Buongiorno architetto”. Anche se è un geometra. “Signorina si accomodi, lei è la segretaria di X?”. E la signorina è
medica e magari è anche X.
“È intervenuta la segretaria della Cgil”. E no, se non è Landini non vuol dire si stia parlando della dattilografa. Il linguaggio non è solo una questione grammaticale, di articoli o desinenze al genere giusto e al netto delle cacofonie vantate da “fini musicologi” ed “esteti” della lingua. La lingua è vita, quel che si dice esiste. Le parole sono pietre: perché raccontano storie, identificano persone, ruoli. Ma soprattutto raccontano una cultura. Quella per la quale, fino a non troppo tempo fa, per Zanichelli al lemma “avvocata” si intendeva l’appellativo per la Vergine Maria o “la moglie dell’avvocato”. Perché in un tempo non vetusto le donne non potevano fare le avvocate.
Nelle lingue romanze, e nel passaggio dal Latino all’Italiano, si sceglie l’utilizzo del maschile sovraesteso per l’assunto che “l’Uomo è il soggetto assoluto; la donna è l’altro” (per citare Simone de Beauvoir): le parole sono la dimensione concettuale che si definisce a partire dalla realtà stessa. Di certo è un fatto di rispetto delle regole grammaticali: “infermiere/infermiera”, “sindaco/sindaca ”. Ma altrettanto dovrebbe essere un rispetto sociale della persona che ricopre un ruolo e non viceversa: a beneficio di molti, è bene sottolineare che il buon operato di un sindaco lo determina la persona, non viceversa. Ed il genere è parte integrante di quella persona. A parte che apprendere dal telegiornale che “il ministro ha partorito” ci catapulterebbe in un disorientamento vistoso.
La dimensione concettuale nella quale si incastona il ruolo che una donna può o meno ricoprire in una società, a volte può essere indicata da una targhetta sulla sedia. È quello che è accaduto alla deputata regionale Cristina Ciminnisi durante un convegno a Mazara del Vallo. La deputata entra in sala e cerca i posti riservati: “on. Safina, on. Pellegrino, on. Bica… CRISTINA CIMINNISI”. Niente, neppure “signorina, dottoressa”. Manco un “bella zì”. È davvero così importante un “on.” prima del nome? Dipende: perché se mediaticamente, dalla tv ai Consigli comunali, si sottolinea la differenza tra un “dottore” ed un “ragioniere” in termini di diminutio del secondo, allora è importante. E se è importante per gli altri, perché non per lei? È misoginia? No davvero. Tanto quanto non sono sessiste certe esternazioni, volgari ed ineducate, in certi consessi. È mentalità, è cultura. Di chi, nel profondo, si stupisce che una donna possa ricoprire gli stessi ruoli di un uomo, possa arrivarci senza scendere a compromessi o senza posizioni ancillari. Di chi si stupisce che una donna possa rivendicare di essere tale, di portare un tailleur senza mascolinizzarsi, senza dover adeguare la propria sensibilità ad un registro differente dal proprio. Non ci si è fatto caso. Una svista, un errore.
Che non accade mai con gli uomini. Perché a Giuseppe Bica – che non ce ne vorrà per esser preso ad esempio – non accadrà mai che, se lo chiamassero “segretario” (indicando il ruolo politico) si potrebbe scambiarlo col portaborse. Per qualcun altro potrebbe sorgere il dubbio al contrario sul merito. Ma ad una donna accadrà difficilmente, sia nell’uno che nell’altro caso, perché il merito di una donna nemmeno si prende in considerazione. Al massimo “a chi appartiene”, in punta di generosità. Ecco, la prossima volta che pensiamo che “avvocata” suoni male, pensiamoci. Perché le parole preludono ad un problema, serissimo, di rappresentatività, sociale prima che politica. Di contendibilità, di mainstream e di empowerment.
La prossima volta che, come donne, invece di fare le barricate per quote del 50% nelle liste e nelle giunte, faremo quelle per le doppie preferenze, pensando con quale leader fare il tandem. Quando risponderemo ad un capo bastone. Quando useremo una scollatura non per nostro ma per altrui piacere. Quando manifesteremo ipocrite solidarietà perché pronte tra noi a sbranarci per quel 25% regalatoci da altri uomini. All’onorevole Cristina Ciminnisi: “bella zì!”, perché onorevole lo è prima nei fatti e poi nei titoli.
Valentina Colli
















