Strage di Casteldaccia, due uomini di Alcamo tra le vittime

Tra gli operai che hanno perso la vita mentre lavoravano a Casteldaccia, nel Palermitano, c’erano anche due uomini di Alcamo: il 71enne Epifanio Alsazia e il 51enne Roberto Raneri che lascia la moglie e due figli. Alsazia, contitolare della ditta Quadrifoglio group che si era aggiudicata l’appalto per i lavori di manutenzione, era originario di Partinico ma da tempo viveva ad Alcamo.

“L’intera nostra comunità – ha scritto il sindaco Domenico Surdi – attonita si stringe attorno alle loro famiglie e a quelle degli altri lavoratori morti sul proprio posto di lavoro. È inaccettabile che nel 2024 si continui a morire mentre si lavora”.

“Sono vicino – ha detto il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli – con affetto e preghiera alle famiglie di coloro che hanno perso la vita sul lavoro a Casteldaccia. Nel buio che si abbatte in questo momento sulla città di Alcamo e nelle altre comunità ferite,
lasciate che il vescovo riaccenda il ‘fiammifero’ della fede su queste dolorose vicende. I crocifissi’ del lavoro sono il segno visibile di quella Croce di Cristo che continua a essere innalzata sui calvari della vita.

A voi, lavoratori che avete perso la vita e avete seguito l’ istinto fatale di aiutarvi l’un l’altro – ha proseguito Fragnelli – l’abbraccio di una comunità che sgomenta e affranta oggi s’impegna a portare avanti il frutto del vostro sudore e del vostro amore, mentre invoca misericordia, giustizia e speranza per tutti. Non smettiamo di lavorare tutti insieme perché come dice papa Francesco, il lavoro venga riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità”.

Gli operai stavano effettuando lavori di manutenzione nell’impianto di sollevamento di acque reflue dell’Amap, sulla statale 113. Sollevato il coperchio di un tombino, tre di loro si sono calati dentro ma, dopo avere fatto i primi scalini, con la pompa ancora in mano, hanno perso i sensi. Non sentendoli, altri due colleghi si sono calati ma anche loro hanno respirato l’idrogeno solforato, dieci volte sopra il limite consentito, che li ha storditi subito.

Un sesto operaio, dopo avere inalato il gas, è riuscito a risalire in superficie salvandosi anche se le sue condizioni sono gravi ed è ricoverato al Policlinico di Palermo.

I Vigili del fuoco, intervenuti con tre squadre, hanno recuperato i corpi degli operai con l’ausilio dei sommozzatori che si sono immersi nella melma della vasca alta circa 80 centimetri. “Ci sono indagini in corso, posso dire solo che gli operai non avevano le maschere di protezione e quando li abbiamo recuperati erano già deceduti nonostante i tentativi del personale sanitario di rianimarli”, ha detto ai cronisti il comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Palermo.

L’idrogeno solforato si forma dalla degradazione di materia organica ad opera di batteri e in assenza di ossigeno, tipicamente negli impianti fognari e nelle vasche di decantazione e ha un caratteristico odore di “uova marce”. Si  può trovare anche in ambienti naturali come paludi, stagni e nei sedimenti marini, dove materiale organico viene decomposto in assenza di ossigeno. È presente anche nelle emissioni vulcaniche e può essere rilasciato durante alcune attività geotermiche.
Anche se è ben riconoscibile, ha però due caratteristiche che lo rendono insidioso. La prima è che più cresce la sua concentrazione, più il nostro olfatto smette di percepirlo. La seconda è che, essendo più pesante dell’aria, tende ad accumularsi nelle parti basse di vasche e bacini.

L’esposizione a basse concentrazioni di idrogeno solforato provoca irritazione agli occhi, al naso e alla gola. A concentrazioni più elevate, invece, causa gravi danni al sistema nervoso e respiratorio portando a perdita di coscienza e alla morte.

 

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