C’è un momento, quando una malattia sta finendo, in cui il corpo lo sa prima della mente. La temperatura scende di mezzo grado, il respiro si fa meno affannoso, e si intuisce che il peggio è alle spalle. Non si è ancora guariti, ma si può sperare di tornare a essere se stessi.
Qualcosa di simile sembra stia accadendo nel piccolo ecosistema trapanese. Chi frequenta i commenti sotto le notizie – che siano di sport cittadino o su altre vicende di cronaca, comincia a notare una differenza nell’aria. Meno bile, meno trincea. Le opinioni divergono ancora, com’è giusto che sia, ma divergono in modo più umano.
Fino a qualche mese fa c’era una presenza costante, quasi rituale: qualcuno si presentava con le sue “verità” alternative, i suoi presunti scoop, la sua crociata contro la stampa locale. Non era il dissenso in sé a pesare — il dissenso è ossigeno, in una comunità sana — ma la qualità di quel dissenso: martellante, sistematico, sembrava costruito ad arte per erodere la fiducia piuttosto che alimentare il confronto.
I giornalisti che hanno vissuto quei mesi, forse, possono tirare un piccolo sospiro di sollievo. Non il sospiro di chi ha vinto una battaglia, né di chi pretende di possedere la verità e di proporla senza dissonanze. È qualcosa di più quieto e più onesto: il sollievo di chi sa che il proprio lavoro, imperfetto come ogni lavoro umano, può tornare a misurarsi con critiche “normali” anziché difendersi dall’assedio cieco, sempre e comunque.
Perché questa è la distinzione che conta, ed è una distinzione sottile ma decisiva. La diversità di opinioni non spaventa nessun giornalista degno di questo nome. Anzi, la critica puntuale — quella che indica un errore, che segnala un’omissione, che propone una lettura diversa dei fatti — è il miglior servizio che un lettore possa rendere a chi scrive. È il meccanismo per cui l’informazione migliora, si corregge, si affina.
Ciò che, invece, dovrebbe preoccupare tutti, non solo i giornalisti, è un fenomeno diverso: quando le menti smettono di vagliare e cominciano ad aderire. Quando una tesi non viene valutata ma abbracciata, non perché convincente ma perché rassicurante, perché offre un nemico riconoscibile, una narrazione già confezionata in cui riconoscersi senza fatica. È lì che la febbre diventa pericolosa: non nel sintomo del dissenso, ma nell’abbandono del pensiero critico come strumento personale.
Una comunità locale è uno spazio fragile. Le relazioni sono corte, le ferite restano a lungo, e chi vuole avvelenare il pozzo non ha bisogno di grandi risorse: basta la costanza, la ripetizione, la capacità di trasformare ogni “notizia” in conferma di un pregiudizio già stabilito.
Ora la febbre sembra scendere. La piazza digitale non è diventata improvvisamente un luogo tutto armonia e ragionamenti elevati — sarebbe ingenuo pensarlo — ma sembra recuperare una certa temperatura normale, quella in cui si può stare senza bruciarsi.
Speriamo di non sbagliarci. Intanto, è già qualcosa. È, forse, il momento migliore per ricominciare a parlare davvero.


















