“Campagne elettorali” di Andrea Castellano

Il processo

1994. L’anno era cominciato sotto il segno di Berlusconi: il cavaliere era “sceso in campo”, fondato un partito di plastica e stretta un’alleanza coi post-fascisti di Alleanza Nazionale, ex Msi. Si preparava alle elezioni politiche di fine marzo con un inusuale spiegamento di forze e imponendo ai suoi un imbarazzante stile da venditori di aspirapolvere: candidati in uniforme, cravattoni, sorrisi a trentadue denti e distintivo del partito ben in mostra sul risvolto della giacca.
Anche quaggiù, nella distratta Trapani, qualcosa si muoveva: fascisti da anni in naftalina avevano assunto un atteggiamento, come dire, spavaldo. Su Monitor, valoroso settimanale, un gruppo di giornalisti e cittadini aveva preso posizione, ma il clima era insolitamente caldo, tanto che Ninni, in un bar, aveva rischiato d’essere malmenato da un paio di fascisti infastiditi dalle cose che scriveva.
Respirando questa aria frizzante, una sera mi misi comodo sul divano a gustarmi una trasmissione elettorale su Tele Scirocco. Funzionava così: i due principali candidati al Senato a fronteggiarsi (Vincenzo, eletto nel ’92 a furor di popolo cestistico, e il banchiere aristocratico, appena prescelto dai casting del bibliofilo), alle loro spalle un gruppetto di sostenitori che, a turno, poteva porgere domande al candidato avversario. Molto interessante.
Ad un certo punto della serata toccò ai supporter del candidato aristocratico porre una domanda a Vincenzo. E io feci un salto sul divano, perché mi stavano tirando in ballo. “Come fa lei a dirsi democratico e tollerante, se un paio di mesi fa, in diretta tv, ha aggredito verbalmente un giornalista?”. Questa, più o meno, la domanda. Il giornalista aggredito ero io.
Era successo questo: ai primi di gennaio la Pallacanestro Trapani aveva perso in casa giocando una partita schifosa. Al Palagranata tirava una bruttissima aria. Conclusi il pezzo di cronaca scrivendo che mentre tutto crollava il presidente nuotava nel Mar Rosso (dove era andato in vacanza). Nella nutrita classifica delle cazzate scritte in quarant’anni d’attività giornalistica, questa occupa una posizione di assoluto rilievo. Vincenzo era infuriato, e vorrei vedere, mentre io, orgoglioso, tenevo il punto. Così Vincenzo si vendicò intervenendo in diretta in una trasmissione cui collaboravo a Telesud: mi prese a male parole, io lo mandai a quel paese, il conduttore bianco in volto e il povero Valentino a tentare di metter pace.
Alla fine, non era successo nulla di straordinario: io e Vincenzo, prima e dopo il ’94, avevamo litigato pesantemente molto spesso. Una volta scrissi su Ciuff (quindi sul giornale di casa sua) che aveva un atteggiamento da “principale di putìa”. Ci mandavamo affanculo e poi ci passava.
Per questo la domanda posta a Vincenzo quella sera a Tele Scirocco mi era sembrata un gesto davvero vigliacco, una strumentalizzazione per me intollerabile anche in una durissima campagna elettorale.
L’occasione per ribattere mi si offrì qualche giorno dopo. C’era a Telesud un’altra puntata della trasmissione di basket. Poco prima della chiusura (non avevo avvertito nessuno del mio intento), presi la parola raccontando quel che era accaduto e il mio coinvolgimento, aggiungendo che quella critica giungeva da una parte politica che davvero non aveva titolo per parlare di tolleranza e democrazia. Un po’ forte ed esagerato, ma ho già descritto il clima di quei mesi.
Il giorno dopo, squilla il telefono in ufficio: “Ma che hai combinato ieri? Ma ti pare il modo? Qui sono tutti incazzati neri, più tardi devi passare in redazione”. Già, la redazione: l’entusiasmo giovanile (mica tanto, avevo già superato i trenta) mi aveva tradito, facendomi dimenticare che la direzione di quella tv era più o meno velatamente schierata col candidato aristocratico.
Ad ogni modo, dovetti andare. Fui accolto in una stanza in cui mi attendevano i vertici, ovvero il Federale e Nostra Signora, pronti ad avviare una specie di processo. Per non scoprirsi, la misero sul rispetto della legge: io avevo violato quella sulla par condicio, esponendo potenzialmente la televisione a pesanti sanzioni. Non mi piaceva non tanto il tono, ma l’ipocrisia, e così rilanciai. “Mi chiedo quale sarebbe stata la vostra reazione se fossi intervenuto in favore del vostro candidato preferito”. Non l’avessi mai detto: il Federale diventò paonazzo, Nostra Signora per poco non mi graffiò. Venni buttato fuori dalla stanza. Ma non ebbero il coraggio di escludermi dalla trasmissione: sapevano che il gesto avrebbe scatenato il solito rosario di reazioni: Ordine dei giornalisti, sindacato, attacco alla libertà d’espressione e roba del genere.
Ma in fondo non usarono il pugno duro per timore delle prevedibili reazioni: avevano la certezza che dopo poche settimane quelle elezioni le avrebbero stravinte, cancellando così alla radice ogni voce dissenziente. Cosa che puntualmente si verificò.

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Borghesia

2006. Salvini, con la sua prosa basica, lo avrebbe definito un derby. In realtà era una specie di referendum fra mafia e antimafia: in quelle elezioni regionali i siciliani erano chiamati ad una scelta di campo netta, come mai si era verificato prima. Da una parte, Totò “vasa vasa” Cuffaro, ras di derivazione democristiana, personaggio border-line a non voler infierire. Dall’altra c’erano il sorriso e gli occhi di Rita Borsellino, e si sarebbe potuto non aggiungere altro, tanto quel sorriso e quegli occhi raccontavano tutto di lei: cultura, fierezza, sofferenza e voglia di lottare.
Qualità, queste, captate da tanti siciliani, specie giovani, capaci di costruire uno straordinario movimento d’opinione in una terra in cui il voto d’opinione è sempre stato minoranza. Spinta che giunse a rovesciare il pronostico sulle primarie per la scelta del candidato del centro-sinistra: Rita a prevalere sul potente Ferdinando Latteri, il magnifico rettore serenamente transitato da Forza Italia e atterrato sulla Margherita.
Queste le premesse di quella campagna elettorale, sufficientemente succose ad accendere i miei sopiti entusiasmi di militante. Qualche mese prima l’avvio della battaglia che avrebbe condotto al voto, era uscito nelle librerie un film-inchiesta a firma di due valenti giornalisti, Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini. “La mafia è bianca” raccontava le imprese di Totò vasa vasa e dei suoi accoliti, attorno e dentro Villa Santa Teresa, famosa clinica medica a Bagheria.
Ecco, a chi voleva sapere e capire quale fosse l’entità, il peso, l’importanza del duello Cuffaro-Borsellino, sarebbe bastato dedicare un paio d’ore scarse a quel film: c’era dentro tutto. Per questo, quando si seppe che il giovedì sera prima delle elezioni Cuffaro sarebbe venuto a Trapani, alla villa Margherita, a celebrare una specie di pre-chiusura della campagna elettorale, i tanti giovani che animavano l’impresa di Rita decisero di organizzare una contro manifestazione. Proiettando in contemporanea “La mafia è bianca” nella vicina piazza Umberto, da noi meglio nota come piazza Stazione. Non potevo starmene a casa, così andai. Fra la gente c’era anche Bianchi, uno dei due autori del film. Ad un certo punto decidemmo di andare a vedere cosa accadeva di là dal muro, dentro alla villa. Entrammo dall’ingresso laterale di via Spalti, eravamo tre o quattro. Ci disperdemmo, io andai su un lato, alla destra del palco: c’era una gran folla, in trepidante attesa. Folla composita: tanti questuanti, e quelli erano nel conto. Quelli che nel conto non avrebbero dovuto esserci, almeno nella mia contabilità démodé, erano i rappresentanti della medio-alta borghesia cittadina. Ma quanti erano: medici, ingegneri, architetti, tutti stimati professionisti, tutti lì con la bava alla bocca ad attendere Totò.
Li guardavo smarrito, incredulo, qualcuno di loro che mi conosceva mi guardava di rimando con aria di sfida. Annunciato da montanti applausi, infine Totò arrivò. I professionisti schierati in piedi ai miei fianchi alzarono le braccia ad applaudirlo forte, la bocca spalancata ad urlare chissà che. Non mi trattenni e mandai affanculo quello alla mia sinistra, che conoscevo benissimo. Ne ricavai un altro insulto (che meritavo) e una spinta, e mentre un altro s’avvicinava alle mie spalle. Non volevo passare la notte in questura, così tornai indietro. Nel vialetto a fianco, Bianchi, evidentemente riconosciuto, aveva due o tre malacarne attorno. Battemmo in ritirata, cos’altro potevamo fare?
Mentre riguadagnavo piazza Stazione pensavo che anche questa battaglia l’avremmo perduta. In un certo senso come al G8 di Genova, la massa di giovani respinta, con manganelli e lacrimogeni. Padri contro figli, era evidente: i figli a mobilitarsi per creare le premesse d’una Sicilia diversa e migliore, i padri, stimatissimi professionisti, a spellarsi le mani per quel tipo lì. Borghesia a fari spenti.
(Giunto in piazza, la proiezione stava per iniziare. Piazza piena, età media bassa. Mi accorsi di uno striscione, appeso a un balcone, in alto a sinistra. Sullo striscione qualcosa contro Cuffaro, sul balcone fieramente schierati una decina di ragazzi e ragazze. Sotto, appoggiati ad un’auto, due o tre poliziotti in borghese ad ordinare di rimuovere quel lenzuolo. I ragazzi a resistere e ribattere, quelli ad insistere, sempre più decisi e minacciosi. Alla fine, fra i fischi della piazza, lo striscione fu ritirato. Li guardavo da giù, poi mi giravo a guardare gli altri: tutti giovani, belli, entusiasti. Quelli al balcone non so chi fossero, sono passati tredici anni e saranno uomini e donne, adesso. Spero abbiano conservato quello spirito ribelle e irriverente, che ti tiene dritto sulla schiena anche quando crolla tutto attorno a te).

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