“Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi”

“Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi”. Bertold Brecht.

Ci sono frasi che non appartengono più ai loro autori, rimbalzano di citazione in citazione, si incastonano in un post.
Ma, ad un certo punto, diventano una sentenza: quando attraversano città sospese, città che hanno dimenticato il ritmo del proprio passo, che hanno abdicato speranze, impegno e responsabilità.
A Trapani questa frase oggi è un mormorio fastidioso, come la verità: un invito e un monito, un richiamo e una ferita.

Trapani è un luogo che ha appreso l’arte della resilienza silenziosa. Ha resistito alle maree, ai secoli, alle partenze.
Ha resistito persino a se stessa, cedendo solo alla sua inclinazione all’arte di annacarsi. Il massimo movimento col minimo spostamento.
Un’inclinazione, forse un’indolenza atavica, che si è sempre riflessa anche nelle scelte politiche dei cittadini, che sono somigliate sempre di più ad una puntata ai cavalli, alla scelta dello stallone che trainava il carro del vincitore: senza porsi troppe domande, senza esigere troppe risposte.
Anche lì, fiduciosi delle promesse vendute a poco prezzo, in una delega in bianco.

Ma ogni città, quando resiste troppo a lungo, quando si annaca troppo, finisce per stancarsi e la stanchezza diventa disincanto ed il disincanto rabbia che rompe l’attesa.

Davanti ad una politica opaca, lenta, incapace di reggere il ritmo delle necessità reali, come un vecchio meccanismo che cigola ma non si arresta, che prosegue pur senza spingere avanti nulla, le attese hanno scavato solchi.
Le inadeguatezze strutturali hanno scavato trincee, creato un logorio sottile che non esplode mai, ma rode: promesse che evaporano all’alba, progetti che si consumano in un PNRR, parole che non trovano incarnazione.
La città, in questo clima, ha imparato il sospiro profondo che precede sempre un bisogno: il bisogno di qualcuno, di qualcosa, di un segno.
Di un eroe.

È in questo spazio di attesa che si è proiettata – come un’ombra lunga al tramonto creata dai riflettori che la stessa politica gli ha acceso ed i palcoscenici che gli ha messo a disposizione – la figura pubblica di Valerio Antonini.
Non per ciò che egli è, ma per ciò che la città ha desiderato vedere in lui: una soglia, una possibilità, una promessa. L’homus énovus più che un Messia, colui che incarnando il riscatto e la scalata sociale dava la sensazione che chiunque avrebbe potuto farcela.

Colui che ha infranto tutte le regole sociali e fatto credere che fosse possibile e giusto farlo, in nome di quella stanchezza che ha un peso diverso, però, a seconda se la “caseria” su cui si sale ad arringare il popolo sia tirata a lucido oppure sporca di lavoro, sudore ed affanno.

Il suo arrivo ha agitato le acque stagnanti, e Trapani ha reagito come reagiscono le città del Sud: con un misto di devozione e diffidenza, di incanto e prudenza, oscillando tra il bisogno di credere e il timore di cadere.

Ed è proprio in questa oscillazione che mi è venuto in mente il film “V per Vendetta”.

Nel film, la maschera non è un volto: è un’eco, una febbre.
Un’eco di desiderio in una città troppo compressa dalla paura.
La gente guarda “V” come si guarda una cometa: senza sapere se porti salvezza o rovina, ma riconoscendo in essa un segno divino.

Così Trapani ha visto Antonini non come uomo, ma come immagine.
Immagine di ciò che la città avrebbe voluto diventare, o tornare a essere; immagine di un risveglio possibile, di una stagione nuova che si affaccia come una marea carica di presagi. Ed il sogno sportivo ne è stata rappresentazione plastica: quale eroe è più contemporaneo di quello che indossa i colori del Trapani?
In verità, non è l’eroe che attrae: è il desiderio di riscatto che si accende negli occhi di chi lo osserva. E ciò che l’osservatore vede, spesso, non coincide con la realtà, ma con la propria fame.
La fame di futuro è il primo motore di ogni mito.

La presenza di un eroe — vero o supposto, cercato o inventato — dice poco dell’eroe e molto della città che lo invoca.
“V”, nella Londra del film, è uno specchio scuro: riflette la paura del popolo, ma anche la sua sete segreta di liberazione.

Antonini, nella Trapani contemporanea, è stato talvolta investito dello stesso ruolo speculare: simbolo, non salvatore, ma superficie sulla quale la comunità ha proiettato la propria inquietudine e la propria speranza.
L’alibi di tutti i propri vizi, delle pruderie svelate, di quel lato pettegolo, voyeristico che è servito ad abbattere sulla politica anche la propria decadenza. In fondo, cos’è la classe politica eletta se non un altro riflesso di questo specchio?
Una città che cerca un eroe, però, rischia di smarrire la memoria della propria voce.

Rischia di dimenticare che nessun uomo può sostituire un popolo, e che nessun aria nuova può soffiare se il respiro della comunità resta trattenuto, se viene soffocato, se addirittura viene spento. Perchè è semplice applaudire quando è la voce degli altri ad essere spenta, soprattutto se quella voce fa un pò da grillo parlante, se ha il tono maleducato della realtà.

Anche in “V per Vendetta”, ad un certo punto l’eroe compie il gesto più politico che un eroe possa compiere: scompare.
La sua sparizione – anche se solo social – è una consegna: “Non cercate me: cercate voi stessi”.
Anzi, cercate in voi stessi la colpa di questa sparizione.

É un monito, uno dei tanti, che tenta di fomentare di nuovo la piazza, sperando in una sorta di sconforto, di sentirsi orfani di un Lancillotto che, si pensava, stesse combattendo la battaglia del popolo. E, invece, banalmente ed umanamente, combatteva la propria.

È il momento in cui la città, d’un tratto, capisce che non può più delegare il proprio risveglio.
E forse è qui, in questo punto incandescente, che la metafora tocca Trapani con mano lieve ma ferma.

Perché la Politica, nel suo senso più primordiale e più alto, non è solo amministrazione né strategia: è poesia civile, è capacità di una città di reinventarsi insieme, di respirare all’unisono, di riconoscersi non come pubblico che applaude un protagonista, ma come coro che canta la propria voce. É forse una metafora che i tifosi, quelli più appassionati che hanno sempre guardato allo sport ed ai suoi valori più che al Messia, potranno comprendere più degli altri.

Ed è questa poesia collettiva che per anni Trapani ha smarrito, e che ora, forse, deve tentare di ritrovare.
Il cambiamento vero non avverrà quando un uomo lascerà o prenderà un ruolo, quale esso sia, bensì quando la città smetterà di cercare salvatori e tornerà a cercare se stessa. Quando smetterà di puntare ai cavalli e sceglierà. Quando imparerà che ciò che oggi difendi, sarà quello che un giorno ti difenderà. Quando imparerà a distinguere la grandezza dal gonfiore.

Quando si renderà conto che la maschera dell’eroe è solo un prestito, e che il volto che conta è il suo, quello collettivo, quello molteplice, quello imperfetto ma reale.

Le città non si salvano grazie a un uomo.
Si salvano quando decidono di respirare con il proprio corpo politico, quando trasformano l’attesa in gesto, il desiderio in struttura, l’entusiasmo in responsabilità.
E la terra — questa terra sottile tra due mari — potrà dirsi non solo fortunata, ma compiuta.
La sventura, dunque, non è avere un eroe.
La sventura è averne bisogno.

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