A soli 16 anni ha già qualcosa che non si impara, una dote innata: uno sguardo attento e sensibile.
Quello capace di fermarsi, osservare e trasformare una storia in racconto.
Si chiama Salvatore Russo, è di Erice, e il cinema per lui non è solo passione, ma un modo per dare voce a ciò che spesso resta invisibile, a quei dettagli che cattura con grande abilità e attenzione. Lo fa attraverso immagini, silenzi e suoni che parlano da soli.
Il suo nuovo lavoro si intitola “MANI”, un docufilm presentato a Trapani, ieri domenica 26 aprile, nella sede dell’Unione Maestranze. Un progetto che affonda le radici nella memoria familiare e nella tradizione artigianale, raccontando il legame profondo tra gesti e identità.
Per il giovane ericino si tratta della prima proiezione nel capoluogo, dopo il grande successo di pubblico registrato e già replicato a Erice, dove l’opera era stata accolta con grande entusiasmo.
Dal 2020 ad oggi, nonostante la giovanissima età, Salvatore ha realizzato diversi docufilm, tutti capaci di suscitare interesse e partecipazione.
Dietro l’obiettivo, però, non c’è solo un giovane autore. C’è uno sguardo che parte dal suo amato territorio e prova a restituirlo in una forma nuova, tra cinema e racconto del reale.
La passione di Salvatore nasce in modo spontaneo, quasi inconsapevole.
«È qualcosa che hai dentro e che viene fuori dal nulla», racconta.
Non c’è stato un momento preciso, ma un gesto simbolico sì: il regalo di una videocamera da parte del padre. Da lì, il percorso ha preso forma, tra sperimentazione e desiderio di raccontare.
“MANI” è un progetto intimo, che affonda le sue radici nella storia familiare. Il docufilm nasce dal desiderio di narrare la figura del bisnonno Nino Catalano, attraverso i ricordi tramandati dal nonno Franco.
«Per la prima volta sono io che parlo», spiega Salvatore, sottolineando il carattere personale dell’opera. La voce narrante, affidata a Mauro Spitaleri, accompagna lo spettatore in un racconto fatto di memoria, semplicità e continuità tra generazioni.
Il titolo non è casuale. Le mani diventano il simbolo centrale del docufilm: strumenti di lavoro, ma anche segno di unione.
«Rappresentano l’incastro tra ceramica, porcellane e legno», racconta Salvatore. Elementi diversi, proprio come le persone che li lavorano, ma legati dalla stessa volontà di creare. Un’immagine potente che richiama il valore dell’artigianato e della tradizione, pilastri identitari di molti territori siciliani, e in particolare, della sua famiglia, che da Nino ha ereditato, estro, sensibilità e capacità del fare.
In questo senso, Erice non è solo uno sfondo, ma una presenza costante.
«È sempre nei miei lavori», afferma. Una città che diventa racconto, materia viva, simbolo di un’identità che si trasmette nel tempo.
La presentazione a Trapani, nella sede dell’Unione Maestranze, non è stata solo un evento culturale, ma anche un segnale: porta alla luce una generazione che osserva il territorio con occhi nuovi, capace di tradurre la memoria in narrazione visiva.
«Per me è una grande opportunità», dice Salvatore. «È la prima volta che porto un mio lavoro fuori dalle mura puniche».
Un passaggio simbolico, che rappresenta apertura, confronto e crescita.
E sul futuro, mantiene uno sguardo lucido e umile.
«Non mi considero un regista», ammette. «Sono un semplice ammiratore del mondo cinematografico».
Il sogno, però, è chiaro: trovare uno stile personale, una firma riconoscibile che racconti non solo storie, ma anche un modo di vedere il mondo.
A sottolineare il valore del lavoro anche il presidente dell’Unione Maestranze, Giovannello D’Aleo, che ha rivolto a Salvatore parole di apprezzamento per la dedizione e l’impegno dimostrati, incoraggiandolo a proseguire su questa strada e augurandogli di conservare sempre quello sguardo capace di cogliere la luce nelle cose.
In un territorio spesso raccontato dall’esterno, il valore di uno sguardo interno, giovane e autentico, assume un peso ancora maggiore.
“MANI” non è solo un docufilm.
È un tassello di un percorso già ricco, che continua a raccontare storie capaci di lasciare il segno.
E a confermare il talento di chi, attraverso lo sguardo, sa trasformare la realtà in racconto.
















