Si dice che il leone non combatte con le iene non perché non possa, ma perché non ne ha bisogno.
E le prolungate diserzioni del Consiglio Comunale da parte di Giacomo Tranchida, le risposte mancate e quelle a metà, i toni sprezzanti e, anche troppo spesso, denigratori nei confronti dell’opposizione – o, almeno, di una parte di essa – rendono bene l’idea di Mufasa che non si abbassa a spiegare la politica alle iene seguaci di Scar.
Scar però, come narrato nel racconto della Disney, è sempre lì, pronto ad oltraggiarlo, a mettere in pericolo le terre del branco, ambendo alla successione al trono e tramando affinché questo si renda vacante prima possibile. In un modo o nell’altro, anche a costo di ingaggiare battaglie fratricide perché Scar è il fratello minore del “Re Leone”.
Il leone – Tranchida è ferito, e su questo non c’è alcun dubbio. Gli attacchi sono costanti, ben lavorati ai fianchi, anche da chi si prepara ad interpretare il ruolo di Bruto nell’assassinio di Giulio Cesare (scusate l’escursione nella storia vera dell’antica Roma).
Attacchi mediatici dal suo Scar personale, attacchi personali dall’opposizione.
In mezzo, una città stanca di sentire citare, a destra e a manca, la retorica dell’amore per Trapani, del bene comune e senza che ci sia neanche don Luigi Sturzo reincarnato a declamarlo.
Una città la cui stanchezza si profila soprattutto nella perdita di carica utopica e si manifesta in quella diffusa disaffezione nei confronti dell’impegno politico. Impegno che, sembra sempre più ricompensare chi promette tutto ciò che maggiormente rassicura o piace alle masse.
Contribuisce a questa stanchezza l’alto tasso di litigiosità della politica, espressione di divisioni profonde, radicate in logiche prigioniere di particolarismi e incapaci di alzare lo sguardo verso un orizzonte più ampio.
Certo, la disaffezione ha molto a che fare con le strade sporche, malridotte, con la mancanza cronica d’acqua e la sensazione che Trapani vada alla deriva: e non basta la pletora di finanziamenti e le progettualità ad essi legate, a recuperare la rotta.
Perchè la sensazione plastica è simile al discorso del pane e delle brioche di Maria Antonietta di Francia. E suaa maestà anche per questo infatti poi, perse letteralmente la testa.
Ma non è solo questo, deve esserci dell’altro. E per due motivi.
Uno, perché Trapani è stata peggio di così. Anche se a questo si potrebbe facilmente obiettare che, se doveva andar peggio, tanto valeva tenersi il commissariamento e, quanto meno, si risparmiavano le indennità di giunta e consiglieri comunali.
In secondo luogo, perché quando ci ritroviamo a sentire la pioggia di giustificazioni che danno gli amministratori, dentro di noi ne veniamo quasi convinti. O sono molto bravi loro ad arruffarci i pensieri, o forse non ne siamo convinti noi fino in fondo.
No, non sono solo le strade sporche e gli sversamenti in mare ed i quartieri come il Bronx, che reinterpretano il senso di “verde pubblico” in savana incolta (a proposito di Mufasa, Rafiki, Timon e Pumbaa).
In buona sostanza, la sensazione che abbiamo e che, a chi ci amministra – maggioranza o opposizione che sia – di noi non gliene fotte niente. Che siamo per loro solo voti e non volti, al netto delle schermaglie e delle dichiarazioni d’amore.
Perchè il cittadino non si sente ascoltato: e no, non basta essere rintracciabili su whatsapp sine die, quella è “la politica della lampadina”, con cui la percezione del diritto si è tramutata in quella del favore.
Invece, occorre costruire un rapporto di fiducia e di stimolo critico fra coloro che si riconoscono nella vocazione al servizio politico e la comunità nel suo insieme. E, diciamocelo, non è che il sindaco faccia venir voglia di andarci a prendere un caffè insieme. Che poi, manco sarebbe nel suo ruolo.
Quella disaffezione però, quella spigolosità e quell’irraggiungibilità, sono il motivo vero per cui si tende a prestare ascolto a chi, con simpatia e fare istrionico, fa i video sui social, scrive post populisti che parlano a quella disaffezione. Sono il motivo per cui vogliamo fidarci di chi ci fa credere che basta volere che la cioccolata ed anche tanta altra roba dello stesso colore, diventi oro solo toccandola. Anche se poi, magari, si tramuta in altro.
É proprio come nel racconto Disney del “Re Leone”, in cui Scar solletica gli appetiti delle iene e l’arroganza del piccolo Simba, conducendolo verso le terre delle ombre.
Ma poi, d’un tratto, il Leone ricomincia a ruggire. Forte.
Il lunghissimo documento prodotto ieri dalla maggioranza e dalla giunta è il primo ruggito.
Al netto dell’elenco del libro dei sogni, sta dicendo due cose: che è disposta a tornare a parlare con i cittadini, riconoscendo i propri errori e le proprie falle. La maggioranza insomma, si sta contando e sta mettendo i numeri sul tavolo.
14 contro 10, compresa l’indipendente rientrata tra le fila. A costo di andare avanti in prosecusione di seduta per i prossimi due anni almeno. E tra questi numeri, anzi sopra a tutti, c’è “Trapani Tua”, i turaniani. E quindi Turano.
Sta mettendo in chiaro che loro sono la maggioranza, hanno un programma, hanno delle cose da fare, al momento hanno un capo politico e, presumibilmente, stanno già discutendo sul prossimo.
Cosa c’è dall’altro lato? Sono loro stessi a rispondere.
Con la politica della “zia Cuncettina”, quella dell’ “abbiamo sentito dire”, “siamo certi che”, “vedrete che tradiranno”. Una politica basata sul sospetto, sul tentare di spaccare un fronte che, al momento è granitico. Basata, anche loro come gli altri, sulla retorica del bene comune. Che fuori dai social, dai video sponsorizzati, funziona molto meno.
Le strade sono malridotte, che novità. Manca acqua e autobotti, che acume. C’è l’emergenza ambientale, manco il generale Bernacca.
Sono 10 contro 14, compresi i due fuoriusciti dalla maggioranza. Non hanno un programma perché non sono loro ad amministrare, ma nemmeno una visione. Non sono un gruppo politico, ma solo “tecnico”, per loro stessa ammissione. Non hanno un leader, perché non hanno una coalizione compatta. Qualcuno ha un capo, qualcun altro vorrebbe essere il nuovo capo e qualcun altro ancora spererebbe in ridiscese in campo. E quindi attaccano, sbagliando obiettivo e pure mira.
Perchè la distruzione di Tranchida non è la soluzione né ai problemi della città né tantomeno ai loro.
Anche perché il leone è ferito, ma non è morto.
Ci chiediamo, in questa metafora Disneyana chi mai potrà impersonare il piccolo, inesperto ed all’apparenza amabile Simba?
















