È inutile negarlo: io sono quello dell’ultimo minuto.
Quello che, facendo calcoli precisissimi, quando ci sono adempimenti tassativi, si affida ai proverbi.
Il mio preferito è una versione personale, ormai consolidata:
“Mai rimandare a domani quello che puoi fare dopodomani”.
Così, da sempre, il 31 dicembre lo passo in ufficio, a completare scadenze che non ammettono distrazioni.
Perché mentre c’è chi racconta in pubblico favole di sindaci cattivi, giornalisti ostili e Federazioni che complottano contro di lui, esiste anche chi, come me, per non far saltare un pagamento di un solo giorno, alle 19 del 31 dicembre è ancora davanti a un computer.
Qualcuno potrebbe dire: ma perché non ci pensavi ieri?
Ed è qui che entra in vigore il proverbio riadattato…
Che c’entra tutto questo con il grande inganno?
A Capodanno i pensieri non arrivano di colpo.
Arrivano piano.
Si denaturano lentamente, come le proteine del tuorlo d’uovo a 62 gradi.
Senza rumore, ma in modo irreversibile.
Alle 19 del 31 dicembre scopro di avere ospiti a cena.
Non è solo una questione di cucinare. È che bisogna inventare il menu. E, dettaglio non secondario, fare la spesa.
Salgo sulla Smart e inizia il pellegrinaggio. Supermercati uno dopo l’altro, tutti inesorabilmente chiusi. L’ultimo ha le luci accese e persone dentro, ma alle porte fanno solo uscire.
Resa.
Rientro a casa con un chilo di sfinci, mezzo chilo di sfoglini e una torta semifreddo ai tre cioccolati. Il post cena è salvo. La cena no.
Sconsolato e leggermente incazzato con mia moglie, che solo alle 18.30 mi ha comunicato l’invito, apro il frigo.
Dentro solo formaggi reduci dal pranzo di Natale, ancora sottovuoto.
Morale, nasce il menu.
Fonduta alla valdostana con soldatini di pane tostato in friggitrice ad aria.
Bigoli cacio e pepe.
Salame artigianale, lenticchie a profusione (c’è da recuperare un 2025 che si annuncia ricco di contenziosi, anche con il cittadino onorario) e purè di patate. Poi sfinci, sfoglini e semifreddo ai tre cioccolati.
Mentre preparo le fondute, ricordando che nella valdostana i tuorli non possono superare gli 80 gradi e che nella cacio e pepe oltre i 65 il formaggio straccia, realizzo una cosa.
Io non sono un cuoco.
Sono un alchimista dietro i fornelli.
Nota positiva: il commensale arriva in ritardo, alle 21.50.
Quel ritardo mi salva.
Nel frattempo torno al computer e completo una pratica vitale.
Entro il 31 dicembre andava comunicata la PEC personale dell’amministratore alla Camera di Commercio.
La ricevuta di protocollo arriva alle 23.47 (ho sprecato tredici minuti… ).
Inizia la cena.
Fonduta valdostana con kit inaugurato per l’occasione.
Poi variazioni sul tema.
Purè con fonduta.
Sfinci con fonduta.
Accoppiata nata per scherzo ma sorprendentemente riuscita.
I bigoli cacio e pepe sono una rivisitazione romagnola.
Parmigiano 48 mesi al posto del pecorino, sciolto con pazienza a temperatura controllata, pepe in grani tostato e macinato al momento.
Un successone.
Lenticchie a profusione, (alla luce delle previsioni di spesa del 2026). Ricetta segreta della moglie.
Poi l’azzardo finale… Sfincia con salame e fonduta di parmigiano (in foto). Da non ripetere… Mai più!
Alle 23.55 altra capatina al computer, poi finalmente Capodanno.
TV accesa.
Malgiogliolive…
Bottiglia sincronizzata sulla mezzanotte.
Lo spumante annaffia le sfinci nella loro terza versione evolutiva.
Sfinci ammugghiate nello spumante.
Nel tentativo disperato di salvarle lancio il tovagliolo rosso sul vassoio.
Risultato: assorbe lo spumante e tutto l’olio di frittura.
So già che mi aspetta la decapitazione da parte della regina delle pulizie per il mio ‘‘olio su tela’’.
Fuochi d’artificio.
Sosta sul divano.
Sei ore senza telefono.
Un lusso!
E il risveglio.
Accendo il telefono e scopro che, mentre io combattevo con fondute e protocolli, la città aveva trovato la sua notizia di Capodanno.
L’unica.
Il sindaco e la giunta si “sarebbero aumentati” lo stipendio.
Ovunque la stessa indignazione.
Stessi post.
Stesse parole.
Stessa rabbia.
E qui, spento l’effetto dello spumante, subentra la lucidità.
Perché le cifre, guardate bene, sono le stesse di prima.
Perché ad ottobre, in previsione del mancato contributo regionale, era stata deliberata una riduzione degli emolumenti. E ora quei valori sono stati ripristinati, subordinandoli all’arrivo del contributo stesso.
Non un aumento.
Un ripristino condizionato.
Ma questa distinzione non interessa a nessuno.
Per mesi l’opposizione ha cavalcato l’ombra del grande inquisitore.
Ha affiancato un progetto politico costruito sulla promessa di smascherare tutto.
Ha sperato nella spallata finale.
Poi il castello ha iniziato a crollare.
Un deferimento biennale.
Una squadra che oggi non si sa nemmeno se giocherà la prossima partita.
Un bluff che rischia di essere smascherato.
E invece del mea culpa, invece delle scuse per aver trascinato tifosi sotto il Consiglio comunale, si sceglie la strada più vecchia del mondo.
La distrazione di massa.
Si racconta che mentre la città ha problemi seri, acqua, crisi idrica, Cimitero, servizi, la giunta pensa agli stipendi.
È una narrazione perfetta.
Semplice.
Emotiva.
E soprattutto cliccabile.
Amplificata da chi fa business con l’indignazione e non con i contenuti.
Il problema vero, però, non è se un assessore prende cinquecento euro in più o in meno al mese.
Il problema vero è che gli assessori non vengono scelti per competenza, ma per equilibrio politico.
Per incastri.
Per Cencelli.
Io mi indignerei molto di più se vai a fare la carta d’identità al Comune e non c’è il POS per pagare… In quel caso, qualsiasi indennità sarebbe troppa.
Il grande inganno non sono gli stipendi.
È lo spostamento dell’attenzione.
È l’illusione collettiva.
Ed è così che ci si sveglia il primo gennaio.
Buon 2026 a tutti.

















