“Non mi fai male, Maurizio”

L’EDITORIALE DI BRUNO CONFORTI

L’ultima puntata

Ieri sera avrei dovuto guardare l’ultima puntata di “The Reacher” su Prime Video.
La puntata finale di una serie, si sa, è l’evento più atteso. Quello in cui finalmente scopri chi aveva capito tutto, chi aveva preparato il colpo di scena e, soprattutto, come sarebbe andata a finire.

Alla fine, però, Prime Video è rimasto lì.
Perché in streaming, rigorosamente on demand e a produzione interamente locale, è andato in scena qualcosa che metteva insieme thriller, azione e persino qualche momento di commedia.
E lo spettacolo aveva anche il suo pubblico: una media di circa 800 persone collegate in diretta per assistere a quello che, almeno politicamente, sembrava destinato a diventare il regolamento di conti definitivo.

Da una parte l’opposizione.
Regolamenti studiati, numeri contati, tempi scanditi. Un cronoprogramma che avrebbe dovuto condurre alla decadenza di cinque consiglieri e mettere seriamente in difficoltà la maggioranza.
I sorrisi, almeno all’inizio, non mancavano.
Sembrava tutto organizzato a puntino.

Sul merito delle decadenze mi ero già espresso.
Non ho le competenze per stabilire se vi fossero tutti i presupposti normativi. Sul piano politico ed etico, invece, continuo a pensare che affidare a una questione regolamentare il compito di chiudere una partita politica fosse qualcosa che poco aveva a che fare con la mia idea, forse romantica, della politica.

La seduta intanto procedeva alternando interventi diversi: quelli più concentrati sugli aspetti normativi, come quello di Marzia Patti; quelli più emotivi e quasi rassegnati di Giovanni Parisi e Angela Grignano; quelli decisamente più bellicosi, come quello di Toto Braschi.
L’opposizione aspettava.
Il copione sembrava scritto.
Poi è intervenuto Giacomo Tranchida.
Ed è probabilmente quello il momento che, conoscendo oggi il finale, mi è rimasto maggiormente impresso.

Nessuna particolare agitazione.
Il classico repertorio dell’“ingiuria politica”, quella curiosa categoria nella quale basta aggiungere l’aggettivo “politico” a qualsiasi elogio o  improperio e improvvisamente il vocabolario sembra diventare sterminato.
Ma soprattutto una serenità quasi sorprendente.
Anche quando veniva richiamato o zittito.
La serenità di chi guarda un thriller conoscendone già il finale?

La mia, intendiamoci,  è soltanto una sensazione a posteriori.
Ma è difficile non pensarci.
Perché un indizio, in realtà, era arrivato quando la puntata era appena cominciata.
Il segretario generale Panepinto aveva ricordato che, indipendentemente dalle astensioni, per approvare le decadenze sarebbero serviti dodici voti.
Un richiamo tecnico, apparentemente.
Alla fine sarebbe diventato lo spoiler dell’intera serata.

Mi sono tornati in mente i vecchi telefilm di Ellery Queen: il finale era davanti ai tuoi occhi dall’inizio, soltanto che non avevi ancora gli elementi per capirlo.
L’opposizione aveva studiato il regolamento, preparato la strategia e fatto i conti sulla base delle regole che riteneva applicabili.
Ma conoscere perfettamente le regole serve a poco se durante la partita la regola decisiva cambia o viene interpretata in maniera diversa da quella sulla quale avevi costruito la tua strategia.
Ed è lì che la partita è cambiata.
O, quantomeno, è cambiato il campo sul quale l’opposizione pensava di giocarla.

Poi sono arrivati i voti.
Ed è tornato fuori quello che da tempo definisco, con tutte le semplificazioni del caso, il “metodo Tranchida”.
Un metodo che, nella mia lettura, non consiste soltanto nel costruire le alleanze necessarie a governare oggi.
È soprattutto la capacità di costruire nel presente rapporti politici che potrebbero tornare utili domani.
Dichiarazioni di fedeltà, riavvicinamenti, nuovi equilibri, prospettive future.
Una sorta di credito politico.
Paghi oggi e, forse, ricevi domani.

Ed è inevitabile, allora, che la scelta di Giuseppe Guaiana faccia nascere una domanda.

La sua decisione di non partecipare al voto ha avuto un peso politico. Lui ne ha spiegato le ragioni e quelle ragioni vanno rispettate.
Ma il suo nome è già entrato nel dibattito sulla futura candidatura a sindaco di Erice.

E allora me la segno oggi, senza trasformare un’interpretazione in un fatto.
Giuseppe Guaiana sarà il prossimo candidato sindaco di Erice?
E sarà eventualmente il nome attorno al quale potrà convergere anche l’area politica di Tranchida?
Non lo so.
Lo scopriremo.

Ma se da tempo sostengo che una caratteristica del metodo Tranchida sia proprio quella di costruire oggi gli equilibri di domani, sarebbe ipocrita non farmi questa domanda.
Quello di Guaiana, però, è stato almeno un movimento visibile.

Poi c’è stata una scheda bianca.
E quella, essendo il voto segreto, non ha e non può avere un nome.
Non sappiamo chi l’abbia votata e soprattutto non sappiamo perché.
Potrebbe essere stata strategia.
Potrebbe essere stata una scelta personale.
Potrebbe persino essere stato proprio quel voto di coscienza che io stesso avevo invocato il giorno prima con la “Gaetaniana” “Non ti voto più”.
Ed è questo il paradosso.
Io avevo chiesto ai consiglieri di votare secondo coscienza. Non posso oggi chiamare traditore qualcuno che potrebbe avere semplicemente fatto esattamente questo.

Ma dal punto di vista dell’opposizione la tentazione della metafora sarà probabilmente irresistibile: dodici erano gli apostoli e tra loro c’era anche Giuda.
I dodici voti attesi, alla prova dell’urna, non sono arrivati.
E tanto basta per raccontare il risultato politico della serata.
Perché quello che doveva essere lo strumento con cui mettere in difficoltà la maggioranza ha finito per mostrare la fragilità della strategia dell’opposizione una volta cambiata l’interpretazione del quorum.

Poi c’è il segretario generale.
Aveva espresso una posizione contraria alle decadenze e proprio lui, all’inizio della seduta, aveva indicato quale sarebbe stato il quorum necessario.
Adesso viene annunciata la possibilità di un ricorso per quella che viene contestata come un’errata applicazione del regolamento.
Su questo non mi avventuro.
Non ho le competenze giuridiche per stabilire quale interpretazione sia corretta e saranno eventualmente le sedi competenti a farlo.
Ma politicamente il risultato è già lì.

Cinque decadenze non sono arrivate.
L’opposizione che pensava di avere costruito il percorso per mettere Tranchida all’angolo non è riuscita a chiudere la partita.
E Tranchida è ancora in piedi.
Forse è proprio questa la fotografia più interessante della serata.
Ogni volta che sembra politicamente battuto, trova uno spazio.
Quando sembra non avere più carte da giocare, dal mazzo esce un jolly.
Non significa che sia invincibile.
Significa semplicemente constatare che, anche questa volta, chi pensava di averlo messo all’angolo non è riuscito a mandarlo al tappeto.E io, che il giorno prima speravo forse romanticamente in un sussulto di coscienza, il giorno dopo mi ritrovo ancora una volta a fare i conti con la strategia.

Forse stasera riuscirò finalmente a vedere l’ultima puntata di The Reacher. (Casualmente il vocabolario online, in senso figurato / slang traduce “the reacher” in “chi punta molto in alto, chi cerca di ottenere qualcosa di difficile o ambizioso per esempio, qualcuno che “allunga il braccio” per arrivarci. n.d.d).

Quella trapanese, invece, l’ho già vista.
E il finale è stato quasi perfetto per una serie televisiva.
L’opposizione aveva studiato il regolamento.
Aveva preparato il cronoprogramma.
Pensava di conoscere il finale.
Poi la partita è cambiata.
Guaiana ha fatto la sua scelta.
Una scheda è rimasta bianca.
Tranchida è rimasto sul ring.
E soprattutto sono rimaste aperte due domande che vale la pena conservare per la prossima stagione.

Chi sarà il prossimo candidato sindaco di Erice? e…
Quando inizieremo a vedere i nuovi equilibri politici, ci ricorderemo delle scelte fatte quella notte?

Io sì, lo terrò a mente!

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