Il permesso di non essere entusiasti: pensieri onesti sul Nuovo Anno

Siamo di nuovo a quel punto dell’anno in cui dovremmo essere pieni di buoni propositi, entusiasmo rinnovato, voglia di ricominciare.

I social si riempiono di messaggi ispiratori,  tutti parlano di “nuovo inizio” come se il passaggio da un giorno all’altro, solo perché capita a cavallo tra dicembre e gennaio, avesse davvero il potere di resettare tutto.

Ma se siamo onesti con noi stessi, sappiamo che non funziona così.

C’è qualcosa di profondamente stancante nella ritualità delle aspettative di Capodanno. Come se fossimo obbligati a sentirci ottimisti, a fare progetti, a credere che quest’anno sarà diverso. Come se non avere speranze per il nuovo anno ci rendesse cinici, negativi, persone da evitare alle cene di fine anno.

La verità è che molti di noi arrivano al nuovo anno esausti. Esausti dall’anno appena trascorso, certo, ma anche esausti dalla pressione di dover essere entusiasti per quello che verrà. Alcuni di noi hanno semplicemente bisogno che il nuovo anno non sia peggiore del precedente. E questa non è mancanza di ambizione o pessimismo: è realismo guadagnato duramente.

Quando hai visto crollare progetti importanti, quando hai attraversato perdite significative, quando hai scoperto che il supporto su cui contavi non c’era, l’idea di fare grandi programmi per l’anno nuovo può sembrare non solo ingenua, ma anche pericolosa. È come esporsi di nuovo alla possibilità di delusione, investire di nuovo in speranze che potrebbero essere disattese, aprirsi di nuovo alla vulnerabilità del desiderio.

Forse quello che serve davvero non sono le grandi aspettative, ma il permesso di avere speranze piccole. Speranze che non fanno notizia, che non diventano post motivazionali sui social, che non impressionano nessuno. Ma che sono reali, concrete, raggiungibili.

La speranza di attraversare l’anno senza traumi maggiori. La speranza di trovare piccoli momenti di pace in mezzo al caos quotidiano. La speranza che almeno alcune delle persone su cui contiamo si rivelino affidabili. La speranza di riuscire a proteggere quel poco che abbiamo costruito, anche senza espanderlo. La speranza di sentirsi un po’ meno soli, anche solo occasionalmente.

C’è una forma particolare di saggezza nell’abbassare le aspettative. Non per cinismo, ma per sopravvivenza. Quando le aspettative alte sono state ripetutamente disattese, quando l’ottimismo è stato “punito” dai fatti, quando l’investimento emotivo si è rivelato un cattivo affare, imparare a non aspettarsi troppo diventa una strategia protettiva necessaria.

Questo non significa rinunciare a ogni speranza o ambizione. Significa semplicemente costruire aspettative che tengano conto della realtà così com’è, non come vorremmo che fosse.

Alcuni di noi sono semplicemente stanchi di ricominciare. Stanchi di rialzarsi, di riprovare, di ricostruire. Il nuovo anno porta con sé l’aspettativa implicita che tutti abbiano l’energia e la voglia di rimettersi in gioco, ma non è sempre così. A volte si arriva al nuovo anno con la semplice speranza di mantenere quello che si ha, senza l’ambizione di aggiungere altro.

La retorica del nuovo anno non lascia spazio a questa possibilità. Tutto deve essere dinamico, proiettato in avanti, ambizioso. Ma la vita reale include anche i momenti in cui l’unica cosa che possiamo fare è tenere duro, proteggere quello che abbiamo, non perdere ulteriore terreno. E questo richiede una forma di forza che raramente viene celebrata o riconosciuta.

Forse una delle speranze più difficili da mantenere è quella riguardo alle persone. Sperare che quest’anno qualcuno ci veda veramente. Che qualcuno si accorga se stiamo soffrendo. Che qualcuno esprima solidarietà quando ne abbiamo bisogno. Che qualcuno riconosca il valore di quello che facciamo prima che sia troppo tardi.

Queste speranze sono pericolose perché riguardano cose che non possiamo controllare. Possiamo decidere di impegnarci di più, di mangiare meglio, di leggere più libri. Ma non possiamo decidere che le persone intorno a noi diventino più presenti, più empatiche, più solidali. E quando queste speranze vengono disattese, il dolore è particolarmente acuto perché non dipende da noi.

Forse l’aspettativa più sana per il nuovo anno, per quanto riguarda gli altri, è questa: continuerò a essere la persona che voglio essere, indipendentemente da come si comportano gli altri. Continuerò a vedere chi soffre in silenzio, anche se nessuno ha visto me. Continuerò a riconoscere il valore del lavoro altrui, anche se il mio non è stato riconosciuto. Non perché mi aspetto reciprocità, ma perché è il tipo di persona che voglio essere.

Una delle cose più oneste che possiamo fare all’inizio di un nuovo anno è darci il permesso di non essere particolarmente entusiasti. Di non avere grandi piani. Di non sentirci pieni di energia rinnovata e ottimismo contagioso. Di arrivare al primo gennaio con la stessa stanchezza con cui abbiamo lasciato il 31 dicembre.

Il passaggio da un anno all’altro è, dopo tutto, una convenzione arbitraria. Non succede nulla di magico a mezzanotte. I problemi che avevamo il 31 dicembre ci saranno ancora il primo gennaio. Le ferite non guariscono perché cambia il numero sul calendario. La solitudine non scompare perché facciamo un brindisi.

Riconoscere questo non è essere negativi. È essere realistici.

Forse le speranze più vere sono quelle che non diciamo ad alta voce. Quelle che non condividiamo sui social, che non trasformiamo in propositi formali, che custodiamo in privato come qualcosa di troppo fragile per essere esposto.

La speranza segreta che qualcuno finalmente ci veda. La speranza nascosta che il dolore diventi un po’ più sopportabile. La speranza non confessata che quest’anno non dovremo affrontare tutto da soli. La speranza silenziosa che qualcuno riconosca il valore di quello che facciamo prima che sia troppo tardi.

Queste speranze sono fragili proprio perché sono importanti. Esprimerle ad alta voce le renderebbe vulnerabili al giudizio, al rifiuto, alla delusione. E così le teniamo per noi, piccole fiamme protette dalla mano a coppa, sperando che il vento della vita reale non le spenga del tutto.

Se dovessi identificare un’aspettativa fondamentale che attraversa molte delle nostre speranze per il nuovo anno, probabilmente sarebbe questa: la speranza di essere visti. Non necessariamente celebrati, applauditi, ammirati. Semplicemente visti. Riconosciuti nella nostra umanità, nel nostro impegno, nella nostra sofferenza quando soffriamo e nel nostro contributo quando contribuiamo.

E se c’è una cosa che l’anno passato ha insegnato, è che questo tipo di visibilità non è garantita. Puoi dare tutto a un progetto e vederlo crollare senza che nessuno esprima solidarietà. Puoi soffrire in silenzio e scoprire che il silenzio è contagioso. Puoi fare un lavoro importante e renderti conto che l’importanza di un lavoro non garantisce che venga riconosciuto.

Forse quello di cui abbiamo davvero bisogno non sono aspettative alte o basse, ma aspettative sostenibili. Aspettative che tengano conto di chi siamo davvero, non di chi vorremmo essere o di chi gli altri si aspettano che siamo. Aspettative che partano da dove ci troviamo realmente, non da dove pensiamo dovremmo trovarci.

Nessuna di queste aspettative finirà nelle liste dei “propositi per il nuovo anno” delle riviste o dei blog motivazionali. Ma sono aspettative vere, radicate nella realtà vissuta, costruite sulla consapevolezza di quello che è realmente possibile data la situazione in cui ci troviamo.

E poi, nonostante tutto, nonostante la stanchezza e le delusioni passate e il realismo duramente guadagnato, c’è ancora un filo di speranza. Sottile, fragile, quasi invisibile, ma presente. La speranza irrazionale, testarda, inspiegabile che forse, solo forse, quest’anno potrebbe essere diverso. Non necessariamente migliore in modo drammatico, ma diverso in modi piccoli e significativi.

Questa speranza non si basa su evidenze concrete o su ragioni logiche. È semplicemente la speranza che continua a esistere nonostante tutto. È la parte di noi che si rifiuta di arrendersi completamente, anche quando sarebbe più facile farlo. È quella piccola voce che dice: proviamo ancora, vediamo cosa succede, non tutto è prevedibile, a volte le cose vanno meglio del previsto.

Non è molto. Ma a volte, quando sei stanco e ferito e disilluso, anche solo questo filo sottile di speranza richiede coraggio. E forse è proprio questo il vero proposito per il nuovo anno: non mascherarci da persone diverse, non raggiungere obiettivi improbabili, non ingannare noi stessi e gli altri ma semplicemente mantenere vivo quel filo di speranza, per quanto sottile, nonostante tutto.

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