Un volantino affisso su un muro scolastico, un QR code apparentemente innocuo, un questionario compilabile in pochi minuti.
È da questo gesto banale nella sua materialità, che ha preso avvio una vicenda che dovrebbe risvegliare interrogativi ben più profondi del fatto di cronaca in sè.
L’iniziativa di Azione Studentesca, area giovanile riconducibile a Fratelli d’Italia, diffusa in diverse città italiane tra cui anche Palermo, ha invitato gli studenti a segnalare presunti casi di “propaganda politica di sinistra” da parte dei docenti, annunciando la costruzione di un report nazionale.
Tuttavia , ridurre l’episodio alla dimensione della polemica o del comunicato stampa contingente, significherebbe eludere la sua portata più profonda.
Ciò che dovrebbe interrogare la coscienza civile non è soltanto il contenuto dell’iniziativa, ma il dispositivo simbolico che essa attiva. Il condizionale è senza dubbio d’obbligo.
Perché è il lessico implicito che questo gesto mobilita a doverci allarmare: segnalare, catalogare, distinguere.
Tutte parole che appartengono a una grammatica che la storia europea ha già scritto, e di cui conosciamo bene gli esiti.
Le liste di proscrizione non nascono mai come strumenti apertamente violenti: È sempre così che comincia la riduzione del dissenso a colpa.
Invitare a classificare l’operato degli insegnanti sulla base di categorie ideologiche, anche in assenza di una raccolta formale di nomi, richiama una grammatica storica che l’Europa del Novecento conosce fin troppo bene: quella delle liste di proscrizione, dei censimenti ideologici, delle pratiche di sorveglianza del dissenso che prendono forma come pratiche di ordinamento morale, come tentativi di tracciare confini tra ciò che è accettabile e ciò che deve essere esposto al sospetto.
La storia italiana insegna che tali strumenti non si presentano mai, all’origine, come atti esplicitamente repressivi. Essi si manifestano piuttosto come esercizi di “normalizzazione”, come tentativi di delimitare ciò che è legittimo da ciò che è sospetto.
La scuola, in questo senso, è sempre stata un terreno privilegiato di contesa, perché l’insegnamento non trasmette soltanto saperi, ma modella coscienze, linguaggi e capacità di giudizio.
È per questo che la Costituzione repubblicana ha voluto porre la libertà di insegnamento al riparo dalle oscillazioni del potere politico, riconoscendola come presidio essenziale del pluralismo democratico.
Richiamare quel passato non equivale a stabilire assimilazioni meccaniche o a evocare fantasmi in modo strumentale, significa piuttosto esercitare un dovere di vigilanza civile.
La democrazia non è solo una procedura formale, ma una cultura del limite, un equilibrio delicato tra il diritto alla critica e il rifiuto di ogni forma di delegittimazione sistematica.
Non si tratta di negare ai giovani il diritto di dissentire.
La scuola deve essere anche il luogo della contestazione, della parola che interroga l’autorità, della critica che smaschera l’abuso. Educare alla democrazia significa insegnare a non accettare passivamente ciò che viene trasmesso.
Ma significa, allo stesso tempo, educare alla responsabilità del giudizio: alla capacità di distinguere tra un comportamento scorretto e un orientamento culturale, tra una denuncia circostanziata e una segnalazione ideologica, tra la responsabilità della parola e l’anonimato che dissolve ogni assunzione di responsabilità.
Una democrazia matura non teme il dissenso; teme, semmai, la sua degenerazione in meccanismo di sorveglianza.
Richiamare quel passato non significa indulgere in analogie facili o brandire la memoria come un’arma polemica.
Significa riconoscere che la democrazia vive di equilibri fragili, di confini che non sempre sono segnati con evidenza. Vi è una soglia sottile oltre la quale la critica, da esercizio di libertà, si trasforma in pratica di sorveglianza; oltre la quale il conflitto, da momento vitale della vita democratica, diventa meccanismo di disciplinamento.
Una democrazia matura non teme la voce dei giovani.
Teme, semmai, che quella voce venga addestrata — anche inconsapevolmente — a riconoscere l’altro non come interlocutore, ma come sospetto. È in questo slittamento silenzioso, più che nel singolo episodio di cronaca, che si annida il pericolo.
Ed è su questa linea di confine, sottile ma decisiva, che la scuola dovrebbe essere chiamata a rinnovare la propria fedeltà allo spirito critico e alla memoria della Repubblica.
Dove si sovverte anche il concetto di “libertà”, che oggi vuole essere dettata, di cui vogliono disegnarci limiti e paradigmi, spiegarci persino in cosa dobbiamo credere.
Non è il questionario in sé a doverci inquietare, né il suo destino effettivo, né il numero di adesioni che raccoglierà.
È l’idea che lo rende possibile.
L’idea che il dissenso possa essere classificato, che il pensiero critico possa essere schedato, che l’autorità educativa debba essere sorvegliata non attraverso il confronto, ma attraverso la segnalazione.
È così che le democrazie iniziano a perdere se stesse: non con atti clamorosi, ma con pratiche che sembrano innocue, persino “ragionevoli”. Con dispositivi che educano a riconoscere nell’altro non un interlocutore, ma un sospetto.
Quando questo accade a scuola, il danno è doppio: perché non si limita a comprimere una libertà, ma insegna a farlo.
Non è all’indottrinamento che stiamo assistendo, ma a qualcosa di più sottile e pericoloso: all’addestramento alla sorveglianza.
E una società che abitua i più giovani a denunciare invece che a discutere, a classificare invece che a comprendere, non sta difendendo la democrazia.
Sta preparando il terreno perché, un giorno, qualcuno possa dire che tutto questo era normale. E che era giusto così.
















