Inchiesta “Sorella Sanità”, concessi i domiciliari a Fabio Damiani

Sarebbe solo di 50mila euro l’ammontare delle tangenti intascate da Fabio Damiani nell’ambito degli appalti per forniture sanitarie finiti sotto esame dalla Procura di Palermo con l’inchiesta “Sorella Sanità”.

Lo avrebbe ammesso lo stesso ex responsabile della Centrale unica acquisti della Regione ed ex direttore generale dell’Asp di Trapani che – come si legge in un articolo pubblicato oggi sul Giornale di Sicilia – non si trova più in carcere, dove era stato condotto nel mese di maggio al momento dell’arresto, ma ai domiciliari.

Le mazzette erano sganciate dal faccendiere agrigentino Salvatore Manganaro, che già da tempo ha ammesso le sue responsabilità con gli inquirenti e ha patteggiato la condanna a 4 anni e 2 mesi con la restituzione delle tangenti intascate per circa un milione di euro.

Damiani ha lasciato la Casa Circondariale “Pagliarelli” e ha potuto fare ritorno nel suo appartamento palermitano nell’attesa del processo, celebrato con il rito abbreviato, che lo vedrà come protagonista principale assieme all’altro manager pubblico della Sanità Antonio Candela.

La svolta é arrivata pochi giorni fa quando il gip del Tribunale di Palermo ha accolto la richiesta presentata dai legali di Damiani dopo il doppio interrogatorio di fine di novembre. Nei suoi confronti non sussiste più il rischio di inquinare le prove né quello di reiterare il reato perché è sospeso da tutti gli incarichi. Non é escluso che, nei prossimi giorni, possa essere nuovamente ascoltato dai magistrati.

Fino ad ora Damiani ha ammesso fatti relativi soltanto ai capi d’imputazione contestati, le corruzioni e le turbative d’asta, e 50 mila euro sono – riporta sempre il Giornale di Sicilia – una cifra molto ridotta rispetto a quella indicata da Manganaro. I soldi, infatti, non sarebbero relativi solo a due grossi appalti, per un totale di circa 220 milioni di euro, aggiudicati alla ditta “Tecnologie sanitarie”, ma rientrerebbero in un rapporto stabile tra i due con il faccendiere che pagava il manager con cadenza periodica, una forma di bustarella “preventiva” per oliare l’ingranaggio e preparare il terreno per l’aggiudicazione pilotata delle gare d’appalto.

Le tangenti sarebbero state consegnate durante le visite di Damiani nello studio di Manganaro in via Principe di Villafranca dove il faccendiere riceveva i suoi contatti e distribuiva i soldi pensando di essere
al riparo da orecchie e occhi indiscreti. Nell’appartamento, invece, i militari del nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza avevano piazzato le loro microspie che hanno consentito di acquisire numerose intercettazioni. Sarebbero stato proprio il contenuto di queste registrazioni, insieme alle accuse di Manganaro, a convincere Damiani ad ammettere le sue responsabilità con gli inquirenti.