Largo ai giovani

Il referendum costituzionale sulla riforma della magistratura ha mostrato con chiarezza un dato politico che va oltre il risultato complessivo: la netta spaccatura generazionale nel voto.

I giovani, infatti, hanno votato in gran parte per il No, contribuendo in modo decisivo alla vittoria del fronte contrario alla riforma proposta dal governo Meloni.

Secondo le rilevazioni di Opinio per la Rai, nella fascia tra i 18 e i 34 anni il No ha raggiunto il 61,1% dei voti, contro il 38,9% del Sì. Un dato molto significativo, soprattutto se confrontato con quello degli elettori over 55, tra i quali il Sì ha invece prevalso con il 50,7%. Si tratta di una frattura generazionale netta, che racconta due visioni diverse della giustizia, delle istituzioni e probabilmente anche del futuro del Paese. Molti giovani (tra i quali mi iscrivo anche io, avendo votato per il NO) hanno visto nella riforma un rischio per l’equilibrio dei poteri e per l’impianto costituzionale, mentre una parte consistente dell’elettorato più anziano ha ritenuto la riforma necessaria.

La mobilitazione giovanile è stata particolarmente significativa anche per un altro motivo: molti studenti e lavoratori fuorisede non hanno potuto votare nella città in cui vivono, a causa delle regole attuali sul voto. Nonostante questo ostacolo, la partecipazione non è mancata. Molti giovani hanno trovato comunque il modo di partecipare diventando rappresentanti di lista.

Dal mondo politico sono arrivate letture che sottolineano proprio il peso del voto giovanile. Elly Schlein ha dichiarato che “i giovani hanno fatto la differenza”, mentre Riccardo Ricciardi ha parlato di “una vittoria di popolo e di milioni di ragazzi”. Al di là delle dichiarazioni di parte, resta un dato politico evidente: una parte consistente delle nuove generazioni ha utilizzato il referendum anche come strumento per esprimere un dissenso verso il governo e per affermare una certa idea di giustizia, percepita come equa e indipendente.

Questo risultato apre una riflessione più ampia sul rapporto tra generazioni e potere decisionale che lascio a sociologi e politologi. Per quanto mi riguarda da tempo vado ripetendo ai miei amici, tra il serio ed il faceto, che dovrebbe essere varata una legge che impedisca le candidature a qualsivoglia carica a chiunque abbia compiuto i 65 anni di età (anche se so bene che è contro ogni norma). Anzi sono diventato così drastico che, ultimamente, ho anche riflettuto sull’opportunità di impedire agli over 50 di candidarsi a sindaco o ricoprire cariche istituzionali tipo assessore o consigliere.

Da boomer ultrasessantenne dico che dovremmo sgomberare il campo e lasciare spazio ai giovani. Ma farlo veramente: “toglierci dalle palle” e lasciare che siano loro o governare le città, i Paesi (non le Nazioni, ma i Paesi), e il mondo. Forse i giovani ascoltano musica di dubbio gusto con l’autotune, ma probabilmente sono molto più saggi di noi vecchi rincoglioniti. Loro capaci, noi incapaci di traguardare un futuro che certamente nessun boomer vedrà (per ragioni meramente anagrafiche, ça va sans dire).

In questi ultimi anni, poi, mi girano per la testa le parole di Herbert Hoover, 31esimo presidente degli USA, morto nel 1964 (l’anno in cui io nascevo): «Sono gli anziani che dichiarano la guerra. Ma sono i giovani che devono combattere e morire». Se fosse il contrario sono certo non ci sarebbero più guerre e certe cariatidi ad un passo dall’alzheimer che attualmente governano il mondo, da est a ovest, da nord a sud, non avrebbero alcuno spirito combattivo.

Al di là della provocazione, e ritornando alle italiche vicende, il punto resta: se una generazione partecipa, si informa, trova il modo di votare anche quando è difficile farlo, forse quella generazione sta chiedendo di contare di più. Il referendum sulla giustizia, in questo senso, non è stato solo un voto su una riforma, ma anche un segnale politico e culturale: i giovani, quando vengono coinvolti davvero, partecipano e possono fare la differenza.

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