La tornata elettorale appena conclusa — quella che ha riconfermato il Veneto alla destra e la Campania e la Puglia al centrosinistra — meriterebbe una considerazione più matura, più onesta. Non perché sia diversa dalle precedenti, ma perché sembra dirci ancora una volta qualcosa che non vogliamo ascoltare.
L’affluenza, oscillante tra il 44,65% del Veneto e il 41,83% della Puglia, viene come sempre interpretata nella sua forma più consolatoria: “Quattro elettori su dieci hanno votato”. È curioso come ci si ostini a partire da ciò che c’è, quando il dato più evidente è ciò che manca. Sei elettori su dieci non hanno votato. Sei.
Eppure continuiamo a guardare i quattro.
Questo modo di nominare la realtà — partendo da una presenza minima per non affrontare il peso dell’assenza — non riguarda solo la politica. È ormai un tratto comune della nostra vita collettiva: dalla cultura alla religione, dall’associazionismo alle relazioni sociali. L’assenza come rumore di fondo del nostro tempo, normalizzata, quasi giustificata.
Il dilemma morettiano — si nota di più chi c’è o chi non c’è? — oggi sembra ribaltarsi: ci siamo talmente abituati al vuoto che la presenza appare quasi un’anomalia. E intanto la narrazione cerca di tenere insieme i cocci: incoraggiamo, rassicuriamo, ci diciamo che “andrà meglio la prossima volta”. Ma non va meglio quasi mai. Il trend è stabile, implacabile. E la cosa inquietante è che nessuno sembra davvero volerlo invertire.
Così l’assenza diventa una dimensione accettata, inevitabile: colpa dei tempi, della tecnologia, della fatica, dell’ansia, della sfiducia. Tutto vero, forse. Ma riduttivo.
Perché l’assenza non è solo un comportamento: è una condizione. È diventata parte della nostra identità sociale.
Siamo stati tutto e di tutto, ma oggi siamo soprattutto assenti.
E questa assenza, per quanto motivata, non è innocua. Lascia spazi vuoti, crea dislivelli, alimenta abbandono e incuria. A volte, persino morte democratica.
I pochi che restano presenti — in politica come nelle associazioni, nelle istituzioni come nelle comunità religiose — si ritrovano a determinare, quasi da soli, le scelte che orientano il presente e preparano il futuro. Di tutti!
E questa sproporzione non può non produrre distorsioni, squilibri, assenze ulteriori.
Ma nemmeno gli assenti possono rifugiarsi all’infinito nell’alibi della delusione. Perché quando l’assenza diventa maggioranza, il problema non è più la disillusione: è la frattura sociale che si allarga. Ed è la democrazia stessa che cambia forma, quasi senza che ce ne accorgiamo.
Cosa c’è di democratico in un sistema dove la maggioranza non partecipa, e dove le leggi elettorali finiscono per modellare il potere attorno a minoranze sempre più ristrette?
Nulla. O molto poco.
Eppure ce ne facciamo una ragione, giorno dopo giorno.
La verità è che la nostra democrazia si regge su una finzione condivisa: ci diciamo che tutto procede, mentre procede solo ciò che riguarda i pochi. Le maggioranze assenti, invece, diventano ininfluenti. Non perché non potrebbero decidere, ma perché non lo fanno.
Si potrebbe discutere all’infinito delle ragioni: corruzione, incoerenza, lassismo, opportunismo, arroganza del potere. Tutto vero. Ma se le minoranze non cercano una via d’uscita, e se le maggioranze non la pretendono, allora la frattura diventa sistema.
A meno che — ed è l’ipotesi più scomoda — la maggioranza assente non sia in realtà profondamente, inconsapevolmente d’accordo con lo stato delle cose.
E allora la sua assenza non è più protesta, ma complicità.
Una complicità silenziosa, che fa il gioco di ciò che dice di rifiutare.
=============
In sintesi
















