Quarant’anni dopo la strage di Pizzolungo, il magistrato Carlo Palermo torna a parlare, con la voce segnata dalla memoria e dal peso di un attentato che ha cambiato per sempre la storia di Trapani e dell’Italia.
Era il 2 aprile 1985 quando un’autobomba destinata a lui spezzò la vita di Barbara Rizzo e dei suoi due figli, Giuseppe e Salvatore Asta, travolti da un’esplosione feroce che ancora oggi risuona nella coscienza collettiva.
Nel corso della cerimonia commemorativa, Palermo ha preso la parola con un intervento intenso e doloroso, che è stato anche un atto d’accusa contro lo Stato e contro un sistema di potere che – secondo lui – continua a occultare la verità su quanto accaduto.
«Avevo 37 anni quando tutto questo è avvenuto», ha ricordato il magistrato. «Ho la sensazione che questa strage sia sempre stata raccontata come qualcosa di estraneo a Trapani, come se la mafia fosse arrivata qui solo perché io sono venuto qui, portandomi dietro un fardello che non apparteneva a questa terra».
Palermo ha ripercorso i primi anni successivi alla strage, quando le istituzioni negavano perfino l’esistenza della mafia a Trapani. Solo dopo lunghi processi e impegno si ammise la sua presenza. Ma per il magistrato, questo è solo uno strato della verità.
Il suo sguardo si è poi spostato su ciò che definisce «la vera ombra» dietro la strage: la massoneria deviata e le connivenze con apparati dello Stato. Palermo ha ricordato come la pubblicazione del suo libro La Bestia venne accolta con scetticismo e ostilità. «Mi telefonò un giornalista e mi chiese se davvero pensassi che qualcuno a Trapani potesse credere che la massoneria fosse dietro tutto questo».
L’ex magistrato ha citato anche le carte desecretate su Gladio, che secondo lui confermano quelle intuizioni che già aveva maturato all’epoca, quando nessuno osava parlare di Servizi segreti deviati e di strategie occulte. «Lo Stato è presente dietro questa strage – ha detto con fermezza –. Risulta da documenti, da atti ufficiali, da nomi cancellati e obliterati. Sono fatti che sconvolgono i processi, fatti che vengono nascosti ancora oggi».
Non è mancata la denuncia verso l’immobilismo di certa magistratura: «Dal 2021 sono stati desecretati documenti fondamentali, ma in quattro anni la magistratura non li ha nemmeno letti. Allora dobbiamo ringraziare lo Stato? No. Dobbiamo pretendere la verità».
Il magistrato ha anche richiamato alla memoria le parole di Francesca Schifani, la moglie di uno degli agenti della scorta uccisi insieme a Giovanni Falcone, che disse ai suoi assassini: “Vi perdono, ma solo se vi pentite”. «Ecco cosa manca – ha aggiunto Palermo –. Lo Stato non ha mai confessato».
Infine, ha lanciato un monito su quello che definisce il pericolo di uno Stato sempre più autoritario, facendo riferimento alle emergenze degli ultimi anni, alla guerra, alle restrizioni democratiche: «Ci stiamo trasformando in Stati autoritari, stiamo perdendo la democrazia. Siamo tutti vittime, non solo di mafia e massoneria, ma di uno Stato che continua a trattarci come semplici pedine da sacrificare».
Le sue parole, pronunciate davanti ai familiari delle vittime, alle autorità e alla cittadinanza, hanno lasciato un’eco forte. A distanza di quarant’anni, la ferita di Pizzolungo è ancora aperta. E la richiesta di verità e giustizia resta, oggi più che mai, un dovere collettivo. VIDEO

















