Finalmente, per ora in Consiglio Comunale, il nascituro movimento del “Futuro” si è manifestato. Non ne conosciamo programmi, sede, idee: ma abbiamo un acronimo, hashtag, proclami e, da qualche giorno, anche consiglieri comunali. Non è fantastico?
Un’apparizione mistica che, nelle scorse ore, ha persino diffuso un trattato sulla libertà di stampa.
L’entità politica ha infatti deciso di manifestarsi spiegando cosa intenda per informazione e giornalismo. Prendendo in prestito, come sovente gli capita, idee altrui e, ovviamente, spacciandole per proprie per adattarle ai propri fini.
Un comunicato che sembrerebbe esser stato scritto fino al 90-92% da intelligenza artificiale. Pare, almeno così dicono strumenti professionali ad hoc come Compilatio, Justdone, TextGuard.
Non c’è male, direi: all’ingegno umano dei promotori rimane un dignitoso 8-10%, più o meno quanto una manciata di coriandoli in una sala conferenze.
Nel frattempo, viene diffusa una singolare lezione su cosa sia la libertà di stampa. Libertà che, a quanto pare, affonda le radici non nella Costituzione, ma direttamente alla corte di Luigi XVI. Buon’anima.
A ben leggere il testo, però, viene il sospetto che la libertà di cui parlano non sia effettivamente quella di stampa, pensiero o parola. Piuttosto la libertà di lodare il sommo pontefice di quella che sta assumendo i tratti di una religione parapolitica e paranoica: nella quale ogni cosa dichiarata è “la verità” contro le “bugie” degli altri. Il problema è che gli altri stanno diventando sempre più numerosi.
E questa verità, alla fine, altro non sembra che la necessità di lodi e applausi a líder máximo, ultimamente anche cantante, addirittura. Davvero, non è fantastico tutto ciò?
John Milton, nella sua aeropagitica (1644), a proposito delle lodi da dare a chicchessia, così scriveva: Nondimeno ci vogliono tre cose, senza le quali ogni lode non è che cortigianeria e adulazione. La prima, che si lodi solo ciò ch’è davvero degno di lode; la seconda, che si provi per sicuri indizi che le persone a cui si ascrivono delle doti esimie, le posseggono davvero; e la terza, che colui che loda, mostrandosi fermamente persuaso della giustezza delle sue opinioni, renda manifesto che non sta adulando.
E per dare maggior peso a queste idee, viene chiamato in causa l’Ordine dei Giornalisti. Ordine che peraltro finora si è espresso contro una certa idea di libertà: proprio quella evocata in queste ore.
Fino ad una sorta di “scuola di giornalismo” che, a mio parere ma potrei sbagliare, sembra la caricatura di un qualsivoglia ministero per la propaganda. Nel nostro caso un prossimo “assessorato” ad hoc.
Da tempo e, in ultimo, il 10 luglio scorso proprio il sottoscritto invocava, da parte degli “ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile” (cit.), intendendo i giornalisti, uno scatto di orgoglio. “Se il problema è, ed è anche quello di un dibattito pubblico ridotto a cortile, mettiamoci testa e risorse: partecipiamo alla formazione delle giovani generazioni, della società, di chi vorrà, al pensiero critico, alla lettura e comprensione della realtà, oltre che dell’italiano”.
Non il compiacimento di qualcuno – quindi – ma il rigore professionale. Fa perciò piacere essere copiati, e volentieri regaliamo questa ed altre idee a chi saprà realizzarle.
È chiaro che chi ha necessità di farsi aiutare dagli algoritmi non lo ammetterà mai. E, nella prevedibilità che ormai è evidente, rilancerà nuovi anatemi e liste di proscrizione. Oppure dirà: non leggo certa stampa. Ed il problema è proprio questo: giudicare “certa stampa” senza leggerla (e comprenderla), mentre si vorrebbe fondare un nuovo ordine trapanese dell’informazione, rivela quantomeno una visione molto corta intanto del presente.
Ma una cosa voglio dirla, da iscritto all’Ordine, con chiarezza: questa iscrizione non può essere ridotta a “licenza di uccidere” ma è assunzione quotidiana di responsabilità che richiede onestà intellettuale e certo non asservimento editoriale.
Per quanto sia facile parlar male della stampa e dei giornalisti. E per quanto la categoria non sia affatto immune da critiche.
Il giornalista – va detto – non è un tuttologo: è (o dovrebbe essere) un professionista capace di porsi domande, riconoscere i propri limiti, cercare fonti, verificarle e confrontarle. Esattamente come può e dovrebbe fare ogni cittadino in una democrazia sana. Come chiunque legga un comunicato — che, si spera, sia stato davvero inviato a tutte le redazioni giornalistiche e non solo pubblicato di fretta su X — dovrebbe fare: usare gli strumenti che il presente ci offre per informarsi e approfondire.
Invece i vagiti del nascente movimento politico, col suo proclama semiserio, non solo offendono l’intelligenza di chi legge, ma rivelano un’ambizione più antica. E pericolosa: quella di controllare il dibattito pubblico, decidere chi ha voce e chi deve tacere. Una tentazione che ha accomunato i più raffinati cultori dell’addomesticamento della stampa: dal Licensing of the Press Act 1662 alle Leggi sulla stampa del 1925, dalla DDR al modello Orbán, dove i giornali liberi esistono finché non parlano e finché non scrivono quel che serve al potere.
Insomma, ogni regime — soft o hard — ha sempre sognato di mettere il bavaglio in nome della qualità. Oggi questi neonati movimenti politici a me sembra rivendichino lo stesso ruolo: invocare l’etica, il giornalismo “vero”, la professionalità. E per farlo si affidano all’intelligenza artificiale, come chi dà lezioni di cucina leggendo la ricetta dal retro del dado.
E questa rivendicazione, avviene da chi detiene nelle mani un presunto potere economico, un potere editoriale mentre aspira a detenerne uno politico e amministrativo.
Di quale potere l’informazione dovrebbe essere “cane da guardia” nel futuro?
In ogni caso il comunicato-trattato ha il pregio di chiarire quali sono le idee e le prospettive del movimento politico che prende in prestito da Trump i suoi slogan: un’informazione pre-filtrata, pre-approvata, pre-masticata. Ed allora, non ci stanno proponendo un progetto. Stanno mostrando un istinto malcelato, una tentazione autoritaria. In nome di un decisionismo spinto e sfrenato.
Del resto, visto che parliamo di Trapani, diciamolo chiaro: la libertà non è una concessione per uniformarsi. E l’informazione non può avere un marchio di esclusiva pena trasformarsi in propaganda.
Se per “nuovo rinascimento” si intende decidere chi può scrivere e chi no. Ovvero chi può esser considerato attendibile e chi no. E cioè chi deve essere pubblicato e chi no, allora benvenuti semmai nel “passato”, in soffitta, tra le radio di regime e i megafoni del Minculpop. Ma, per piacere, non chiamatelo futuro. È archeologia.

















