Se il civismo diventa trasformismo

C’è un filo che lega oggi Marsala e Trapani. È politico. È il filo del posizionamento indistinto tra centrodestra e centrosinistra, un’area grigia dove le appartenenze si sciolgono e il potere diventa l’unico vero baricentro.

A Marsala, nelle ultime settimane, si è costruita una coalizione formalmente di centrosinistra, quella che sostiene Andreana Patti, ma arricchita da pezzi significativi di centrodestra. Non comparse, ma portatori di consenso personale. Andreana Patti è data come favorita alle amministrative e, dunque, pezzi di centrodestra si appresterebbero a salire sul carro del vincitore.

Questo movimento non è rimasto senza conseguenze. Rifondazione comunista ha ritirato il proprio appoggio alla candidata, motivando la scelta proprio con l’apertura a nuove alleanze e con le possibili candidature di esponenti provenienti dal centrodestra. Una frattura politica chiara, che segna un confine culturale prima ancora che elettorale.

Patti ha replicato con parole nette: «Amministrare significa assumersi responsabilità, costruire maggioranze solide, per trasformare le proposte in atti concreti». Un messaggio che, al di là della formula istituzionale, suona come una linea precisa: chi non condivide il percorso può restare fuori. La coalizione va avanti comunque. “Chi c’è, c’è”.

Se Patti dovesse vincere, potrebbe replicarsi quanto già avvenuto a Trapani, dove il sindaco Giacomo Tranchida, che si richiama al Partito Democratico, governa con la Lega di Matteo Salvini, alias Trapani Tua, espressione di un civismo centrista più vicino alla tradizione democristiana che alla cultura progressista.

Dentro questo quadro pesa l’elemento della legge elettorale siciliana per l’elezione dei sindaci. Nei Comuni sopra una certa soglia demografica, il sindaco può essere eletto al primo turno con il 40% dei voti validi. Non è richiesta la maggioranza assoluta del 50% più uno. È una soglia più bassa rispetto all’idea di legittimazione piena che molti associano al principio democratico.

L’effetto è chiaro: si può governare con il consenso diretto di quattro elettori su dieci. Gli altri sei hanno scelto altro. Eppure il premio di maggioranza trasforma quella minoranza relativa in una maggioranza consiliare solida.

Qui si intrecciano due dinamiche. Da un lato, la costruzione di coalizioni larghissime, spesso incoerenti, finalizzate a superare la soglia del 40%. Non serve convincere la maggioranza assoluta della città. Basta arrivare primi in un campo diviso, come accadde a Trapani nel 2023 e come si prospetta a Marsala. Dall’altro lato, il rischio di una rappresentanza distorta: una coalizione assemblata per vincere può governare con una legittimazione numerica limitata ma con strumenti istituzionali molto forti.

Quando la soglia si abbassa, la tentazione di alleanze trasversali cresce. Ogni pacchetto di voti diventa decisivo. Ogni campione di preferenze può fare la differenza. In un sistema che imponesse il 50% pieno, sarebbe necessario parlare a una maggioranza più ampia e forse costruire coalizioni più coese. Con il 40%, la strategia razionale è frammentare gli avversari e aggregare il più possibile, anche senza una sintesi culturale forte.

A Marsala questo meccanismo è evidente. L’avvicinamento di pezzi di centrodestra a una candidata del centrosinistra non è solo una scelta politica. È una scelta resa conveniente dalla struttura della legge elettorale. Conveniente a chi si accoda per avere rappresentanza in consiglio comunale e conveniente a chi punta a superare il 40% al primo turno. Ogni innesto che porta voti diventa prezioso, anche a costo di diluire l’identità. Il ritiro di Rifondazione comunista rende visibile il prezzo di questa operazione: quando l’allargamento diventa indistinto, qualcuno decide di non restare.

A Trapani, una volta conquistata la guida della città, la gestione del potere è diventata compatta. Il sindaco governa e le geometrie politiche si adattano, tra cambi di casacca e nuovi equilibri. Il punto, però, non è solo tecnico. È culturale.

La maggioranza assoluta non è un feticcio aritmetico. È l’idea che chi governa debba rappresentare almeno la metà più uno di chi vota. Abbassare la soglia significa accettare che la governabilità prevalga sulla pienezza della rappresentanza. Si può difendere questa scelta in nome della stabilità. Ma in un contesto già segnato da trasformismo e civismo opportunistico, il 40% rischia di diventare il terreno ideale per coalizioni costruite più sul calcolo che sulla visione.

Se a questo si aggiunge il fenomeno dell’anatra zoppa, il quadro si complica. Si può avere un sindaco eletto con il 40%, sostenuto da una maggioranza formalmente solida ma politicamente eterogenea, dove i gruppi più forti non coincidono con l’identità dichiarata del progetto. Una maggioranza numerica che non sempre è una maggioranza culturale, e che potrebbe perfino diventare, nel corso della consiliatura, minoranza consiliare.

In una fase di bassa partecipazione e crescente sfiducia, la legittimazione conta. Se l’elettore percepisce che le coalizioni si formano e si trasformano con facilità e che si può governare con una minoranza relativa, il rischio è l’ulteriore allontanamento dalla politica.

Marsala e Trapani mostrano che il problema non è solo chi vince, ma come si vince e con quale base reale di consenso. La soglia del 40% non crea il trasformismo, ma lo rende più conveniente. Non genera l’opportunismo civico, ma lo premia.

La domanda resta aperta: vogliamo città guidate da maggioranze aritmetiche o da maggioranze politiche riconoscibili? Senza differenze chiare tra destra e sinistra e senza una soglia che imponga una legittimazione ampia, il rischio è che il potere diventi un fine in sé. Le etichette cambiano, i numeri tornano. Ma la rappresentanza, lentamente, si svuota.

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