Il senno di poi

Capire le cose dopo che sono successe è facile. Il problema è che, in questa città, non si vuole capire prima, né durante. Figuriamoci dopo.

Comprendere richiede ascolto. Richiede abbassare le proprie presunzioni, coltivare il dubbio, accettare di non avere sempre ragione. È faticoso. Molto più semplice è tifare.

Perché Trapani, scopriamo ora, è una città sportivissima. Gente sana, attenta all’alimentazione, sempre in movimento. O almeno così pare, a giudicare dal fervore con cui si difendono certe narrazioni.

Eppure nel 2024 l’Istat ha selezionato anche Trapani per l’indagine su “cittadini e tempo libero”. Un campione nazionale ampio, 25 mila famiglie, circa 800 comuni. I dati parlano chiaro: mentre in Italia cresce la pratica sportiva, il Sud resta inchiodato a livelli altissimi di sedentarietà.

Forse lo sport più praticato, da queste parti, è un altro: l’indisponibilità a imparare. Una disciplina nella quale Trapani ambisce da tempo all’oro olimpico.

Ogni vicenda della vita potrebbe aiutarci a crescere. A fare scelte più attente, a sviluppare amor proprio, a costruire riscatto. Ma solo se la guardiamo con la testa, non con la pancia.

Oggi il vituperato imprenditore romano è diventato il capro espiatorio universale. Nelle ultime ore è persino difficile capire chi lo abbia sostenuto e perché: tutti, improvvisamente, erano critici sin dall’inizio. Tutti avevano capito tutto. Mah!

Personalmente, non ho alcun interesse a iscrivermi al Pantheon del “ve l’avevo detto”. Anzi ve l’avevo scritto. Per due ragioni molto semplici.

La prima: mi interessano le dinamiche pubbliche, non le contumelie.
La seconda: scaricare ogni colpa su chi è oggi caduto in disgrazia è l’alibi perfetto per continuare a non capire nulla e rifare, domani, gli stessi identici errori.

Per questo sono contrario – per quel che vale – alla revoca della cittadinanza onoraria. Sarebbe una scorciatoia ipocrita. Un modo comodo per cancellare la faciloneria collettiva di quel gennaio 2025, quando un ampio e trasversale parterre applaudiva estasiato.

Nessun oblio per chi giustificava parcheggi sugli stalli per disabili. Per chi celebrava le dirette fiume, gli insulti, le liste di proscrizione. Per chi rideva, annuiva, condivideva.

Altro che rimozione: servirebbe un Museo della memoria della dabbenaggine.
Con le foto dei selfie su yacht, tribune, fioriere trasformate in predellini.
Un’area multimediale con le interviste-fiume al mago dell’export e, soprattutto, con le domande quantomeno imbarazzanti, almeno a mio parere, dei suoi media di riferimento.
Un corner esperienziale dove indossare i gadget “MTGA – Make Trapani Great Again” e vedere l’effetto che fa.
E una sala finale, la wall of fame (dove fame rimane tale e quale), con il mosaico di chi cercava un posto al sole. Parentame incluso.

Non per il pubblico ludibrio. Ma perché capire davvero richiede una terapia d’urto.

E come guide di questo museo obbligherei – per lavori socialmente utili – non pochi esponenti dell’attuale classe politica, di governo e di opposizione. Testimoni diretti, spesso complici, quasi sempre silenti. E pezzi di quel sottobosco che fa da collettore di consenso che plaudeva alle grandi “opportunità di lavoro”. Ieri come oggi, opportunità spesso effimere che si vanno via via dissolvendo.

Ma se il “fratellone” può e sarà comunque dimenticato in fretta, Trapani no.
Questa città non può permettersi di dimenticare se stessa, né il modo in cui si è piegata al fenomeno.

Non regge la favola della buona fede tradita.

O il romano scintillante ha ragione quando parla di profittatori locali, oppure mente quando si dipinge come il più bravo di tutti. In entrambi i casi, la città non è innocente.

Una sola persona aveva capito tutto prima: Rosalia D’Alì.

Va detto chiaramente, oltre che per onestà intellettuale. Il suo “non ci sto” è stato, per mesi, per lunghi mesi, l’unico e solo argine all’esondazione. Che sia stato intuito, studio, esperienza o semplice repulsione per certi linguaggi, poco importa. Conta il fatto.

Perciò capire non basta, se non ci si assume le conseguenze.

L’informazione deve fare i conti con le proprie fragilità:
– giornalisti esposti al linciaggio per aver fatto domande reputate scomode;
– altri rimasti in silenzio e poi lasciati senza lavoro;
– modelli editoriali padronali, ricattabili, che spingono al silenzio più che alla responsabilità.

Tutti problemi che c’erano prima di Antonini e che rischiano di ripetersi anche dopo, anche oggi.

E la politica?
Quella che ha perso la parola e quella che l’ha ritrovata solo a consuntivo.
Una classe dirigente così non è affidabile. Né lo è un’opposizione pavida e compiacente.

Ecco perché la risposta non può essere il ritiro. Il disimpegno. L’ennesimo “sono tutti uguali”. È proprio quel vuoto che ha reso possibile tutto questo. Ed è lo stesso vuoto che rischia di produrre nuove svendite, nuovi disastri, nuovi salvatori della patria.

La sfida, oggi, non è dimostrare di averci creduto.
È tornare a crederci adesso, quando fa male, quando il fallimento brucia. Non in una squadra, in una tifoseria, in un colore, ma nella capacità collettiva di rialzarci.

Credere nella ricostruzione di un tessuto di passione, impegno e amore per il territorio.
Non per nostalgia. Non per rabbia.
Ma per rigenerare il presente, innanzitutto. E, finalmente, riappropriarci di migliori speranze.

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Per chi vuol approfondire, come sempre, buon ascolto.

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