Si sono aperte anche le porte della Casa Circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani per una quindicina degli arrestati oggi nella maxi operazione antimafia della DDA di Palermo condotta dai Carabinieri.
All’attività, scattata alle prime luci dell’alba di oggi, infatti, hanno preso parte diversi militari del Comando Provinciale dei Carabinieri di Trapani dove poi questo gruppetto di arrestati sono stati condotti per le operazioni di fotosegnalamento prima del trasferimento in carcere.
Un’operazione senza precedenti ha colpito al cuore Cosa Nostra a Palermo. I Carabinieri del Comando Provinciale, con il supporto di reparti specializzati, hanno eseguito 183 ordinanze di custodia cautelare, smantellando le strutture operative di diversi mandamenti mafiosi.
Il blitz, coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha interessato i mandamenti di Porta Nuova, Tommaso Natale, Pagliarelli, Noce, Carini e Bagheria, ritenuti epicentri di una nuova strategia di riorganizzazione della mafia palermitana. Tra i nomi eccellenti finiti in manette figura Tommaso Lo Presti, boss di Porta Nuova, tornato in libertà dopo aver scontato la pena e nuovamente arrestato. In carcere anche Francolino Spadaro, ritenuto una figura chiave nel panorama mafioso cittadino.
Le indagini hanno rivelato come i boss di Cosa Nostra stessero tentando di ricostruire la Cupola, un organo decisionale che era stato azzerato con gli arresti del 2018. La mafia palermitana si era adattata alle nuove tecnologie, utilizzando telefoni criptati e software di comunicazione avanzati per organizzare i summit tra i diversi mandamenti. Convinti della sicurezza di questi strumenti, molti boss parlavano apertamente, rivelando dettagli fondamentali sulle nuove gerarchie interne. Tuttavia, gli investigatori sono riusciti a intercettare queste comunicazioni, ottenendo prove schiaccianti che hanno permesso il blitz.
Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga, tentato omicidio, reati in materia di armi, esercizio abusivo del gioco d’azzardo e favoreggiamento personale. L’inchiesta ha rivelato anche come Cosa Nostra fosse riuscita a ottenere informazioni riservate sulle indagini in corso, permettendo ad alcuni membri di nascondere prove e tentare la fuga.
Uno degli episodi più eclatanti riguarda Antonino Gagliardo, boss legato ai mandamenti di Bagheria e Brancaccio, che avrebbe avvisato i suoi affiliati di tre imminenti operazioni di polizia, suggerendo loro di rendersi irreperibili. Analogamente, altri mafiosi avevano pianificato la fuga all’estero per mettere al sicuro i patrimoni accumulati illecitamente.
Il procuratore capo di Palermo, Maurizio de Lucia, ha sottolineato come l’inchiesta abbia dimostrato che Cosa Nostra continua a esercitare il suo fascino su molti giovani, soprattutto nelle periferie, dove le alternative sono limitate e la mafia viene ancora vista come un modello di potere. L’obiettivo dei boss era quello di rafforzare le alleanze e ricostituire la struttura criminale che per decenni ha dominato il territorio.
“Cosa nostra – ha detto – continua a esercitare il suo fascino in certi ambienti come le borgate in cui i giovani hanno alternative di vita limitate e si identificano in rappresentazioni di potenza di cui ancora gode la mafia. Nell’indagine di oggi sono coinvolti moltissimi giovani e su questi dobbiamo essere particolarmente attenti. Come siamo attenti ai vecchi capi che tornano, dobbiamo stare attenti a chi viene reclutato oggi, cioè al futuro della mafia“.
“Cosa nostra -ha proseguito – vorrebbe tornare alla commissione provinciale, ma non riesce a ricostituirla. I boss palermitani non hanno accantonato il vecchio sogno, dunque. Cosa nostra è lungi dall’avere abbandonato le pretese di ricostruire il tessuto di relazioni e di solidarietà, non solo interne, che per decenni ne ha giustificato la posizione di dominio, in gran parte del territorio italiano”.
De Lucia ha anche sottolineato che da Cosa nostra non si esce: “Soggetti che sono stati in carcere, una volta usciti dal carcere tornano a ‘mafiare’, sulla scorta degli elementi che abbiamo acquisito. Da Cosa nostra si esce in due modi: o collaborando con la giustizia o con il fine vita. Altrimenti in Cosa nostra si rimane. Anche le vicende che sono rappresentate in queste inchieste lo dimostrano”.
A margine dell’operazione, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha lanciato un allarme sulla situazione carceraria, evidenziando che il regime di alta sicurezza risulta ancora troppo permeabile alla criminalità organizzata, con i detenuti che riescono a comunicare liberamente attraverso telefoni cellulari.

















