Tre pagine, toni da atto giudiziario, la minaccia esplicita della magistratura e delle sanzioni disciplinari: la direttiva con cui il commissario straordinario dell’Asp di Trapani, Sabrina Pulvirenti, intende blindare gli uffici da presunte fughe di notizie merita una lettura attenta, perché dietro la forma burocratica si nasconde una domanda politica tutt’altro che tecnica. E la domanda è semplice: quali segreti d’ufficio può custodire un’azienda sanitaria pubblica, oltre ai dati sensibili dei pazienti e agli estremi procedurali di una gara d’appalto prima della sua aggiudicazione?
Non è una domanda retorica. Un’Asp non è un comando militare, non gestisce dossier riservati per ragioni di sicurezza nazionale, non ha “servizi” da proteggere né operazioni sotto copertura. È un ente che eroga un servizio pubblico essenziale, finanziato con la fiscalità generale, i cui atti amministrativi – delibere, determine, atti di organizzazione interna, persino i verbali che raccontano il funzionamento quotidiano della macchina sanitaria – appartengono per loro natura alla sfera pubblica, salvo le eccezioni tassative previste dalla legge sulla privacy e dal diritto di accesso.
Il segreto d’ufficio, nell’ordinamento italiano, non è uno scudo generico da opporre alla curiosità dei cronisti: è un istituto puntuale, che tutela interessi specifici e definiti, non un velo da stendere su tutto ciò che accade dentro un ufficio.
C’è poi una questione di metodo, forse ancora più delicata di quella di merito. La direttiva annuncia che l’azienda comunicherà all’esterno solo attraverso i canali della comunicazione istituzionale, cioè attraverso gli ottimi colleghi dell’ufficio stampa. Ottimi perché fino ad oggi la loro funzione, per quel che mi è dato sapere, non è stata quella di passare “veline” ma di sostenere il lavoro dei tanti giornalisti che, nel bene e nel male (più nel male di un sistema editoriale fragile e sconnesso dalla economia del territorio) operano in provincia di Trapani. “Veline” è termine che reca con sé una memoria storica precisa, quella delle disposizioni ministeriali del ventennio fascista, quando ai giornali non era permesso scrivere se non ciò che l’autorità aveva già confezionato. Evocarlo oggi, anche solo per assonanza, non è un dettaglio lessicale: è il segnale di un modello di comunicazione pubblica che pretende di sostituirsi al lavoro di verifica e di racconto autonomo che spetta alla stampa, relegando i giornalisti al ruolo di meri megafoni di comunicati preconfezionati.
Lo affermo a ragion veduta, senza voler apparire come “professorino” del mestiere di giornalista. Nella mia trentennale carriera giornalistica ho esercitato sia il ruolo di cronista (per aver rivelato “segreti d’ufficio”, con annesse minacce di querele e un unico processo per diffamazione e calunnia a mezzo stampa, cui è seguita piena assoluzione), sia il ruolo di addetto stampa di istituzioni, enti e personaggi politici.
Colpisce come la direttiva richiami anche accertamenti “attualmente in corso” su episodi già avvenuti. Dunque si vuole blindare il futuro flusso documentale e insieme specifiche vicende del passato recente? È legittimo che un’amministrazione voglia individuare responsabilità interne quando un atto riservato – penso a dati personali, a documenti coperti da segreto istruttorio, a informazioni sensibili sui pazienti – viene diffuso indebitamente. Ma un conto è perseguire violazioni puntuali e accertate, un altro è emanare una direttiva onnicomprensiva che rischia di scoraggiare qualunque dipendente dal segnalare irregolarità, disfunzioni o pratiche opache, per timore di incorrere in sanzioni disciplinari.
Il punto è che la storia recente dell’Asp di Trapani, come quella di altre aziende sanitarie siciliane, purtroppo, non è fatta solo di procedure amministrative da proteggere: è fatta anche di scandali legati ad appalti e corruttele, di assunzioni opache, di inchieste giudiziarie, di criticità gravi come quelle emerse sul sistema dei referti istologici, che hanno riguardato direttamente la sicurezza dei pazienti.
Sono vicende che i cittadini hanno potuto conoscere proprio perché qualcuno, dentro o fuori l’azienda, ha ritenuto che l’interesse pubblico alla conoscenza prevalesse sulla riservatezza degli uffici. Se quelle fughe di notizie non ci fossero state, oggi sapremmo meno di come funziona – o non funziona – la sanità pubblica trapanese.
È per questo che la lezione da trarre da quelle vicende sembra l’esatto opposto di quella scelta dal commissario straordinario: non meno trasparenza, ma di più. Non una cortina protettiva attorno al “manovratore”, ma canali strutturati di accesso civico, risposte tempestive alle richieste della stampa, pubblicazione degli atti che la normativa sulla trasparenza (il decreto legislativo 33 del 2013, tanto per citarne una) già impone alle pubbliche amministrazioni. Un’azienda sanitaria che funziona bene non ha bisogno di intimidire chi parla: ha bisogno di aprire le porte a chi controlla. La riservatezza va difesa quando tutela i pazienti; non può diventare un alibi per difendere l’amministrazione da se stessa.

















