Ho cominciato a fare il giornalista nella redazione di RTC nel 1988, con una Olivetti Lettera 32. Oggi lavoro con tre computer con tre diversi sistemi operativi: Windows 11; Chrome; Linux Mint.
Sono passato attraverso il DOS, tutti i Windows dal 3.1 fino all’11 e perfino con un paio di MacOS, quando dominavano il mondo della impaginazione e della grafica. Linux, di cui ho sperimentato diverse distribuzioni, è ad oggi il mio preferito che uso per scrivere, archiviare, mail, montaggi video, modifiche fotografiche e altro. Una scelta di “autonomia” digitale di fronte allo strapotere degli “americani”.
C’è un numero che quasi nessuno conosce, eppure racconta meglio di tante analisi lo squilibrio di potere che regola le nostre vite digitali. Secondo i più recenti rilevamenti di StatCounter, a livello globale Windows domina il mercato dei sistemi operativi desktop con circa il 62%, seguito da macOS con il 14-15%, mentre Linux si attesta intorno al 3%. In Italia il quadro non cambia di molto: Windows supera il 62%, macOS sfiora il 21% e Linux resta fermo intorno al 3%. Un dato, quest’ultimo, confermato anche dai rilevamenti dei mesi precedenti, che collocavano Linux appena sopra il 2,9% sia a livello mondiale sia italiano.
Tradotto in parole semplici: quasi tutti i computer del pianeta, e quasi tutti quelli italiani, funzionano grazie a software prodotto da due sole aziende americane, Microsoft e Apple. A queste si aggiunge Google, che pur non comparendo in questa classifica specifica domina altri snodi cruciali della nostra vita digitale: la ricerca online, la posta elettronica, i sistemi operativi degli smartphone. Tre soggetti privati, con sede fuori dall’Italia e fuori dall’Europa, decidono di fatto come lavoriamo, come comunichiamo, come i nostri dati vengono raccolti, conservati e — talvolta — monetizzati.
Non è un problema di nicchia per informatici. È una questione di autonomia, nel senso più politico del termine. Esiste un principio, poco noto al grande pubblico ma centrale nel diritto amministrativo italiano, che si chiama “neutralità tecnologica”. Significa, in sostanza, che nessuna amministrazione pubblica dovrebbe essere costretta, di fatto, a dipendere da un unico fornitore privato per svolgere le proprie funzioni. È lo stesso principio che, applicato ai cittadini, dovrebbe garantire a chiunque la libertà di scegliere con quali strumenti gestire la propria vita digitale, senza essere ostaggio di un ecosistema chiuso che impone aggiornamenti, abbonamenti, formati proprietari e obsolescenza programmata.
Il software libero — Linux nella mia personale esperienza, ma il discorso vale per ogni programma il cui codice sorgente è aperto e verificabile da chiunque — nasce proprio per rispondere a questa esigenza. Non è “gratis” nel senso di scadente: è libero nel senso che nessuno ne detiene le chiavi in esclusiva. Chiunque può controllarlo, modificarlo, adattarlo, condividerlo. È l’opposto della logica del prodotto chiuso, dove l’utente firma un contratto che non può davvero leggere fino in fondo e accetta condizioni che non può negoziare. Non si tratta di un’idea astratta o di battaglia ideologica tra “smanettoni”.
È già scritto nella legge. Il Codice dell’Amministrazione Digitale (il CAD, decreto legislativo 82 del 2005), all’articolo 68, stabilisce che le pubbliche amministrazioni, prima di acquistare un software, devono fare una valutazione comparativa tra diverse opzioni: riutilizzare soluzioni già sviluppate da altri enti pubblici, ricorrere a software libero o a codice sorgente aperto, sviluppare qualcosa di nuovo internamente, o combinare queste strade. Solo quando nessuna di queste alternative risulta praticabile, la norma consente di acquistare un programma proprietario a licenza — cioè, nella pratica, di rivolgersi a Microsoft, Apple o a fornitori equivalenti.
In altre parole: la legge italiana non dice che le amministrazioni devono per forza usare Windows o macOS. Dice l’esatto contrario: che il ricorso al software proprietario dovrebbe essere l’eccezione motivata, non la regola automatica. È un principio pensato per due ragioni molto concrete: risparmiare soldi pubblici, evitando di pagare licenze costose quando esistono alternative gratuite e altrettanto valide; e garantire che i dati dei cittadini, gestiti da Comuni, Regioni e ministeri, non finiscano sotto il controllo tecnico esclusivo di aziende straniere. A Trapani non ho mai sentito un sindaco, un assessore, un consigliere comunale che si ponesse il problema. Forse qualche dirigente sa di che cosa sto parlando.
Il problema, come spesso accade in Italia, non è la norma ma la sua applicazione. Nonostante l’articolo 68 esista da anni e sia stato più volte rafforzato, la stragrande maggioranza degli uffici pubblici italiani continua a usare Windows e pacchetti Office con licenza, spesso per abitudine, per mancanza di formazione del personale, o per la comodità di affidarsi a chi offre assistenza capillare e software “già pronto”. È una scelta comprensibile nel breve termine, ma miope nel lungo periodo: ogni euro speso in licenze è un euro che non va in formazione, in innovazione, in autonomia tecnologica del territorio.
Non è solo un tema per gli addetti ai lavori del digitale pubblico. Riguarda tutti noi, come cittadini e come comunità. Ogni volta che scegliamo — o subiamo — un sistema chiuso, rinunciamo a un pezzo di controllo sulla nostra vita digitale: sui nostri dati, sui costi che sosteniamo nel tempo, sulla libertà di cambiare strumento senza perdere tutto quello che abbiamo prodotto. Lo stesso vale, moltiplicato per mille, quando a fare questa scelta è un ente pubblico che gestisce informazioni sensibili di migliaia di persone.
Rendersi autonomi da Microsoft, Apple e Google non significa demonizzare queste aziende, che restano protagoniste legittime del mercato. Significa pretendere che esista, accanto a loro, uno spazio reale per alternative libere — e che le istituzioni, per prime, smettano di considerarle un’opzione marginale e comincino ad applicare fino in fondo quello che la legge già chiede loro di fare. La sovranità digitale, in fondo, comincia da un clic sul desktop. Spero che il prossimo sindaco di Trapani sia pronto anche ad affrontare questi temi.
Per quanti volessero approfondire suggerisco l’ottimo contributo alla Dev Conference Italia 2026 di Dario Dieci – alias “Dario di AlternativaLinux” -, uno dei massimi divulgatori italiani dell’open source, a questo LINK.















