Non che una persona sensata possa immaginarsi un Jasmin Repeša intimorito: per stazza, biografia ed esperienza, no, proprio no.
Ma un briciolo di preoccupazione, invece, direi proprio di sì, il coach potrebbe provarla, specie quando certe dichiarazioni (“gestione della partita che non mi piace”; “cambi che non mi piacciono”; “troppe cose che non mi piacciono”) riecheggiano pari pari quelle di un anno fa esatto, quando per coach Parente cominciò il conto alla rovescia.
Ciò che non piace non è chiaro: la competenza, del resto, è quella che è. Ma un fatto è incontestabile, Trapani s’avvita su se stessa da un bel po’, direi dalla bella prestazione offerta a Milano. Se riavvolgiamo il nastro, dopo c’è stata la facile vittoria contro una Reggio Emilia non pervenuta, la sconfitta a Venezia e poi il tris di successi sui cadaveri di Sassari, Scafati e Pistoia, al tempo ben poca cosa. Quindi Trento, Cremona e Trieste a certificare l’involuzione.
Che succede? In un mondo normale, niente di straordinario. Se sei una squadra neopromossa e non devi vincere lo scudetto, sta andando a gonfie vele, essendo il quinto posto in classifica una posizione prestigiosa, difendibilissima e, magari, migliorabile. E in più, se si approfondisse un tantino come funziona lo sport, specie di squadra, bisognerebbe ricordare che ci sono i cicli, che un gruppo non può essere al top della forma per tutta la stagione, che ci sono gli acciacchi e gli infortuni, che i recuperi non sono sempre istantanei e infine, fattore di una certa rilevanza, che ci sono anche gli avversari.
Se tutto questo non dovesse sembrare sufficiente a spiegare quel che accade, si potrebbero aggiungere altre valutazioni. Dopo lo scintillante successo su Trento, ovvero la sublimazione dell’arte di vincere in attacco, lasciammo il palasport dicendoci che finchè sarebbe durato quello stato di grazia offensivo, nulla di male ci sarebbe capitato. Il non detto di quelle chiacchierate era che l’arte di vincere in attacco ogni tanto s’inceppa, e lì cominciano i guai: lo pensammo tutti, ma andammo a dormire senza dircelo.
È quello che sta accadendo, né più, né meno. Il tridente (Robinson, Notae, Galloway) per ragioni diverse, soffre, il personale di complemento, che nei giorni belli azzannava la preda e la finiva, ha mal di denti, e così le percentuali scendono e la difesa non è, geneticamente, la prima arma degli Shark. In più, gli altri ci guardano, ci studiano, capiscono.
Le dichiarazioni di coach Galbiati prima della partita di Trento, sono chiare quanto ovvie: “A campo aperto sono devastanti, se devono costruire molto meno”. Se poi a campo aperto la buttiamo via, e contro la difesa schierata idem, il gioco è fatto.
Insomma, tutti sapevano, e per primo Repeša, che costruendo questo tipo di squadra un momento così sarebbe arrivato. Se non hai un play che pensa, ammesso che ce ne siano di decenti in circolazione, sai che non è mestiere di Robinson e allora chiedi il favore a Notae che pare già scocciato solo a sentirsi fare la domanda. Ci sarebbe l’usato sicuro di Gentile, io busserei alla sua porta. Sui lunghi si sa tutto fin dall’inizio: è stata una scelta, s’immagina, ponderata, e quindi nessuna sorpresa.
L’uomo immagine Pleiss fa quel che può, fra età anagrafica e caratteristiche tecniche e fisiche. Se si usa col bilancino, e con gli avversari che fanno al caso suo, può essere utile. Nel frattempo, erigere statua ad Horton.
Infine, si parla di mercato. Non si capisce per far cosa: un bel posto nei play-off non basta? Se è per quello, basterebbe solo un po’ di serenità, di giudizio e, soprattutto, la consapevolezza che non siamo i più forti del mondo, che abbiamo giocato un girone d’andata al di sopra delle nostre possibilità e che ora stiamo rientrando nei ranghi. Punterei a vantarmi della saggezza e della competenza, piuttosto che di essere trapanese, che nel globo terracqueo, come direbbe Giorgia nostra, non significa niente.
(Coraggio, Gelsomino: hai allenato sotto le bombe, questi sono petardi. Di Carnevale.)


















