“La partita non giocata” di Francesco Tarantino

Ci sono date che entrano nella storia della cultura mondiale grazie allo sport. Il 26 agosto 2020, probabilmente, è una di quelle.

Tutti sanno cosa successe il 16 ottobre del 1968. Sul podio dei 200 metri Tommie “Jet” Smith, primo uomo a scendere sotto i 20” (19”83) e John Carlos alzano il pugno guantato di nero per lanciare un messaggio contro la discriminazione e il razzismo, diventato uno dei gesti più simbolici della storia. Avranno la solidarietà del secondo arrivato, l’australiano Normanll. Una foto storica. Iconica. Potentissima.

Ci sono altre immagini altrettanto potenti sebbene poco conosciute alla cultura europea. Sono cose americane… In dispregiativo chiamate “americanate”. Personalmente non sono d’accordo.

Colin Kaepernick, giocatore di football americano della NFL, quarterback dei San Francisco 49ers, il 26 agosto del 2016, in un’amichevole estiva, durante l’esecuzione dell’inno nazionale si inginocchiò, invece di stare in piedi, come il protocollo richiede.

I media non prestarono inizialmente particolare attenzione a questo gesto simbolico, che però Kaepernick ripeté con il compagno di squadra Eric Reid il 12 settembre 2016, questa volta in diretta televisiva durante una partita ufficiale.

«Non starò in piedi durante l’inno per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un paese che opprime i neri e le minoranze etniche. Per me è più importante del football, e sarebbe egoista guardare dall’altra parte. Ci sono cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca» dichiarò al tempo Kaepernick.

Questo gesto, peraltro avviato sotto la presidenza Obama, è stato duramente criticato da Trump, che lo ritenne altamente immorale e antipatriottico. Trump ha anche invitato il giocatore a cambiare paese e i fan a boicottare i giocatori che lo avessero imitato. Kaepernick fu licenziato. Ancora oggi è senza squadra quando potrebbe essere titolare in almeno una decina di squadre della NFL.

Un’altra immagine, clamorosa, fu scattata nel 1936. Le Olimpiadi di Berlino del 1936 erano importanti, perché il mondo era in guerra e Hitler aveva necessità di mettersi in mostra. La grande star di queste olimpiadi fu invece l’americano Jesse Owens che vinse 4 medaglie d’oro (nei 100 m, 200m, nella staffetta 4x100m e nel salto in lungo). Hitler non fu molto contento che Jesse Owens, un atleta afroamericano di colore, fosse in quei giorni al centro dell’attenzione di tutto il mondo, anche perché contraddisse platealmente la sua teoria della superiorità della razza ariana. La foto di Owens sopra il podio di Berlino 1936 dopo la gara di salto in lungo certifica come lo sport sia molto più forte del razzismo.

Ed è per questo che ieri sera, nel pieno dei playoff, una gara NBA non si è giocata. Per dare un senso allo sport. Per dare un senso all’azione sociale che esso ha, senza se e senza ma. I Milwaukee Bucks di Gianni Antetokounmpo non si sono presentati sul parquet per gara 5 contro Orlando in segno di protesta per il ferimento del 29enne Jacob Blake, paralizzato da sette colpi alla schiena sparati dalla polizia a Kenosha, Wisconsin (lo stato in cui normalmente giocano i Bucks). La gara contro i Magic valeva come gara 5 dei quarti dei play-off ed era prevista alle 22 italiane. I Bucks sono rimasti negli spogliatoi quando toccava a loro scendere sul parquet per il riscaldamento boicottando cosi’ l’incontro.

Non è la prima volta che la pallacanestro generi discussione, confronto. Proteste. Ieri sera, però, la svolta che forse nessuno si aspettava. Tutti nello spogliatoio.

Non si gioca.

E dopo i Bucks l’epidemia si è allargata, anche gli altri non sono voluti scendere in campo e i colleghi del baseball della MLB sono anche loro pronti a fermare tutto.

Chi pensa che il razzismo non sia una giusta causa per tutto ciò, probabilmente, non ha capito il senso della vita.

Tanti muri sono stati abbattuti in questi anni. Il 15 aprile 1947, Jackie Robinson debutta con la maglia dei Brooklyn Dodgers, diventando il primo giocatore di colore in MLB.

«Non mi interessa se è a quadretti, a righe o pallini, voglio lui», urlò il boss dei Celtics a chi gli faceva notare che prendere un giocatore di colore era ancora un tabù. Al Draft del 25 aprile 1950 la svolta epocale: venne scelto Earl Lloyd.

Potrei continuare all’infinito ma credo sia chiaro: ieri i Milwaukee Bucks hanno fatto la storia. I giocatori Nba sono sempre stati in prima fila nella lotta al razzismo, l’omicidio Floyd ha portato a una serie di prese di posizione portate avantibanche nella bolla di Orlando e il ferimento di Blake potrebbe ora mettere a rischio l’intero svolgimento dei play-off.

La domanda, quindi, è una ed una sola. Ha ancora senso pensare che un uomo sia inferiore solo perché di un colore della pelle diversa? La rivoluzione, secondo me, dovrebbe partire dalla scuola. Ed è inutile pensare che questi siano solo problemi americani. No. Queste non sono americanate. Sono solo atti di giustizia che ci servono per capire che, forse, questo mondo ha qualcosa di sbagliato.