“Shakespeare alla prova”: emozioni in scena alla Casa Circondariale di Trapani

Tutti possono avere una seconda occasione per riscattarsi, anche chi è rinchiuso in carcere perché ha commesso uno o più reati. E questa “rinascita” può avvenire anche attraverso un “semplice” laboratorio di teatro dove accompagnare chi ha sbagliato a scoprire, attraverso la parola, il gesto, la condivisione e il confronto, qualcosa di più su se stesso e sugli altri.

“Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dove ci sono dei vuoti. È lì che qualcuno ha bisogno di stare ad ascoltare qualcosa che qualcun altro ha da dire a lui”, scriveva l’attore, regista teatrale, drammaturgo e critico francese Jacques Copeau. Una riflessione che si attaglia perfettamente al contesto delle carceri italiane dove la pratica dei laboratori teatrali è entrata ormai da decenni. Certo, il teatro non è la bacchetta magica e non sempre riesce in questo intento ma è anche vero che – ed oggi a Trapani ne abbiamo avuto una riprova – regala sempre qualcosa in più, a livello umano, perfino al criminale più incallito o disincantato.

“Traduzioni – Shakespeare alla prova”, è lo spettacolo andato in scena stamattina alla Casa Circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani nell’ambito di un progetto PON dell’Istituto Alberghiero “Ignazio e Vincenzo Florio” di Erice curato dal regista Massimo Pastore con l’ausilio di Alessandra De Vita (assistente alla regia), Manuela Mancuso (psicologa) e Patrizia La Commare (tutor del progetto). Sei i detenuti in scena, accolti da una platea gremita di compagni e di studenti dell’Alberghiero con la dirigente scolastica Pina Mandina in testa, alla presenza del comandante della Polizia Penitenziaria, Giuseppe Romano, e del responsabile dell’area educativa Antonino Vanella.

“Dopo 30 anni di esperienza nei laboratori teatrali nelle scuole – ha detto in apertura Pastore presentando l’iniziativa – non nascondo che questa nuova dimensione carceraria mi aveva all’inizio spaventato perché era la prima volta che si realizzava per me la possibilità di lavorare con i detenuti ma, ora, posso dire che questa è una tra le più belle esperienze in assoluto della mia vita teatrale. Abbiamo lavorato sui codici dell’anima – ha proseguito il regista – e sulle sue libere e molteplici declinazioni e rappresentazioni. Il teatro, quindi, per far parlare liberamente l’anima di queste persone anche in un luogo come questo. Un modo per restare, anche dentro queste mura, profondamente uomini”.

I detenuti – scelti tra gli iscritti alle classi della sezione carceraria dell’Alberghiero – sono stati impegnati nei mesi scorsi nello studio e nella rielaborazione di alcuni testi di William Shakespeare e si sono lasciati condurre a riflettere su temi come la necessità del bene, la bellezza dell’amore, la lotta per il potere. Alla fine, hanno elaborato uno spettacolo – in cui hanno anche “tradotto” in Siciliano alcune parti – che è stato una sorta di passeggiata all’interno di alcune opere del grande drammaturgo inglese: Romeo e Giulietta, Macbeth e Amleto.

“Confrontarsi con l’universalità dei temi trattati in queste opere – prosegue ancora Pastore – li ha portati a realizzare una visione prospettica della loro vita: una possibilità di rileggere il loro passato in vista di un possibile futuro. La gioia più grande che ho avuto in questi mesi è stato il sorriso e il grazie con cui ci salutavano alla fine dei nostri incontri”. Soddisfatta per il lavoro portato avanti e per la realizzazione del progetto – pur nelle difficoltà che si incontrano ad operare in una realtà complessa come quella carceraria – la dirigente scolastica dell’Ipseoa “Florio”, Pina Mandina, che ha sottolineato “l’efficacia didattica e pedagogica di un’esperienza di questo tipo in cui la drammatizzazione ha grande potete catartico ed educativo”.

Come si legge sul sito web del Ministero della Giustizia, “l’esperienza del gruppo teatrale consente di sperimentare ruoli e dinamiche diversi da quelli propri della detenzione, sostituendo i meccanismi relazionali basati sulla forza, sul controllo e sulla sfida con quelli legati alla collaborazione, allo scambio e alla condivisione”.

Consideriamo anche che queste attività non assumono più, solamente, un ruolo di formazione artistica del detenuto ma anche un modo attraverso cui poter acquisire – specie nel caso di realtà consolidate come quelle delle Compagnie teatrali della Fortezza di Volterra e di Rebibbia – anche competenze tecnico/professionali spendibili nel mondo di fuori.

Un “fuori” che non può essere estraneo a cosa accade “dentro” se è vero che, come società civile, vogliamo che chi esce dal carcere ne venga fuori migliore e non peggiore di come vi è entrato, se vogliamo che la privazione della libertà personale abbia un senso che non sia solo quello della punizione per la colpa commessa.
Attraverso il teatro in carcere la differenza tra “dentro” e “fuori” diventa forza e magia e oggi si è manifestata nel carico di energie che i detenuti hanno riversato sulla scena con una potenza drammatica dirompente.

Recitare un testo teatrale offre a tutti la possibilità di “essere se stessi essendo qualcuno altro” e questo è tanto più vero per chi è in una cella a scontare la propria condanna: permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri attraverso la memoria e il dialogo che sono – e chi, a vario titolo, opera nelle realtà carcerarie lo sa bene – tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé che ogni detenzione comporta.

Iniziando a narrare sulla scena, i detenuti della Casa Circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani, oggi, hanno anche iniziato a narrarsi e, forse, per alcuni è stata la prima volta.
L’augurio è – per tutti loro e per noi – che questo percorso possa durare e che, come nelle parole di Italo Calvino, nelle carceri italiane si sappia “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”