La verità improvvisata: manuale di sopravvivenza moderna

“Ti dirò la verità, però dammi il tempo di improvvisarla!”

Così recita il protagonista di una vignetta di Massimo Cavezzali, in arte Cavez, che mi è capitata di recente sotto gli occhi nel flusso dei social.
Una frase apparentemente assurda ma che, in realtà, è uno degli ossimori più onesti della nostra epoca. Perché ammettere di dover improvvisare la verità è, paradossalmente, l’unica cosa sincera in tutto il discorso.

C’era un tempo in cui le bugie venivano preparate con cura. Si studiavano i dettagli, si costruivano alibi solidi, si provava davanti allo specchio. Oggi viviamo nell’era della verità istantanea, dove tutti pretendono risposte immediate e autentiche. Il problema? La verità richiede tempo, memoria, coerenza. La menzogna improvvisata, invece, è rapida, flessibile, adattabile.

E così ci ritroviamo in un mondo dove “essere sinceri” significa spesso “inventare qualcosa di credibile in tempo reale”. È l’onestà dell’impreparato, la trasparenza del ciarlatano, l’autenticità del politico in conferenza stampa.

Avete notato che più qualcuno insiste sulla propria sincerità, meno risulta credibile? “Guarda, ti dico la verità…” è diventato il segnale universale che sta per arrivare qualcosa di tutt’altro che veritiero.
Il fatto è che la verità vera non ha bisogno di presentazioni. Si regge da sola, con tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni. È la bugia che necessita di essere annunciata come verità, ha bisogno di credenziali, di premesse rassicuranti, di quel “dammi il tempo di improvvisarla”.

Questa vignetta di Cavez ci mette di fronte a uno specchio scomodo. Viviamo in un’epoca di storytelling personale, dove ognuno è narratore della propria vita sui social media. E ogni narratore sa che una buona storia ha bisogno di essere… Aggiustata. Un po’ più drammatica qui, un po’ più eroica là.

La richiesta di autenticità è ovunque: nei brand, nei politici, negli influencer, nelle relazioni. Tutti vogliono essere autentici, tutti vogliono la verità. Ma siamo sicuri di volerla davvero? O preferiamo una bella verità improvvisata, più comoda, più rassicurante?
Perché la verità vera può essere banale, sgradevole, deludente. La verità improvvisata, invece, può essere tutto ciò che vogliamo che sia. È la verità su misura, sempre disponibile, sempre coinvolgente, sempre con un finale soddisfacente.

Stiamo diventando tutti un po’ come il personaggio della vignetta? Promettiamo trasparenza mentre costruiamo facciate, giuriamo sincerità mentre scriviamo copioni, invochiamo la verità mentre improvvisiamo la versione che ci fa stare meglio.

Dovremmo essere più consapevoli che tra la verità e la narrazione della verità c’è sempre uno spazio, piccolo o grande, dove si può annidare l’improvvisazione, nel migliore dei casi, o la malafede, la volontà di ingannare a proprio vantaggio.
Dovremmo tutti provare a ridurre quello spazio. Come giornalista ne sono consapevole e ci lavoro ogni giorno, è il mio servizio alla comunità.

Tra l’altro, mentire bene è faticoso, e la verità, per quanto scomoda, ha il vantaggio di essere facile da ricordare. Non serve improvvisarla.

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