Il caso degli autobus fermi il 2 giugno non è soltanto l’ennesima polemica tra il sindaco Giacomo Tranchida e ATM. È il sintomo di un cortocircuito politico e amministrativo che a Trapani era visibile da tempo.
I fatti sono semplici. In un giorno festivo, con la città già sotto pressione per i cantieri e con il centro storico che avrebbe avuto bisogno di collegamenti alternativi all’auto privata, il servizio urbano non è stato effettuato. Dopo le proteste dei cittadini, il sindaco ha puntato il dito contro l’azienda partecipata, sostenendo che un proprio indirizzo volto a rafforzare o rimodulare il servizio festivo sarebbe stato disatteso.
Ma fermarsi allo scontro del giorno serve a poco. La vera domanda è un’altra: con quali risorse ATM dovrebbe garantire più corse, più servizi e una mobilità più efficiente se, nello stesso tempo, il sistema che contribuisce a sostenere economicamente quel modello viene progressivamente indebolito dalle scelte del Comune?
I documenti di bilancio raccontano una realtà precisa. I proventi dei parcheggi a pagamento sono destinati anche al finanziamento del trasporto pubblico locale. La stessa ATM, nei propri bilanci, considera i ricavi della gestione della sosta come ricavi aziendali. Tradotto: il rapporto tra parcheggi, sosta e trasporto urbano non è marginale. È strutturale.
Per questo il nodo non può essere liquidato come una semplice insubordinazione aziendale o come un problema organizzativo di una singola giornata. Se l’amministrazione riduce gli stalli a pagamento o restringe le fonti di entrata del sistema, e contemporaneamente pretende un potenziamento dei servizi, deve anche spiegare come intende garantire quell’equilibrio economico. Altrimenti la politica annuncia il servizio, ma è l’azienda a dover sostenere il costo concreto delle promesse.
Negli ultimi mesi il Comune ha rivendicato una strategia chiara: meno auto nel centro storico, maggiore rotazione degli stalli, più utilizzo del trasporto pubblico e una crescente integrazione con il sistema BRT. Un obiettivo legittimo e, per molti aspetti, condivisibile. Ma tra la narrazione e la realtà esiste un passaggio obbligato: la sostenibilità economica.
Perché se si vuole convincere i cittadini a lasciare l’auto, i bus devono circolare davvero. Non soltanto nei comunicati stampa o nelle campagne promozionali, ma nei giorni festivi, nei momenti di maggiore afflusso e quando il servizio è realmente necessario.
Ed è qui che emerge la contraddizione politica. Il sindaco non può chiedere ad ATM di essere contemporaneamente strumento sociale, motore della nuova mobilità urbana e parafulmine di ogni malcontento cittadino, senza riconoscere che ogni decisione sulla sosta e sui ricavi ha effetti diretti sulla qualità e sulla continuità del servizio.
In altre parole, non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. Non si possono comprimere i margini economici del sistema e poi scandalizzarsi se, per contenere i costi, gli autobus nei giorni festivi restano in deposito.
Se davvero Palazzo d’Alì considera strategico il trasporto pubblico, deve assumersi fino in fondo la responsabilità politica delle coperture finanziarie, delle priorità e delle scelte industriali che riguardano la propria partecipata. Se invece ogni criticità viene scaricata sull’ATM, allora non siamo di fronte a una riforma della mobilità, ma a una partita giocata sulla pelle dei cittadini.
Il 2 giugno, più che l’assenza degli autobus, ha fotografato una contraddizione più profonda: una città alla quale si chiede di cambiare abitudini senza che il servizio alternativo sia ancora abbastanza forte da sostenere quel cambiamento.
E finché questa contraddizione non verrà affrontata e risolta, ogni cantiere, ogni festività e ogni momento di particolare pressione sul traffico rischieranno di trasformarsi nello stesso identico copione.

















