“Nel segno dei Fardella”: quando la storia trapanese diventa romanzo poliziesco

C’è un filo sottile, ma resistente come seta che unisce la Grande Storia e la cronaca minuta nelle 308 pagine di “Nel segno dei Fardella” di Giuseppe Romano uscito di recente per i tipi di Màrgana Edizioni.

Romano, trapanese, già dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, non è nuovo alla narrativa storica. Ma con questo romanzo — presentato come un ideale prosieguo del volume “Ai confini del Regno” dove appare il personaggio del commissario Manzo — sembra aver trovato la propria voce: quella di un autore capace di tenere insieme la ricerca d’archivio e il ritmo narrativo, la fedeltà documentale e l’invenzione drammatica.

Il romanzo si apre con una scena di forte impatto “cinematografico”: il 2 novembre 1838, Gennaro Ausiello detto o’ Russ — camorrista, capintrito del Rione Porta Capuana di Napoli — depone fiori sulla tomba del fratello e giura vendetta contro colui che lo uccise in duello, il commissario Giuseppe Manzo.

A Trapani, quella pistola puntata alla nuca del commissario, quel colpo che manca il bersaglio e uccide invece la moglie Paola durante il battesimo del loro figlioletta Pietro: è questo il trauma che innesca la macchina narrativa e non la lascia più riposare.

Il commissario Manzo è un personaggio costruito con cura psicologica: napoletano trapiantato a Trapani, funzionario dello Stato borbonico ma non servo cieco del sistema, porta in sé una tensione morale autentica: quella di chi deve far rispettare leggi in cui non sempre crede, in nome di un ordine che talvolta degrada in sopruso. Quando scopre che il suo sostituto Baiona ha torturato a morte un bottaio analfabeta accusato con una lettera anonima, la sua reazione non è quella del burocrate indifferente ma quella di un uomo che sente il peso della propria complicità istituzionale. «Quello che è successo è anche colpa mia», dice a Cardella, il suo capo ronda. Una frase che vale più di cento pagine di analisi.

Ciò che rende il romanzo degno di attenzione va oltre la trama poliziesca — peraltro ben congegnata, con inseguimenti sui tetti, travestimenti, doppiogiochisti e agnizioni finali. Il valore aggiunto di Romano è la capacità di restituire Trapani come mondo: una città ai confini del Regno borbonico, dove ogni vicolo ha un nome che racconta una storia, dove le classi sociali si mescolano nel ribollire del Carnevale, dove le Grandi Prigioni e le fosse di Favignana pesano come una condanna permanente sulla coscienza civile.
La ricostruzione dell’apparato burocratico borbonico è dettagliata e sorprendentemente moderna nella sua risonanza: le circolari ricopiate per intero, le dispute sui fondi per la paglia nelle celle, le pratiche accumulate per costruire un altare nella cappella del carcere.

Romano ha consultato documenti di archivio reali — alcune lettere tra Commissariato, Intendenza e Vicariato appaiono nel testo quasi integralmente — e ne fa non una zavorra erudita ma il tessuto vivo della narrazione. Si capisce che la burocrazia è una forma di potere, e che il potere schiaccia sempre chi sta in fondo.

Il titolo del volume non è ornamentale. I Fardella di Torrearsa — una delle famiglie aristocratiche più influenti della Sicilia risorgimentale — attraversano il romanzo come punti cardinali morali. Giovan Battista Fardella, lo zio, fondatore della Biblioteca “Fardelliana” e mecenate illuminista; il giovane Vincenzo, futuro marchese di Torrearsa e futuro primo presidente del Senato del Regno d’Italia; il fratello Enrico, futuro eroe di Balaklava e comandante nella guerra di secessione americana. Personaggi storici reali che Romano inserisce nella finzione narrativa con rispetto filologico e senza forzature, lasciando che la loro statura morale contrasti in silenzio con la mediocrità violenta di certi funzionari borbonici.

La prefazione del professore Gian Gaspare Fardella — discendente della famiglia — è essa stessa un documento prezioso, e il fatto che accompagni il romanzo dice qualcosa sulla serietà della ricerca storica che lo sorregge.

La prosa di Romano è muscolare, diretta, efficace nella scena d’azione — l’inseguimento sui tetti del centro storico, il tentativo di assassinio durante il Carnevale, la resa dei conti finale — e il registro linguistico è un punto di forza: l’autore usa il dialetto napoletano e siciliano con parsimonia intelligente, nei momenti giusti, senza abbondare in citazioni folkloristiche né sfidare la leggibilità. Quando Gennaro Ausiello dice al fratello morto «o truverò e l’aggio a mangià o core», la minaccia ha il sapore giusto senza bisogno di traduzione.

“Nel segno dei Fardella” è un romanzo che può certamente piacere al mercato ma è anche un romanzo scritto per restituire qualcosa a una città, a una storia, a una identità. Romano conosce le Prigioni Centrali di Trapani — per scelta professionale e non solo — e conosce il meccanismo con cui i sistemi di potere possono schiacciare gli ultimi e lo racconta con quella specifica autorità morale che nessuna accademia può conferire.

Il risultato è un noir storico di sostanza, scritto con passione autentica e capace di portare il lettore in una Sicilia dell’Ottocento che non è decorazione ma terreno vivo di contraddizioni, ingiustizie e resistenze umane. Con il commissario Manzo — orfano, vedovo, incorruttibile e solo — Romano ha creato un personaggio che meriterebbe altre indagini. E Trapani ancora un’altra storia.

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