F-35 volano su Trapani, ma la città resta a terra

La questione della scuola di addestramento per gli F-35 presso l’aeroporto militare di Birgi (già sede del 37° Stormo dell’Aeronautica militare, n.d.r.), “rischia di trasformare Trapani in Fort Apache”.

Così il sindaco, Giacomo Tranchida, commenta la notizia dell’assegnazione a Trapani-Birgi delcui polo internazionale di addestramento per gli F-35, nel cui contesto la decisione del Ministero della Difesa di dichiarare “zona rossa” l’area dell’ex aeroporto di Milo, oggi, suggerisce un riasseto militare del territorio che desta non poche preoccupazioni nell’Amministrazione comunale.

La Sicilia è porta d’Europa e avamposto statunitense e della Nato per la sua posizione cruciale nel Mediterraneo. Da Sigonella, dove nei giorni scorsi ha fatto scalo tecnico un KC-130H israeliano per 3 ore e 35 minuti, a Punta Bianca ad Agrigento, a Niscemi dove il Muos fornisce intelligence, guida i droni e i bombardamenti delle forze Usa e dei loro alleati. A Lampedusa, dove sono stati installati nuovi radar. Ora anche Trapani.

Secondo Tranchida, la scuola di addestramento per i caccia F-35, se da un lato porta investimenti e promesse di crescita economica, con la necessità di diventare punto di snodo logistico militare, dall’altro rischia di sacrificare il processo di antropizzazione e di sviluppo culturale e sociale.

L’economia locale tutta, rischia di doversi piegare ed adeguare a logiche militari, abdicando la propria autonomia ed i progetti di sviluppo locali, anche imprenditoriali, in favore di una “industria della difesa”, indirizzando le proprie risorse non per una riqualificazione culturale dei territori in termini sociali, ma militari.

Ad iniziare dalla compromissione dello sviluppo turistico del nostro territorio che passa dall’aeroporto di Birgi dove il traffico aereo civile sarebbe inevitabilmente modificato e condizionato.
“Quest’ultimo doveva essere inserito dentro un hub aeroportuale che comprendesse Palermo, Birgi, Trapani, Pantelleria, Favignana e Lampedusa”, dice Tranchida, “in modo tale da contenere anche il condizionamento delle compagnie low cost cambiandone anche la logica del potere contrattuale”.
Per Giacomo Tranchida c’è una questione etica e politica scolpita nella pietra: Noi siamo e tifiamo per la pace”.

Il potenziamento di investimenti militari in Sicilia, però, lo preoccupa non poco: “Tra questi progetti, evidentemente, rientra l’area dell’ex aeroporto di Milo dove avevamo in progetto di costruire l’interporto e dove il signor Antonini voleva fare la Cittadella dello sport, blocca tutti i processi di urbanizzazione” dice Tranchida. “Ora anche quest’altra operazione relativa alla scuola di addestramento per i caccia F-35. Speriamo che la prossima mossa non sia confermare Fulgatore, Calatafimi e Segesta come sedi per i depositi dei rifiuti nucleari italiani”.

Ma quali poteri ha il sindaco di una piccola città di provincia, in una progettualità militare che investe anche la NATO?
“Un sindaco non ha nessuno strumento dal punto di vista giuridico, può ricorrere solo a strumenti politici – dice Tranchida – per esempio una bella piazza. Ma una piazza per cose serie, non per difendere gli interessi di qualcuno come quella di ieri mattina, che poco ha a che fare con lo sport o con gli interessi privati, perché lo Sport è tutelato”.

Il sindaco non pensa ad una manifestazione di piazza che interessi solo la città , ma ad un evento che coinvolga tutta la provincia: “Il tema l’ho sottoposto anche ai miei colleghi sindaci, credo che ci voglia una piazza importante, ma penso anche che bisogna tenere gli occhi aperti e fare attenzione sia a livello regionale che nazionale”.

Diventa quindi difficile coniugare le esigenze militari – che il panorama internazionale impone così come, naturaliter, il nostro territorio che a Birgi ha una base NATO – con le istanze civili e fare in modo che le prime diventino risorsa e non, metaforicamente, un dazio: “Quello che sta accadendo è un fatto serio e vanno adottate misure compensative per quei comuni che essendo Presidio, subiranno cali, flussi turistici – risponde Tranchida – dunque il Governo nazionale deve mettere a disposizione risorse per incrementare il PIL.
La prima cosa potrebbe essere costituire l’hub aeroportuale per la Sicilia Occidentale, normalizzando i rapporti con Ryanair, ad esempio. Ancora, la defiscalizzazione, per esempio, in favore delle strutture turistiche ricettive che avranno problemi col calo dei flussi, legato alla militarizzazione della zona”.

Solo qualche idea, parole in libertà, in una giornata in cui il sindaco di Trapani ci dice si stia occupando, in modo particolare, dei progetti FUA (Aree Urbane Funzionali, n.d.r.), questo nuovo contenitore di finanziamenti da 22 a 27 milioni di euro per la mobilità sostenibile.

“Sono queste cose un po’ più serie che preoccupano un amministratore pubblico, che preoccupano un sindaco del capoluogo”. Con una stoccata finale che rimanda alla manifestazione promossa dal movimento Futuro nella mattinata di ieri.

Le manifestazioni di protesta per un diritto, quelle riuscite per lo meno, non sono moltissime nella storia siciliana: la più grande, imponente e sentita fu la “marcia della speranza”, promossa da Danilo Dolci.

Poi il 7 ottobre 1981, la manifestazione di oltre 30mila persone contro l’installazione degli euromissili nucleari Cruise nella base militare di Comiso; pochi giorni fa, a Catania un corteo di 15mila persone, a sostegno del Global Movement to Gaza e della Global Sumud Flotilla, cosa che non accadeva dal conflitto in Iraq.

Il punto è: chi dovrebbe creare coscienza critica nella cittadinanza? Una volta, questo compito ingrato era assunto dai partiti, dai sindacati, dalle associazioni. Ed in alcuni territori ancora oggi è così.
Probabilmente, questo testimone toccherebbe, anche per cultura politica, al PD e al M5S, considerato che il centro destra rappresenta le politiche nazionali sui territori.

Ma a Trapani i partiti hanno sempre stentato a radicarsi ed avviare dialoghi coi territori, la città per sua natura ha sempre preferito il “culto degli eroi”. E gli eroi, di solito, non mostrano grande interesse per temi che non riguardino loro stessi.

Le manifestazioni di massa hanno rappresentato nel Novecento un momento fondamentale per lo sviluppo della democrazia e lo sono anche adesso, basta non confondere “l’agorà” con le piazzate dei social.

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