Si chiude con un’assoluzione piena una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi anni nel Trapanese.
La Corte d’Appello di Palermo ha assolto l’imprenditore trapanese Matteo Bucaria dall’accusa di essere il mandante del tentato omicidio del cognato Domenico Cuntuliano, avvenuto nel marzo del 2013 nelle campagne di Xitta.
La formula pronunciata dai giudici è la più ampia: “per non aver commesso il fatto”. Una decisione che ribalta la precedente condanna a 15 anni di reclusione e che arriva dopo il rinvio disposto nell’ottobre 2025 dalla Corte di Cassazione.
La Suprema Corte aveva infatti annullato la sentenza di condanna emessa nei confronti dell’imprenditore, ordinando un nuovo processo davanti alla Corte d’Appello di Palermo.
L’imprenditore si trovava agli arresti domiciliari proprio dalla pronuncia della Cassazione, in attesa del nuovo giudizio che ieri ha accolto integralmente le tesi sostenute dai suoi difensori, gli avvocati Sabina Bonfiglio, Ninni Reina e Giandomenico Caiazza.
Il processo ruotava attorno all’agguato avvenuto nel marzo 2013 nell’hinterland trapanese. Secondo l’accusa, Bucaria avrebbe incaricato Gaspare Gervasi, ex operaio comunale già condannato in via definitiva a 12 anni di carcere, promettendogli 50 mila euro per uccidere il cognato Domenico Cuntuliano a causa di presunti dissidi economici.
L’imprenditore ha sempre respinto ogni accusa. Nel corso del processo la difesa ha contestato la ricostruzione accusatoria parlando di “insanabili contraddizioni” e sostenendo l’assenza di un reale movente economico tale da giustificare un mandato omicidiario. Al centro delle contestazioni difensive vi era soprattutto l’attendibilità delle dichiarazioni di Gaspare Gervasi, ritenute prive di adeguati riscontri oggettivi.
Uno dei punti principali del dibattimento ha riguardato inoltre la pistola che, secondo l’accusa, Bucaria avrebbe consegnato all’esecutore materiale dell’agguato. Le perizie tecniche avrebbero confermato quanto sostenuto dagli avvocati della difesa: l’arma indicata risultava infatti inutilizzabile.
Già nel ricorso presentato in Cassazione i legali avevano evidenziato la debolezza del quadro probatorio, soffermandosi sulla presunta inconsistenza del movente, sulle contraddizioni emerse nelle dichiarazioni accusatorie e sull’assenza di prove concrete relative al presunto mandato omicidiario.

















