e più attento – una visita al posto di un messaggio, una lettera al posto di un’emoji – salvo che il secchio chiede tempo e forza, proprio quello che non abbiamo. Si può contare sulla pioggia, sugli altri che si prendono cura di chi amiamo, sul tempo che ogni tanto guarisce: è realismo, ma è anche una resa, e ha il sapore dolceamaro di chi deve ammettere che molte cose non dipendono da lui. E si può scegliere dove far arrivare l’acqua, ricordando che scegliere un’aiuola vuol dire sacrificarne un’altra. Nessuno lo dice volentieri, ma ogni priorità è anche una rinuncia, e le rinunce, anche quelle ragionevoli, lasciano un residuo di malinconia che non si dissolve con la logica.
Si dice, a volte, che un tubo di cento metri sarebbe peggio: pesante, aggrovigliato, che si blocca a ogni angolo. Che i limiti ci obbligano a scegliere e che è la scelta a dare forma al giardino. È una consolazione che si sente ripetere soprattutto da chi ha il tubo corto, e a cui nessuno, offrendogli i cento metri, direbbe di no. Eppure, in certi giorni, la si accoglie lo stesso, non perché ci convinca ma perché ci serve, come si accetta una coperta leggera in una notte fredda: non scalda abbastanza, ma è meglio di niente.
Alla sera, quando la luce si fa obliqua, il tubo si riavvolge. Lo si arrotola, lo si appoggia al muro, e si guarda il giardino com’è: qualche aiuola ben bagnata, un angolo ancora asciutto, una pianta che ha preso più acqua del necessario e un’altra che ne avrebbe voluta di più. Le piante non ci chiedono di arrivare dappertutto, ma sarebbe falso dire che non si accorgono di niente. Il verde che si vede è la somma delle mattine in cui siamo usciti. Il secco è la somma di quelle in cui non ci siamo riusciti, o non ci abbiamo pensato, o eravamo altrove.
Mi chiedo quale sia il sentimento più onesto, davanti a tutto questo: forse non è né la colpa né l’assoluzione, ma una specie di tenerezza amara verso se stessi: quella che si prova guardando qualcuno che ha fatto del suo meglio con un tubo troppo corto, e lo sa.












