Una donna sola sulla scena e, attraverso il suo corpo, un’intera società chiamata a parlare, accusare, giudicare, tacere e infine fare i conti con le proprie responsabilità.
Debutta a San Vito Lo Capo “I dodici apostoli”, il monologo teatrale interpretato da Giovanna Scarcella, con testo e regia di Giacomo Bonagiuso, ispirato alla storia di Franca Viola e alla ribellione che nella Sicilia degli anni Sessanta trasformò il rifiuto di una giovane donna in un gesto destinato a lasciare un segno nella storia del Paese. Lo spettacolo andrà in scena venerdì 11 settembre nel giardino di Palazzo La Porta alle 21.15.
Al centro dell’opera ci sono la violenza, il silenzio sociale e, soprattutto, la conquista della libertà. La struttura scelta è quella di un monologo polifonico: pur essendoci una sola attrice sul palcoscenico, Scarcella attraversa personaggi, identità e prospettive differenti, dando voce alla vittima e al carnefice, alla famiglia, alla comunità e alla legge. La vicenda personale assume così una dimensione collettiva e il corpo dell’interprete diventa il luogo nel quale convivono e si scontrano le diverse anime di un mondo regolato dal peso dell’onore, delle convenzioni e del possesso.
Fin dal prologo la rappresentazione ricorre a un’immagine fortemente simbolica: Franca carteggia un’icona sacra, quasi volesse liberarla dalla polvere accumulata nel tempo. Quel gesto diventa metafora della necessità di rimuovere le incrostazioni della tradizione e della violenza. Il racconto procede in maniera frammentata e poetica fino a fare emergere il trauma dell’irruzione di dodici uomini, gli “apostoli” evocati dal titolo, che devastano la casa, brutalizzano la famiglia e rapiscono la ragazza.
Da quel momento prende forma un teatro fondato sulla metamorfosi. L’unica interprete passa da una voce all’altra e ricostruisce un sistema sociale prima ancora che una successione di avvenimenti. Filippo, il rapitore, incarna una mentalità patriarcale e arcaica nella quale la violenza viene deformata fino a essere considerata espressione di possesso e di “onore”; la madre porta sulla scena l’orrore dell’assalto e l’impotenza della famiglia; il padre sceglie invece di sostenere la figlia anche a costo di sfidare l’isolamento sociale. Poi c’è la piazza, trasformata in un coro contraddittorio e aggressivo: è la comunità che osserva, giudica e pretende il matrimonio riparatore, la cosiddetta “paciata”, facendo emergere il peso esercitato dalle convenzioni sulla libertà individuale. Infine arrivano le voci del processo, nel quale tradizione e giustizia entrano apertamente in conflitto.
È però nella trasformazione della protagonista che si trova il cuore dell’opera. Franca smette di essere raccontata solo attraverso la violenza subita e conquista progressivamente la propria voce. Respinge l’idea di essere una donna “rovinata”, rifiuta il matrimonio riparatore e rivendica una libertà che nel testo viene associata all’acqua, elemento impossibile da possedere. Il suo “no” spezza così il meccanismo culturale che lega l’onore della famiglia al corpo femminile e che vorrebbe trasformare il matrimonio con l’aggressore nella soluzione alla violenza.
Il processo rappresenta il punto di collisione tra queste due concezioni. La condanna dei responsabili costituisce una vittoria sul piano giudiziario, ma non cancella l’emarginazione sociale: anche dopo la sentenza, Franca continua a pagare il prezzo della propria ribellione. Nel quadro finale ritorna allora il gesto compiuto all’inizio. L’icona è stata simbolicamente ripulita e con essa vengono rimossi la polvere del silenzio e il peso della vergogna imposta alla vittima. La ribellione individuale si apre, in questo modo, ad un significato più ampio, mentre l’epilogo restituisce la parola a Filippo, incapace, tra rimorso, delirio e autoillusione, di comprendere fino in fondo quanto accaduto mentre il sistema culturale che ne aveva sostenuto le convinzioni comincia a crollare.
La scelta di concentrare tutte le presenze in un’unica attrice rafforza la dimensione simbolica della messinscena: vittima e carnefice, famiglia e paese, condanna sociale e giustizia condividono lo stesso spazio teatrale. Il palcoscenico diventa così luogo di memoria, denuncia e rinascita, nel quale il pubblico è chiamato a confrontarsi non soltanto con una violenza individuale, ma con il contesto che l’ha resa possibile e con le conseguenze di chi ha avuto il coraggio di opporvisi.
Il riferimento storico è alla scelta compiuta da Franca Viola nel 1966, quando rifiutò di sposare l’uomo che l’aveva rapita e violentata. Diciassettenne, denunciò il proprio aggressore opponendosi a una concezione secondo la quale sarebbe spettato alla vittima recuperare attraverso le nozze un “onore” che la violenza le avrebbe sottratto. Il processo si celebrò a Trapani nel dicembre dello stesso anno, undici mesi dopo il rapimento.
A distanza di molti decenni, il teatro raccoglie quel gesto e lo trasforma in racconto contemporaneo, affidando a una sola interprete il compito di far risuonare tutte le voci di una storia nella quale la conquista della libertà passa prima di tutto dal rifiuto del silenzio.

















