Siamo in California, in un grande tribunale. Legno scuro alle pareti, il giudice domina l’aula dalla sua postazione, gli avvocati ai rispettivi tavoli, l’imputato immobile accanto al proprio difensore. Fuori dal tribunale ci sono televisioni, giornalisti e fotografi.
Ma ormai non è necessario essere lì per assistere al processo. Da settimane le udienze vengono trasmesse in diretta streaming e il caso è diventato un evento nazionale. Milioni di persone seguono il processo attaccate allo schermo, discutono ogni testimonianza, ogni obiezione, ogni movimento degli avvocati. Adesso è arrivato il momento decisivo. La giuria deve pronunciarsi sulla richiesta più estrema possibile.
La pena capitale
Anche in questo momento le telecamere sono accese. Milioni di persone aspettano di conoscere il verdetto. Perché quella decisione venga assunta occorrono dodici voti favorevoli. Non undici, non una maggioranza: dodici sì. I componenti chiamati a decidere sono però più numerosi. Alcuni sono contrari, altri sembrano favorevoli, altri ancora non intendono assumere una posizione. La decisione sarà presa con voto segreto. Una scheda, una cabina, un’urna. Nessuno potrà sapere quale scheda appartenga a quale giurato.
Eppure i numeri sembrano esserci.
Dodici. Esattamente i dodici necessari
Hanno ascoltato gli avvocati, conoscono le obiezioni, hanno davanti anche elementi che potrebbero suggerire prudenza, ma la posizione sembra granitica. E soprattutto ognuno possiede una certezza rassicurante: nessuno saprà come ho votato. Poi succede qualcosa. Un giurato si alza: «Vostro Onore, io mi astengo». Non ritira la scheda e la sua astensione diventa pubblica. Si alza un’altra persona: «Anch’io mi astengo». Poi un’altra e un’altra ancora. Uno dopo l’altro, coloro che non intendono partecipare dichiarano pubblicamente la propria astensione e non ritirano la scheda. E lo fanno davanti alle telecamere. Milioni di persone vedono chi si astiene. Nella mia immaginazione, l’avvocato della difesa smette improvvisamente di prendere appunti. Alza gli occhi, guarda la giuria e conta.
Poi riconta. Dodici. Sono rimasti esattamente dodici votanti. E per infliggere la pena capitale servono esattamente dodici sì.
Formalmente non è cambiato nulla. Il voto è ancora segreto e le schede sono anonime. Ma le telecamere che avrebbero dovuto mostrare soltanto un voto segreto hanno appena mostrato al mondo chi non voterà. E, per sottrazione, hanno mostrato anche chi voterà. Se dall’urna uscissero dodici sì, nessuno potrebbe attribuire materialmente una determinata scheda a un determinato giurato. Ma tutti saprebbero che ciascuno dei dodici ha votato sì.
La scheda resterebbe segreta. La scelta, no
Ed è qui che il processo diventa, almeno nella mia testa, un esperimento di psicologia sociale. Non sono cambiate le persone, non sono cambiati gli elementi sui quali devono decidere e non è cambiata la procedura. È cambiata una sola cosa: la percezione della responsabilità personale. Prima ciascuno poteva pensare: «Nessuno saprà cosa ho votato». Adesso sa: «Se saremo tutti favorevoli, tutti sapranno che anch’io ho votato sì». Il giudice ordina di procedere. I dodici entrano uno dopo l’altro nella cabina e le schede finiscono nell’urna. Comincia lo spoglio.
Sì. Sì. Ancora sì. Otto, nove, dieci, undici. Rimane una scheda… Se contiene il dodicesimo sì, la pena capitale viene approvata. E milioni di persone davanti agli schermi sapranno, per semplice conseguenza matematica, come hanno votato tutti e dodici. Il cancelliere prende l’ultima scheda. La apre. Bianca. Undici sì e una scheda bianca. La pena capitale non passa.
Ed è qui che nasce la domanda interessante. Non chi. Perché?
Uno dei dodici aveva sempre avuto dubbi? Ha cambiato idea? È intervenuto un problema di coscienza? Oppure, quando ha capito che il proprio voto non sarebbe più scomparso completamente nell’anonimato del gruppo, ha percepito diversamente il peso della propria decisione?
Non possiamo saperlo. Un singolo episodio non dimostrerebbe alcuna teoria. Ma uno psicologo probabilmente annoterebbe una circostanza interessante: quando è cambiata la percezione della responsabilità individuale, almeno uno dei dodici ha compiuto una scelta diversa da quella che il risultato unanime avrebbe richiesto.
Potrei chiudere qui la storia. L’avvocato che esce dal tribunale, i giornalisti che gli corrono incontro, le telecamere. Una scena che probabilmente nasce dai troppi romanzi di John Grisham che ho letto, li ho praticamente tutti, e che hanno evidentemente lasciato qualche conseguenza sulla mia immaginazione.
Solo che c’è un problema. Questa storia me la sono inventata.
E John Grisham, ovviamente, non c’entra assolutamente niente. Eppure undici sì e una scheda bianca esistono davvero. Cambiamo scenografia. Togliamo il tribunale, il giudice, l’imputato e la pena capitale. Spostiamoci di circa diecimila chilometri.
Trapani. Palazzo Cavarretta. Consiglio comunale. Al posto dei giurati mettiamo i consiglieri comunali. Al posto della pena capitale, naturalmente soltanto nel parallelismo del nostro esperimento, mettiamo la decadenza di un consigliere. Prima di votare sulla decadenza di Marzia Patti, il Consiglio deve decidere se utilizzare il voto palese o quello segreto.
Viene scelto il voto segreto: 12 favorevoli, 7 contrari, 3 astenuti. Poi arriva la votazione sulla decadenza. I consiglieri che intendono astenersi dichiarano pubblicamente la propria astensione e non ritirano la scheda. E anche qui ci sono le telecamere. La seduta viene trasmessa in streaming.
Le astensioni, quindi, non sono soltanto palesi dentro l’Aula: sono visibili a chiunque stia seguendo la seduta. Alla votazione rimangono così dodici consiglieri. E per approvare la decadenza occorrono dodici voti favorevoli. Il cortocircuito è esattamente quello del nostro immaginario tribunale californiano. Il voto rimane formalmente segreto, ma un eventuale dodici a zero renderebbe inevitabilmente conoscibile la scelta di tutti i dodici votanti.
La scheda sarebbe rimasta segreta. La scelta, no.
Si apre l’urna. Undici voti favorevoli e una scheda bianca.
La decadenza non passa. Da questo momento finiscono nuovamente i fatti e cominciano le domande. Non sappiamo chi abbia votato quella scheda bianca e non sappiamo perché. Potrebbe aver avuto dubbi fin dall’inizio, aver maturato un ripensamento politico o giuridico o aver deciso da tempo di votare bianca. Né possiamo sostenere che un voto favorevole avrebbe automaticamente determinato responsabilità personali o contabili: quelle, eventualmente, devono essere accertate nelle sedi competenti.
Ma la coincidenza resta interessante. Un gruppo che sembrava poter esprimere dodici voti favorevoli arriva al momento in cui un eventuale dodici a zero renderebbe riconoscibile la posizione di ciascun votante. E i dodici diventano undici.
Coincidenza? Dubbio? Coscienza? Ripensamento? Timore delle conseguenze? Non lo sappiamo.
Se fossimo davvero in un laboratorio di psicologia sociale, probabilmente sarebbe proprio quella scheda bianca l’oggetto dello studio. Perché le altre undici ci raccontano una decisione. Quella bianca ci lascia una domanda: perché?
Lunedì, forse, avremo il secondo esperimento. Vedremo cosa accadrà quando il Consiglio tornerà a confrontarsi con un’altra decadenza e se si ripresenteranno condizioni analoghe.
Personalmente, però, dopo undici mesi devo confessare che la mia curiosità scientifica è abbondantemente soddisfatta. Sono undici mesi che Trapani assiste alla vicenda delle decadenze: procedure, interpretazioni, pareri, rinvii, contestazioni, strategie, votazioni e colpi di scena. Un gigantesco gioco di ruolo istituzionale mentre fuori da Palazzo Cavarretta esiste una città vera, con problemi veri e cittadini che avrebbero forse qualche diritto di vedere la stessa energia e la stessa ostinazione dedicate anche a quelli.
Quindi lunedì, se dobbiamo assistere al secondo esperimento, almeno risparmiateci il teatrino. Le posizioni le conosciamo, gli argomenti li abbiamo ascoltati, i pareri sono stati prodotti. Adesso votate. Ognuno si assuma, nelle forme previste dalla legge e dal regolamento, la responsabilità della propria scelta. E poi, possibilmente, torniamo ad amministrare Trapani.
Perché John Grisham sarà pure il mio autore preferito, ma persino io dopo undici mesi comincio ad averne abbastanza di questo legal thriller.
Ormai il riferimento culturale che mi viene in mente è un altro: Fantozzi e l’interminabile dibattito aziendale sulla Corazzata Kotiomkin. Anche lì bisognava discutere, analizzare, interpretare, approfondire e soprattutto continuare a parlarne. Finché Fantozzi decise di assumersi personalmente la responsabilità di dire ciò che pensava. Dopo undici mesi credo di potermela assumere anch’io. Ho letto gli atti, seguito le sedute, ascoltato le ragioni degli uni e degli altri e cercato di capire regolamenti, procedure, interpretazioni e pareri.
Il mio personalissimo giudizio editoriale, quindi, è ormai maturato.
Le decadenze? Per me sono una cagata pazzesca.
Novantadue minuti di applausi? No, grazie.
Lunedì votate. E poi, per favore, torniamo a parlare di Trapani.
















