Ci sono fotografi che documentano gli eventi e altri che scelgono di raccontare ciò che spesso resta ai margini dello sguardo.
Francesco Bellina appartiene a questa seconda categoria. Nato a Trapani, oggi vive tra Palermo e l’Africa e da anni dedica il proprio lavoro al racconto delle migrazioni, delle condizioni di vita dei migranti e delle profonde trasformazioni sociali che attraversano il continente africano e il Mediterraneo.
I suoi reportage sono stati esposti in Italia e all’estero e hanno trovato spazio anche in importanti produzioni internazionali. Tra queste figura un documentario di Al Jazeera UK nel quale Bellina è tra i protagonisti e racconta il proprio lavoro sul campo, maturato attraverso anni di viaggi, incontri e progetti dedicati ai fenomeni migratori.
La sua ricerca non si è limitata ai luoghi di partenza o di approdo dei migranti. Bellina ha seguito le rotte africane, ha documentato le conseguenze dei conflitti, dello sfruttamento e dei cambiamenti sociali e climatici che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra. Ha preso parte anche alle missioni della nave della ONG Mediterranea Saving Humans, continuando a raccontare il Mediterraneo come luogo di speranza e, troppo spesso, di tragedia.
Per chi fa informazione a Trapani, il nome di Bellina richiama inevitabilmente gli anni degli sbarchi nel porto cittadino. Volti stanchi, mani tese, storie di dolore e di speranza che hanno segnato tante stagioni della mia attività di cronista. Trapani è stata per anni uno dei principali punti di approdo dei migranti, sede di hotspot e oggi di un Centro di Permanenza per i Rimpatri, diventando un osservatorio privilegiato di un fenomeno destinato a cambiare il volto del Mediterraneo.
È proprio da quella stagione che Bellina ha mosso i suoi primi passi professionali, scegliendo di continuare a seguire un tema che molti hanno smesso di osservare quando è uscito dalle prime pagine. Un percorso fatto di lunghi soggiorni in Africa, di reportage nei luoghi meno raccontati e di un lavoro che non cerca l’immagine spettacolare, ma la profondità delle storie.
Da giornalista che ha avuto modo di vedere nascere il suo percorso professionale a Trapani – dove quegli sbarchi, quei volti e quelle vicende li ho raccontati giorno dopo giorno quando per altri erano diventati solo numeri di una contabilità poco interessante – non posso che riconoscere il valore della sua scelta: continuare a occuparsi delle migrazioni senza fermarsi alla superficie, senza cedere alla semplificazione e senza avere paura di scavare sempre più a fondo.
Quello che colpisce del lavoro di Bellina è proprio la capacità – direi la caparbietà – di non sfuggire all’inevitabile dolore che accompagna queste storie. Attraverso il suo obiettivo restituisce immagini che non cercano compassione, ma consapevolezza. Fotografie che non offrono risposte facili, ma pongono domande e interrogano le coscienze di chi le osserva. È questo, probabilmente, il tratto più autentico del suo lavoro: trasformare il fotogiornalismo in uno strumento di conoscenza, capace di dare un volto e una dignità a chi troppo spesso resta invisibile.
















