Oggi compio sessantatré anni, e per una volta la matematica è dalla mia parte: sono nata nel 1963 e ora ho l’età degli ultimi due numeri della mia data. Non è un gioco di prestigio del calendario, ma una simmetria che il tempo concede una sola volta. Ci ho trovato una specie di invito a tirare le somme, senza solennità e senza sconti.
Comincio dal conto che non torna. Dentro mi sento di un’età indefinita, come se una parte di me si fosse fermata intorno ai venticinque e non avesse mai ricevuto la notizia. Poi passo davanti ad una vetrina e vedo una signora. Ha i miei occhi, ma non è quella che aspettavo. Mi ci vuole sempre un po’ di più per riconoscerla e per volerle bene. Lei, va detto, mi riconosce al volo e non fa niente per mettermi a mio agio. Fa parte del patto: il tempo non ti toglie l’immagine che hai di te, te la lascia intatta all’interno e cambia solo quella che gli altri vedono.
Cosa sono diventata? Una che sa aspettare, per cominciare, il che per chi è nato con il telefono a disco e le cabine a gettoni è quasi una vocazione. Sono diventata una che ha smesso di rincorrere l’approvazione quando ha capito che la corsa non finisce mai. Sono diventata più cauta nei gesti e più veloce nel capire chi ho davanti. Ho imparato a distinguere le urgenze vere da quelle che fanno solo rumore, e a dire “no, grazie” senza scrivere un romanzo di giustificazioni. Ho perso persone che credevo eterne e ne ho altre che non avrei scommesso di tenere. Ho avuto paure che sembravano montagne e oggi mi fanno sorridere, e paure piccole e silenziose che invece mi seguono da anni. Non sono diventata saggia, o almeno non nel senso dei proverbi. Sono diventata più attenta.
Ho anche smesso di credere che ogni dolore abbia una ragione. Alcuni sì: mi hanno costretta a scavare, e sotto ho trovato risorse che non sapevo di avere, una forza che non avrei mai cercato se la vita non mi ci avesse spinta. Di quelli, col tempo, riesco quasi a essere grata. Altri no. Altri sono stati gratuiti e insensati, arrivati proprio quando avevo bisogno di comprensione e di vicinanza, e non solo da chi amavo. Da quelli non ho imparato niente che non avrei imparato altrimenti. Ho solo aspettato che facessero meno male. Forse. E oggi non mi impegno più a trovarci un significato a tutti i costi. Mi concedo di dire: questo è servito, quest’altro no, e va bene così.
C’è anche l’altra colonna del bilancio, e non voglio saltarla. Ci sono le cose che non ho fatto: scelte ed esperienze rimandati “a quando”, le versioni di me che ho lasciato per strada perché non c’era tempo, o coraggio, o le due cose insieme. Ci sono le energie che non sono più quelle di una volta, il corpo che manda avvisi con crescente puntualità, l’unico servizio clienti che non ha mai smesso di funzionare, e la sensazione, certe sere, che il tempo davanti sia diventato una quantità che si può finalmente misurare. A vent’anni il futuro è un mare. A sessantatré è un tratto di strada che si vede fino alla curva. Non è una tragedia, ma non è nemmeno una cosa da liquidare con una battuta.
La mia generazione è nata dentro una promessa. Siamo arrivati dentro al miracolo economico e ne abbiamo respirato l’aria: la convinzione che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente, che studiare bastasse, che il lavoro fosse un approdo e non una scommessa, il posto fisso quel mitico animale che ci avevano giurato di aver visto. Il progresso era una sensazione quasi fisica, come un solido pavimento sotto i piedi. Oggi quel pavimento scricchiola. Vediamo noi stessi, i figli e i nipoti alle prese con la precarietà, con un futuro che non promette più niente, in uno scenario di guerre, di fratture e di diritti che credevamo acquisiti e che invece vanno difesi di nuovo.
Sembra di tornare indietro, e la cosa mi intristisce: come cittadina, per il mondo che lasciamo. E come persona, perché una parte della fiducia si era costruita proprio su quella promessa, e vederla incrinarsi fa sentire traditi, spaesati, più soli.
Ed è qui che il mondo si mette a fare il suo mestiere peggiore. Viviamo in un’epoca che ti dichiara vecchio e inutile con una fretta indecente. Ci sono i curricula che finiscono nel cestino già alla soglia dei cinquant’anni, la pubblicità che ci ricorda che “dimostrare meno” è il massimo dei complimenti – e “non li dimostri” resta il modo più elegante per dirti che ce li hai – ci sono i prodotti anti età, come se l’età fosse un nemico e non il proprio patrimonio. C’è la cultura dell’esordio precoce dove sembra che tutto si debba decidere presto e che dopo resti solo la manutenzione. A una donna, poi, il messaggio arriva doppio: con il tempo prima sparisci dallo sguardo altrui, poi devi chiedere scusa per essere ancora lì.
Io a questo racconto non voglio credere, e non per ottimismo di maniera. Ci sono cose che si possono fare solo adesso. Si può scrivere, per esempio, con una voce che a trent’anni non avevo, perché serve aver perso qualcosa per sapere cosa vale la pena dire. Si può imparare una lingua, una cosa nuova, per il piacere di farlo e non per il curriculum. Si può essere generose senza cercare il ritorno, e severe con sé stesse senza crudeltà. Si può stare in una stanza e non aver niente da dimostrare, che è una libertà enorme e vale più di qualsiasi crema.
Potrei ancora essere tante cose. Una che finalmente lascia andare e parte. Una che smette di dire “sono troppo vecchia per” e comincia a chiedersi “e se invece?”. Un’amica, un’allieva, una maestra, una che ride di più. Non pretendo di diventare un’altra: mi basterebbe diventare più me stessa, con meno zavorra e più leggerezza.
Il bilancio, dunque, è agrodolce, come deve essere. Dolce per quello che c’è, amaro per quello che non tornerà. Consapevolezza che a volte schiaccia. Ho imparato che l’amaro e il dolce non si annullano, si tengono compagnia, come in certi dolci che senza un tocco di sale sarebbero solo zucchero.
Sessantatré, dunque. Le ultime due cifre della mia data di nascita che vengono a bussare, come a dire: guarda quanta strada, e guarda che non è finita.
Soffio sulle candeline con la stessa richiesta di sempre, appena più precisa: tempo, salute, curiosità. E un fiato all’altezza, visto il numero. Poi il coraggio di usarli.
















