Avevo appena finito di scrivere un commento sui fatti politici dei giorni scorsi, ma ho preferito lasciare spazio al silenzio.
Perché dinanzi alla morte — e, ancor più, alla morte di un bambino — non è che manchino le parole: è che bisogna soltanto tacere.
O chiedere scusa.
Perciò, caro Alessandro, vorrei chiederti scusa.
A nome mio, soltanto mio: non ho la pretesa di rappresentare nessun altro.
Né tifoserie, né associazioni, né gruppi di alcun colore o appartenenza.
Forse posso illudermi di rappresentare quella parte della mia generazione che ha creduto in alti ideali di pace, accoglienza, condivisione; che ha lottato per una società più giusta e poi ha pensato che fosse giunto il tempo di dedicarsi alla famiglia.
Come padre e come cittadino ti chiedo scusa.
Perché noi adulti ci accorgiamo dei bambini solo quando è troppo tardi.
Viviamo in una società stanca, che invecchia rapidamente.
Con un saldo negativo — come dicono quelli bravi — dove le morti superano i nuovi nati.
Nel 2023, per esempio, a Trapani i nati sono stati 389, mentre i morti 745.
Così ci siamo abituati a pensare che la priorità sia la vecchiaia:
l’ultimo tratto della vita, che si trascina stanca fino al miglio finale.
Eppure, anche lì, di politiche concrete non se ne vedono, a parte qualche post per celebrare un genetliaco illustre.
Nel frattempo, dei bambini continuiamo a non accorgerci. A Trapani come pure in molti altri altrove.
Camminiamo a un’altezza che non è la loro, e il mondo che vediamo da lassù — chiusi dentro i pochi pollici di uno schermo — non somiglia al loro.
Voi bimbi, invece, quando nessuno vi rincretinisce anzitempo con un tablet o uno smartphone, guardate il mondo dritto davanti a voi: con migliaia di pollici di visuale, odori e colori che vi incuriosiscono o vi nauseano, esperienze che vi fanno gioire o piangere.
Noi adulti non capiamo che la nostra responsabilità non finisce con il primo vagito, né si esaurisce riempiendovi la giornata di cose da fare fuori casa o sommergendovi di regali.
Anche perché, caro Alessandro, abbiamo finito per credere che il benessere sia un diritto automatico e garantito, uguale per tutti. E così non è.
La tua morte ci costringe ad accorgerci di te e, attraverso te, di tutti i bambini e le bambine.
Ma quanto durerà questa consapevolezza?
Quanto passerà prima che vi dimentichiamo di nuovo, tornando alla nostra miserabile vita di adulti?
Per voi non ci sarà nessuno sotto i palazzi del potere a protestare.
Nessuna tifoseria chiederà più investimenti per l’infanzia né si lamenterà per il troppo freddo d’inverno o l’inesistente uso degli spazi esterni.
Nessun social aprirà dirette per reclamare città a misura di bambino.
Perché, semplicemente, voi non esistete.
Sì, esistete sui registri anagrafici, per l’assegno unico, ma poi scomparite nella vita reale.
Scomparite nei parchi, dove i giochi sono divelti e le transenne servono da manleva istituzionale.
E nelle scuole, dove ogni anno si ripetono gli stessi problemi — classi, sostegno, mensa, viabilità — come se fosse la prima volta.
Scomparite anche nei ristoranti, dove siete graditi solo se non disturbate, mentre le TV e il Wi-Fi restano i veri strumenti della quiete familiare.
Non esistete negli uffici pubblici, dove nessuno pensa a uno spazio per concedervi di rimanere bambini mentre le attese dilatano il tempo.
Neppure sui mezzi pubblici, dove l’autonomia fa paura e un monopattino elettrico sembra più rassicurante di un autobus.
Non esistono nemmeno i vostri sentimenti: ridicolizzati, minimizzati, protetti dentro campane di vetro dove vi trasformiamo in principesse e principi intoccabili, non per amore ma per paura.
Così diventate come quel veliero d’argento ricevuto in dono a un matrimonio lontano, messo in mostra e lì dimenticato.
Caro Alessandro, la tua morte non è colpa di nessuno — eppure ci riguarda tutti.
Perché siamo maestri nel giudicare gli altri genitori, ma incapaci di guardarci all’opera.
E se solo un briciolo di quella presunta saggezza la applicassimo a noi stessi, forse vivremmo in una società più giusta. A dimensione di tutti e tutte.
Scusaci anche per la morbosità con cui sono state diffuse le tue foto, per la curiosità di capire “a chi appartenevi”. E per tutti i commenti inopportuni, la voglia di essere sempre noi a dire l’ultima su tutto e tutti.
La morte di un bambino non dovrebbe mai accadere.
E nessun genitore dovrebbe mai seppellire un figlio.
Eppure capita, e capiterà ancora.
Ma la domanda resta: che fine hanno fatto i bambini?
Dove li abbiamo costretti a vivere?
E che società è mai questa, che si accorge di loro solo quando non ci sono più?
Sai, Alessandro, ho provato a spiegare a mia figlia cosa ti è successo: non ci sono riuscito.
Mi ha solo chiesto, semplice e diretta: «Papà, ma Alessandro era felice?»
Eh già, caro Alessandro. Non lo so se eri felice: probabilmente si. Ma quella domanda mi ha riportato daccapo: alla preoccupazione dell’avere, e dal farvi avere, e non alla gioia di ciò che già siete.
Se puoi, perdonami; se puoi, perdonaci.
E rendici capaci di non dimenticarti.
Di non dimenticare te e tutti gli altri bambini che non abbiamo saputo né sappiamo vedere.
















