C’è un bambino con la frangetta di lato e le scarpe blu occhio di bue che ritorna, ostinato, all’inizio e alla fine del libro.
È il bambino che era stato, e che continua a sfidare l’adulto con una domanda senza risposta: «Sei diventato ciò che volevi?».
Intorno a questo dialogo-spettro tra passato e presente si costruisce “Blu e sale. Un’educazione siciliana”, il memoir di Giacomo Pilati, giornalista e scrittore trapanese pubblicato da Bibliotheka Edizioni.
Lunedì 23 marzo alle 18, alla Biblioteca Fardelliana di Trapani, la prima presentazione: l’autore dialogherà con la scrittrice Stefania Auci, le letture saranno affidate a Giampiero Montanti.
Il libro si articola in cinque sezioni — Dire, Fare, Baciare, Lettera, Testamento — che costruiscono, più che una biografia lineare, un atlante sentimentale dell’infanzia e della giovinezza nell’Italia meridionale degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. La Trapani che emerge da queste pagine non è una cartolina folkloristica: è una città reale, vissuta nel corpo, negli odori, nei suoni e nelle contraddizioni. Il profumo dell’olio appena travasato, il sapore del Marsala assaporato in spiaggia con la zia, le arancine della domenica mattina modellate tra le dita come argilla: Pilati possiede la rara capacità di trasformare il dettaglio sensoriale in epifania emotiva.
La struttura del volume non segue una traiettoria narrativa convenzionale. Ogni capitolo è un racconto breve, spesso fulminante per precisione e brevità, capace di illuminare un’intera stagione esistenziale in pochi paragrafi. Si passa dall’idillio con la prima fidanzatina all’asilo alla paura del terremoto del 1968, dal rito pagano-cattolico del malocchio praticato dalla zia Maria all’omicidio del magistrato Ciaccio Montalto, dall’eccitazione adolescenziale dei club da ballo clandestini al terrore del rapimento di Milena Sutter che turbò l’immaginario di una generazione. Pilati non ordina i ricordi: li lascia affiorare nella loro complessità, con tutte le contraddizioni di chi ha vissuto un’età storica densa e conflittuale.
Uno dei nuclei tematici più potenti del libro è il rapporto ambivalente con la terra natale. Pilati descrive con lucidità spietata il sistema degli «zii» — quel reticolo di favori, clientele, raccomandazioni e silenzi complici che regola la vita pubblica della Sicilia provinciale — senza trasformare mai la denuncia in moralismo. La sua è un’analisi sociologica vissuta dall’interno, che non risparmia neppure lo sguardo del protagonista stesso, tentato come tutti di sfuggire al sistema pur rimanendone in qualche misura prigioniero.
La mafia non è un fantasma: è una presenza concreta e quotidiana, che Pilati racconta attraverso episodi precisi e personali. L’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto (1983), la strage di Pizzolungo (1985) in cui morì Barbara Rizzo coi suoi due gemellini al posto del giudice Carlo Palermo, l’assassinio di Mauro Rostagno (1988) al quale è dedicata una delle pagine più strazianti del libro, un’epistola postuma scritta in seconda persona con la voce di chi non ha ancora smesso di fare i conti con quella perdita. Pilati in quegli anni lavorava nella stessa tv, era presente, era testimone. E questa posizione, insieme alla scelta letteraria della memoria, conferisce alle sue pagine un peso specifico che nessuna ricostruzione storica sarebbe in grado di replicare.
Tra i capitoli più belli c’è “Tienimi stretto, vicino al cuore”, che racconta il giorno del matrimonio dell’autore con Alba, interrotto dalla telefonata del padre che rivela la malattia della madre. Il salto temporale tra il ricordo dell’infanzia — il bambino cullato nel buio, il pollice e l’indice che arrotolano i capelli materni — e il precipitare nella tragedia adulta è gestito con una perizia tecnica degna di uno scrittore di lunga esperienza. Il finale sospeso sull’alba nel treno notturno di ritorno verso Trapani è uno dei momenti più intensi di tutto il libro.
Nelle sezioni finali — “Lettera” e “Testamento” — il registro cambia. La prosa di Pilati si allarga e si fa più meditativa, quasi elegiaca. Il capitolo “La custodia dell’infanzia” è un lungo, appassionato ritratto di Trapani come palcoscenico dell’adolescenza: le strade, i bar, la Standa con le sue commesse in grembiule blu, il muretto della Casina delle Palme, il profumo della granita da Colicchia. È un’invocazione alla città, non priva di ambiguità, che oscilla tra l’amore viscerale e la coscienza critica di chi ne ha visto le contraddizioni.
La scrittura di Pilati non appartiene a nessuna scuola. Ha l’immediatezza del giornalista ma sa fermarsi sulla parola esatta, sull’immagine giusta, con la pazienza di chi ama la letteratura. I capitoli sono brevi ma densi; la frase tende alla sintesi, talvolta all’afasia voluta, come se certi ricordi potessero essere espressi solo a tratti. L’epigrafe da Elio Vittorini — tratta da “Conversazione in Sicilia” — non è un ornamento: è una dichiarazione di poetica. Pilati si inserisce consapevolmente in una tradizione di letteratura siciliana che fa della memoria e del paesaggio interiore il proprio territorio d’elezione.
“Blu e sale” è un libro che si legge con l’urgenza di chi riconosce qualcosa di proprio in queste pagine, anche se non si è mai stati a Trapani, anche se non si è cresciuti negli anni del compromesso storico e dell’antimafia nascente. Perché Pilati parla della Sicilia ma parla soprattutto del tempo che passa e di ciò che ci resta addosso: l’odore della pasta in forno, il suono di una conchiglia accostata all’orecchio, la mano di una madre che scompare.
Il bambino con la frangetta e le scarpe occhio di bue alla fine se ne va, inghiottito dal buio di una sera trapanese. Ma non smette di fare la sua domanda. Ed è la stessa che fa questo libro, a chi ha il coraggio di ascoltarla.
















