Il verde pubblico, come e perché secondo l’architetto Vito Corte

Un'interessante nota su un tema di estrema attualità: il verde pubblico e le sue interpretazioni metropolitane

Dal noto professionista trapanese, architetto Vito Corte la redazione di TrapaniSì.it ha ricevuto un’interessante nota su un tema di estrema attualità: il verde pubblico e le sue interpretazioni metropolitane. Ecco la nota:

“Vorrei lasciare scritto qualcosa a proposito di verde urbano, proprio in un momento in cui se ne parla diffusamente. È solo una “pillola” anticipatrice di quella che vorrebbe essere, tempo e condizioni al contorno permettendo, una collegiale occasione per discuterne in un contesto appropriato.
I tempi d’oggi hanno portato, giustamente, a pensare che il verde nelle città aiuta a vivere meglio perché migliora l’aria e smorza i contrasti atmosferici. Sono temi tecnici di assoluto riguardo. Ma c’è un aspetto su cui vorrei soffermarmi invece: sui temi filosofici o, più semplicemente, concettuali.
Il verde nella città contribuisce in maniera significativa a migliorare la condizione abitativa dell’uomo nella sua dimensione spirituale: nella misura in cui contribuisce a rendere “giardino” un luogo abitato.

Il concetto del “giardino” è antichissimo e rimanda alla iconologia dell’hortus conclusus: il bordo del giardino (il recinto) è la separazione del mondo esterno, popolato da fiere, mali e pericoli, dal mondo interno del giardino, popolato da uomini felici e sereni.
La città, se si desidera o meglio se si è capaci di governarla nell’interesse pubblico, dovrebbe essere “la città gioiosa”: dove i cittadini vivono bene. Per vivere bene non basta soddisfare i bisogni primari, avere un po’ di ombra o di fiori qua e là oppure ottenere l’abbattimento del gradiente termico tra dentro e fuori. Per vivere bene è necessario tutelare, custodire, tramandare la memoria di sè e coltivare i catalizzatori di appropriazione collettiva.
Mi spiego: il Viale Duca d’Aosta alberato con le eritrine secolari è da mantenere per la gioia dei cittadini che coltivano il loro senso di appartenenza riguardando se stessi attraverso le foto storiche, ascoltando i racconti dei nonni o rileggendo le carte antiche che descrivono come si era modificata la città, che là era banchina e spiaggia, in altra parte di città.
Dunque la sostituzione di un albero in pericolo di schianto con un nuovo albero dovrebbe essere finalizzata al mantenimento dello scopo concettuale della città/giardino che si contrappone allo scopo tecnico della città/luogo della produzione.

È necessario che il governo del verde pubblico sia improntato alla custodia del principio della città gioiosa attraverso gli strumenti propri delle competenze epistemologiche, filosofiche, culturali di chi ha studiato epistemologia, filosofia, storia dell’arte e della città, arte dei giardini, antropologia culturale, sociologia urbana: gli architetti.
Ad essi possono affiancarsi gli specialisti di talune discipline, utili al raggiungimento dello a scopo di interesse pubblico: gli ingegneri ambientali, i botanici, gli agronomi, e perfino i volontari cultori di verde (ma senza alcuna competenza o esperienza).
Il m
igliore risultato si ottiene contemperando le professionalità e le aspettative: ma mi pare un grave errore che gli architetti (quelli competenti, cioè che nel percorso di studi dimostrino competenze culturali del genere prima descritto – perché non tutti gli architetti hanno compiuto percorsi di studio uguali) non partecipino al processo di mantenimento della memoria urbana e di cura di quel “paradiso” che può essere la città”.