Oggi ho deciso di fare ordine in uno degli scaffali della mia libreria.
Sembra una frase banale, il tipo di cosa che si dice per riempire il silenzio quando qualcuno chiede “cosa hai fatto oggi?”. Invece è stata un’esperienza fisica, quasi violenta. Come aprire una diga e scoprire che dietro non c’è acqua, ma tempo solidificato.
Vent’anni stavano lì sopra. Vent’anni di me che facevo il mio lavoro, che inseguivo storie, che credevo che ogni cosa meritasse di essere conservata perché un giorno avrei capito perché l’avevo tenuta.
Comincio dai taccuini perché sembrano la cosa più facile. Piccoli, maneggevoli, riconoscibili. Ne apro uno a caso e la prima cosa che vedo è una frase sottolineata due volte. Non ricordo quale storia fosse. Non ricordo la fonte. Non ricordo nemmeno perché avessi sottolineato quella frase con tanta urgenza.
Ne apro un altro. Questo lo ricordo: un’intervista importante, una di quelle in cui sai che ogni parola conta. Leggo i miei appunti e mi torna tutto: dove ero seduta, la luce in quella stanza, il modo in cui la voce che mi parlava si incrinava su certe parole.
È così che procedo: apro, guardo, decido. O meglio, non decido. Qualcosa dentro di me decide al posto mio, una parte che non risponde alla logica. Certi oggetti mi parlano ancora, altri sono già morti. E non c’è modo di sapere in anticipo quali saranno gli uni e quali gli altri.
Trovo badge di eventi che pensavo di aver dimenticato. La mia faccia stampata su plastica, più giovane, con espressioni che sembrano di un’altra. Ma quando prendo in mano certi pass, succede qualcosa di strano. Dietro quei piccoli pezzi di plastica si aprono finestre intere: il viso di una persona incontrata, la sua risata, il modo in cui parlava. Un badge con una data sbiadita e all’improvviso torna l’odore dell’adrenalina di essere lì, proprio lì in quel momento.
Non sono solo oggetti, sono chiavi. Alcune aprono porte che credevo chiuse per sempre. Altre non aprono più niente, sono solo plastica con un nome e una data.
Le immagini sono più complicate. Una foto non è mai solo una foto: è una promessa che hai fatto a te stessa di non dimenticare. E io le sto tradendo, queste promesse, una dopo l’altra. Questa persona qui, con cui sono fotografata sorridendo: chi era? Mi sento in colpa per tre secondi, poi passa.
I ritagli di giornale sono un capitolo a parte. Alcuni articoli li ho scritti io, altri li ho conservati perché mi avevano colpita, ispirata o messa in crisi. Li rileggo ora e molti mi sembrano lontanissimi, come se li avesse scritti un’altra persona in un’altra epoca. Il mondo di cui parlano esiste ancora? Io esisto ancora? Butto via pile intere di carta ingiallita. La carta fa un rumore secco quando cade nel sacchetto. Un rumore definitivo.
A un certo punto mi fermo. Lo scaffale è mezzo vuoto, il sacchetto della spazzatura è pieno. E mi viene una consapevolezza improvvisa, quasi fisica: non lascerò queste cose a nessuno. Non c’è nessuno che le vorrà, nessuno che saprà cosa farsene. Un giorno qualcuno si troverà davanti a questo scaffale e vedrà solo carta ingiallita, plastica sbiadita, nomi che non significano niente.
E forse, mi dico, neppure io ho davvero bisogno di conservarle. Forse sto solo tenendo in ostaggio ricordi che esistono benissimo senza bisogno di prove materiali. La memoria non abita negli oggetti. Abita in me. E quello che ho dimenticato, l’ho dimenticato per un motivo.
Forse è questo che non ci diciamo sulla memoria: che non tutta merita di essere preservata. Che c’è una differenza tra ricordare e accumulare. Che lasciare andare non è sempre una perdita, a volte è solo fare spazio.
Chiudo il sacchetto e lo porto fuori. Domani passerà il camion della spazzatura e quegli oggetti scompariranno per sempre. Non ci sarà modo di recuperarli, nessuna possibilità di ripensamento. Non mi sento più leggera o più pesante, mi sento diversa, come se avessi rinegoziato i termini del contratto con il mio passato.
Lo scaffale ora contiene meno cose, ma quelle che sono rimaste pesano di più. O forse no. Forse pesano esattamente come prima, solo che adesso c’è più aria intorno. Più silenzio. Più spazio per quello che verrà?
Non so se tornerò a fare ordine presto. Non so nemmeno se questo era davvero “fare ordine” o solo un modo di convincermi che posso decidere cosa resta e cosa no. Ma per oggi basta. Per oggi ho imparato che la memoria non è democratica: sceglie, tradisce, dimentica. E che va bene così. Che forse è proprio così che dovrebbe essere.
















