Due anni sono passati dall’uccisione di Marisa Leo, la giovane donna che viveva a Marsala assassinata dall’ex compagno.
Due anni che non cancellano la ferita di un femminicidio che resta inciso nella memoria collettiva e che ci impone di non dimenticare. Non basta più lo sgomento di allora, né il cordoglio che si rinnova nelle commemorazioni: serve un impegno costante, che trasformi il dolore in coscienza e responsabilità civile.
Subito dopo quella tragedia scrissi parole che oggi, purtroppo, suonano ancora attuali.
«No, non ho cercato né pubblicherò alcuna foto della giovane donna uccisa dal suo ex nel Trapanese.
Dobbiamo imparare a riflettere sui fatti, senza la facile scorciatoia dello sconcio voyeurismo del dolore che ormai imperversa e che domani metterà da parte questa storia per qualcos’altro.
Non ho bisogno – e spero non lo abbiate neppure voi, amici – di osservare un sorriso, ormai spento, per comprendere quanto sia grave ciò che è accaduto, quanto ciò interroghi le coscienze di tutti e chieda che tutta la parte sana della nostra società si impegni per cambiare modi di pensare e di relazionarsi che sono palesemente malati e mortiferi.
Troppo facile cavalcare il pur comprensibile e giusto sgomento, l’orrore che ci assale oggi di fronte all’ennesima donna vittima di femminicidio. Però vorrei che la si smettesse con lo sterile ritornello delle “condanne certe” e del carcere (giusta punizione) come LA soluzione a questo male. Non è lì che lavori in termini di PREVENZIONE vera e di cultura del RISPETTO! Si comprende?
La deterrenza nei confronti dell’uomo che picchia, sfregia, violenta, ammazza la moglie, la fidanzata, l’ex che non lo vogliono più non si basa sull’idea “non lo faccio perché altrimenti finisco in carcere per anni e anni”. Non ci pensano, sono accecati e governati da pulsioni e concezioni che devono essere imbrigliate e neutralizzate in altro modo. PRIMA. Come nel caso dello stupro, per fare un altro esempio.
Fino a quando non si comprenderà – e si agirà di conseguenza – che bisogna andare a monte nel modellare una mentalità e un’educazione nel mondo maschile, ma anche in quello femminile, che non porti a queste tragedie, non otterremo risultati.
Questa è l’ennesima attestazione – anche nei nostri territori – della incapacità, da parte di molti uomini, di governare le inevitabili frustrazioni, le delusioni della propria vita in maniera composta e corretta. Sempre di patriarcato e di maschilismo si tratta, non dimenticatelo».
Oggi, a due anni di distanza, quelle righe restano un monito. Non possiamo accontentarci di ricordare Marisa Leo con un post sui social. Non possiamo ridurre il femminicidio a cronaca nera o a una sequenza di numeri. È un problema culturale, strutturale, che chiama in causa l’educazione sentimentale, la parità tra i generi, la capacità di insegnare ai ragazzi – e alle ragazze – che amare non significa possedere, che la frustrazione non legittima la violenza.
Ogni donna uccisa non è un destino inevitabile, ma il fallimento di una società che non ha saputo prevenire, ascoltare, intervenire per tempo. La giustizia arriva dopo, ma è prima che bisogna agire: a scuola, in famiglia, nei luoghi di lavoro, nei linguaggi che usiamo ogni giorno.
Marisa non c’è più, ma la sua storia ci costringe a guardare in faccia la responsabilità di tutti. Ricordarla significa non girarsi dall’altra parte, significa lavorare – ciascuno nel proprio ruolo – per una cultura nuova, libera da patriarcato e maschilismo. Solo così, davvero, potremo fermare questa barbarie.
















